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Dibattito, primo punto:
la crisi economica
e il lavoro

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Prima domanda, la crisi economica e il lavoro. Ecco come i candidati hanno risposto.

Paola Bandini: Ambrosoli nel programma mette il lavoro al primo posto e questo la dice lunga sul suo modo di pensare. Ma il metodo è diverso: non vogliamo costruire nuove fabbriche, ma partire dal concetto che già abbiamo risorse sul territorio. Occorre investire quindi in agricoltura, che non crea precariato, sulle professionalità di Santa Chiara, su mobilità, comunicazione e salute. In questi settori la richiesta non manca. Occorre che le banche evitino le strette creditizie di questi ultimi anni e soprattutto, per agevolare le aziende, dobbiamo snellire la burocrazia.

Giacinto Boldrini: Il tasso di disoccupazione è preoccupante, per questo vanno messe in atto tutte le possibilità per far ripartire l’economica. Come? Abbassando il costo del lavoro: paghiamo troppo, sia a livello di pressione fiscale che di contribuzione per le pensioni future. Anziché chiedere all’azienda un 25%, chiediamo la metà e lasciamo che investa il 12-13% per se stessa. Vanno incentivate le nuove attività, senza massacrare le aziende di tasse: meno costa il lavoro, più posti si creano.

Pierluigi Pasotto: La nostra impostazione è diversa, in tema di crisi: 120 miliardi di evasione fiscale, 350 di economia sommersa, 500 spostati nei paradisi fiscali. Sono solo alcuni dati. Proponiamo un Alto Commissariato contro la mafia, sul modello di quello americano, che in effetti la mafia l’ha sconfitta (per questa sua idea Ingroia è stato minacciato di morte) e siamo convinti che, oltre alla lotta per la legalità, vada perseguita la battaglia per una migliore qualità del lavoro. Non “cinesiziamo” gli operai italiani: riconvertiamo ad uso civile, inoltre, il lavoro, pensando anche a progetti per evitare il dissesto idrogeologico del paese.

Filippo Bongiovanni: Anzitutto riduciamo i costi dell’amministrazione pubblica, poi si investa sul patrimonio statale, anche con vendite ad hoc mirate e si stringa un accordo con la Svizzera, che tutti gli altri Stati confinanti hanno siglato, per tassare l’attività degli italiani in Svizzera. Infine si sfrutti il federalismo fiscale. Con questa ricetta sarò possibile togliere l’Irap dalle imprese, detassare gli utili, attivare misure di aiuto verso le micro-imprese, ridurre la pressione fiscale e togliere l’Imu sulla prima casa. Via il patto di stabilità e soprattutto rilancio dell’economia: per ridurre il rapporto debito pubblico/Pil non c’è altra via.

Massimo Mazzoli: Tre punti fermi, ovvero l’esigenza dello sviluppo, la coesione sociale e il rispetto dei vincoli di finanza pubblica. Dopo di che, tenendo fermi questi capisaldi, il lavoro non si crea con decreti legge ma con politiche fiscali e di sostegno. Soprattutto va favorita la qualità, del prodotto e del percorso per arrivarvi, facilitando il compito alle aziende che investono in qualità, sgravandole fiscalmente. Bisogna investire in infrastrutture strategiche, come la banda larga, e sulla ricerca. Senza questa non c’è futuro.

Giuseppina Mussetola: La Lombardia è la Regione più efficiente e meno costosa, questo grazie a una politica fiscale equa. Questo perché le Regioni sanno reagire alla crisi meglio della Nazione: per questo puntiamo a una macro Regione Lombardia, che trattenga il 75% di gettito tributario e possa così reinvestirlo. Vogliamo il recupero del 100% del gettito evaso recuperato sul territorio, grazie al federalismo fiscale e vogliamo creare un fondo regionale di previdenza integrativa. Infine l’intenzione di Maroni è di creare una banca pubblica a tutela della filiera di produzione agricola.

Michela Scaramuzza: Giusto parlare di giovani, ma occhio anche a chi a 50 anni si trova in cassa integrazione. Non ha senso proporre incentivi per nuove aziende, quando le aziende stanno chiudendo. Piuttosto si conduca una lotta spietata al precariato, pagando di più i contratti a tempo determinato di quelli a tempo indeterminato e riducendo sensibilmente i contratti atipici. Va poi detassato il lavoro femminile, perché, anche se è brutto dirlo, una donna in maternità per l’azienda è un costo. Via l’Irap e si abbassi l’Irpef: soprattutto lo Stato paghi per primo, dando l’esempio.

G. G.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

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