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Cantarelli si confessa:
“Ai “vecchi” di Isola
devo la mia recitazione”

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Nel suo ultimo film, “La Grande Bellezza”, interpreta un “perpetuo”, fedele un po’ bigotto al seguito di una suora già santa in vita, che evidenzia l’importanza delle proprie radici. E alle radici, affondate nel casalasco, a Isola Dovarese, Dario Cantarelli è legato eccome: “Qui c’è la mia casa principale, qui passo primavera ed estate, qui vivrò gran parte della mia pensione, avendo la fortuna di poter scegliere i prossimi film dove reciterò. Io, poi, non guido: Cremona è un punto di appoggio per l’inverno, ma il mio cuore è sempre stato a Isola Dovarese, dove incontro sempre volentieri a “La Crepa” gli amici di una vita”.

Dove Cantarelli ha persino tratto ispirazione per la sua recitazione istrionica. “Vedevo gli anziani del paese, quando ancora erano “personaggi”, prima dell’omologazione che ci ha travolti, rendendoci tutti uguali. Quei vecchietti sono stati l’archetipo della mia recitazione, il mio primo sguardo da bambino verso il reale e verso il mondo. In famiglia recitavo e imitavo e tutti morivano dal ridere”.

“La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino a Cannes ha ricevuto un tributo di dieci minuti di applausi. Ma non tutta la critica l’ha portato in palmo di mano. “E’ un film difficile, una “Dolce Vita cafona” come l’hanno definita. Una pellicola sul nostro degrado: via Veneto, che con Fellini era il centro del divertimento, oggi è notturna e deserta, frequentata solo dagli arabi, i pochi ricchi che possono permettersela. E’ stata sostituita dal mondo dei night club, dove le uniche a stupire ancora sono le polacche”.

Con Nanni Moretti ha costruito un sodalizio, con Sorrentino era all’esordio. “Con Moretti ho visto il film martedì scorso a Roma, ma ero terrorizzato, è sempre così la prima volta. Alla seconda visione ho goduto appieno di un film magnifico, sceneggiato meravigliosamente. Sorrentino scrive capolavori: mi ha visto ad un festival del cinema d’essai a Mantova. Ero andato a ritirare un premio per “Habemus Papam”, selezionato dal pubblico: Moretti non poteva presentarsi e sono andato io. Sorrentino mi aveva già cercato per “L’amico di famiglia”, ma ero impegnato a teatro. Stavolta non gli potevo dire di no”.

Differenze tra i due registi? “Moretti è un perfezionista compulsivo, uno che rifà un ciak anche 120 volte e poi magari tiene buona la seconda. Ha una tensione creativa dirompente e un occhio che sente anche i pensieri di chi recita: l’attore trema ma poi viene ricompensato dalla generosità di Nanni. Sorrentino è invece l’Eden: coccola ogni attore, si rende complice, lo mette nelle condizioni di recitare bene. E, come Moretti, entra nella mente dell’attore, chiedendogli appoggio su alcuni cambiamenti di copione. Anzi, capisce quando l’attore vorrebbe suggerire una modifica ma si trattiene, e lo incoraggia a inventare, anche a improvvisare. Si crea insieme e insieme ci si diverte. Moretti è più severo: o forse lo è con me perché mi conosce da tanti film, ma io dico che usa “violenza”, perché quelle modifiche te le fa sudare, anche se, ripeto, sa anche essere generosissimo e ricambiare con la sua grazia”.

La sua scena, con i fenicotteri digitali, è un omaggio anche all’estetica. La sua recitazione sfrutta molto la mimica e la teatralità: sembrano scene ritagliate su misura per lei. “Questo è un film grandioso, con attori grandissimi ma con il solo Toni Servillo che recita per tutto il film, costante protagonista della trama. Si pensi che una scena è stata completamente tagliata, nonostante vi recitasse Giulio Brogi, grande attore anni ’70-’80, intervistato dal protagonista Jep Gambardella. Il film, del resto, deve avere il suo ritmo e il suo respiro, ma l’ambizione è tanta. Io recito per un quarto d’ora, ma mi sono immedesimato in questo uomo molto chiesastico. Assisto una suora che viene dal Mali, che nella sua terra è attivissima, ma a Roma è spaesata e quasi rincoglionita. Perché le radici sono importanti. E’ stato un onore esserci, in una pellicola per la quale sono stati fatti provini per 300 attori. E poi quella terrazza è meravigliosa: i fenicotteri non c’erano, li vedrete solo al cinema, ma la sceneggiatura di Sorrentino ce li ha fatti immaginare mettendoci a nostro agio. E la riposta del pubblico, di quella grande sala romana piena di persone entusiaste al mio fianco, con la gioia negli occhi, mi ha suggerito che il film ha davvero fatto centro. E’ arrivato dove doveva arrivare: un po’ al cuore, un po’ alla mente”.

Giovanni Gardani

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