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Drizzona, la caserma
si fa. Perché non
contributi differenziati?

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L’incontro di lunedì nelle speranze dei principali promotori (gli amministratori del piadenese) avrebbe dovuto spianare la strada per la realizzazione della caserma dei Vigili del Fuoco di Drizzona. La fumata grigia per la verità tendeva più al nero che al bianco, nel senso che i sindaci radunati a Motta Baluffi, in buona parte già contrari a partecipare all’iniziativa, non si sono smossi dal loro proposito.

In realtà la volontà di fare la caserma non sarà vincolata al loro parere, a Drizzona c’è la sede e c’è il gruppo che aspetta il via libera. La caserma si farà, gli unici inghippi che teme il sindaco di Drizzona Ivana Cavazzini sono politici. Martedì mattina il primo cittadino ha incontrato il vicesindaco di Piadena Gianfranco Cavenaghi per fare il punto della situazione, ma non si sbottona, anzi: “Stiamo per prendere provvedimenti importanti” spiega Cavazzini “ma per il momento vogliamo lavorare a fari spenti. Questo perché la fuoriuscita di notizie negli ultimi giorni non ha favorito il nostro progetto. Stiamo lavorando, sono giorni decisivi, ma per il momento non parliamo”. Il riferimento di Ivana Cavazzini è anche alla reazione arrivata questa mattina da Viadana, con Manfredi del Pdl che ha suggerito di rinunciare a una doppia caserma per potenziarne una sola, quella già presente proprio nel comune mantovano.

Insomma Ivana Cavazzini teme che il grande lavoro svolto sottotraccia possa essere messo in discussione al momento di tirare le somme da elementi esterni. Va detto che il progetto nazionale “Soccorso Italia in 20 minuti” difficilmente può prevedere un territorio così ampio servito da una sola caserma, da Pomponesco a Pessina Cremonese.

In estrema sintesi la situazione è questa: gran parte dei 27 comuni coinvolti sono pronti ad assumersi l’onere finanziario, che in realtà non è particolarmente ingente: partecipassero tutti, si tratterebbe di 1 euro ad abitante all’anno (e nei prossimi anni la previsione è a scendere). I 14 comuni del primo gruppo hanno saputo coinvolgerne altri ma hanno ricevuto un niet in particolare da quelli della fascia del Po. Questo per due motivi: da un lato costoro avrebbero preferito una sede più centrale nel casalasco (tipo San Giovanni in Croce, che è anche limitrofa al futuro casello autostradale, ma tale ipotesi non avrebbe coinvolto i mantovani), secondo sono talmente lontani che un’emergenza in quelle zone sarebbe comunque coperta più da Cremona che da Piadena/Drizzona.

A questo punto, non si capisce perché non si possa risolvere la questione in maniera semplice: tentare di allargare la sfera di interesse a Casalmaggiore (questo lo si sta facendo) e consentire sia a quest’ultimo comune che a quelli della fascia rivierasca del Po di contribuire alla spesa in misura ridotta. Ad esempio: mantenere l’euro per i comuni che davvero beneficeranno della presenza della nuova caserma, e stabilire un importo di 50 centesimi per quelli più lontani, che contribuiscono così in ogni caso ad un potenziamento del territorio: con Casalmaggiore diminuisce l’importo individuale ma aumenta la base.

L’alternativa, che sembra sia già stata presa in considerazione, è quella di coinvolgere qualche privato nella copertura delle risorse mancanti. In fondo, un contributo da parte di un’azienda del piadenese è anche un investimento, una forma assicurativa nel caso scatti l’emergenza. E abbiamo visto che le emergenze negli ultimi tempi non sono mancate.

In ogni caso la volontà è di portare a termine comunque il progetto. L’importante è dirlo sottovoce, anzi meglio non dirlo affatto.

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