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Festival Verdi, atto
secondo: la recensione
dell’opera ‘I Masnadieri’

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Seconda opera in scena al Teatro Regio di Parma per il Festival Verdi 2013 I Masnadieri, lavoro appositamente scritto nel 1847 dal maestro delle Roncole per il londinese Her Majesty’s Theatre. Pagine dure e violente che richiedono perizia non comune da parte degli interpreti riguardo alla caratterizzazione dei personaggi, ma che hanno trovato cantanti in grado di fornirci una lettura coerente del dramma schilleriano rivisitato dal librettista Andrea Maffei.

Nella serata la bacchetta è affidata al trentunenne Francesco Ivan Ciampa, talentuoso direttore, già applaudito di recente nel secondo atto di Aida sempre alla testa dell’Orchestra Filarmonica Arturo Toscanini. La partitura, in verità, anticipa idee che il compositore svilupperà in seguito e non è certo cosa facile sottolineare i passaggi interessanti. Nonostante alcuni eccessi di sonorità, soprattutto in alcune pagine rese in modo un po’ troppo bandistico, sin dall’iniziale preludio il maestro avellinese si rivela comunque in grado di renderci la tinta del dramma, supportato peraltro dall’ottimo contributo della violoncellista Diana Cahanescu, abile nell’interpretare con sentimento la struggente romanza strumentale che caratterizza l’introduzione.

Carlo è Roberto Aronica, tenore dalla voce potente ed esplosiva, ma un po’ monocorde e non sempre intonata, soprattutto in zona acuta; buona comunque la sua dizione. La parte del “cattivo”, Francesco, è assegnata ad Artur Rucinski, baritono dalle discrete capacità attoriali, ma penalizzato da un’impostazione che gli impedisce di cantare sul fiato e di legare. Il soprano rumeno Aurelia Florian, Amalia, inizia un po’ in sordina rivelando alcune difficoltà nella caratterizzazione del difficile personaggio ma, proseguendo nella recita, si impegna a entrare nel ruolo e propone un fraseggio abbastanza rifinito. L’ardua parte, in effetti, era stata scritta per un soprano dalla leggendaria agilità, la mitica Jenny Lind alla quale, peraltro, Verdi lasciò piena libertà riguardo alla realizzazione delle cadenze. Si tratta senza dubbio di una figura tale da dar filo da torcere anche a interpreti con alle spalle anni di palcoscenico e, in definitiva, la giovane Florian riesce a superare questa prova tutt’altro che semplice. Massimiliano,  Mika Kares, sfoggia un canto corretto e intonato, mentre il basso Giovanni Battista Parodi, il pastore Moser, pur stilisticamente in ordine rivela una voce un po’ dura e legnosa. Buona la prestazione del servitore Armino, Antonio Corianò; funzionale Enrico Cossutta nei panni di Rolla.

Lodevole il coro al quale Verdi ha assegnato una parte decisamente impegnativa e di proporzioni non comuni. Martino Faggiani, l’apprezzato maestro della compagine, anche nella presente circostanza non ha deluso le aspettative del suo pubblico, ormai abituato a prestazioni di altissimo livello emerse da subito nella resa di esaltazione collettiva dell’iniziale dialogo dei masnadieri con Carlo.

Un po’ debole la regia minimalista di Leo Muscato, con alcune forzature all’alzata del sipario e, in seguito, povera di fantasia; complice l’uso non sempre accorto delle luci e un’utilizzazione poco oculata dello spazio.

Spettacolo, tuttavia, nel complesso piacevole e più che dignitoso. Applausi per tutti.

Paola Cirani

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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