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Solo Nomadi: lo Zenith
applaude 50 anni
di musica italiana

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Nella fotogallery Gigi Ghezzi, alcuni scatti del concerto di sabato sera

CASALMAGGIORE – Beppe Carletti, prima del concerto, ha rivelato che i Nomadi non venivano a Casalmaggiore da parecchio tempo. In realtà il buon Beppe, dopo migliaia di uscite a contatto col pubblico, si è scordato che a Casalmaggiore per la storica band con 50 anni di carriera sulle spalle, era una prima assoluta. Questo almeno il pensiero condiviso da quasi tutti: nessuno ricorda un’altra esibizione nel comune casalese e c’è da fidarsi considerando la grande quantità di fans, arrivati dalle vicine Reggio Emilia, Parma e Modena, ma anche dalla Valtrompia, da Verona e dal Centro Italia.

I Nomadi fanno il pieno allo Zenith, in un concerto durato due ore e mezza (con un quarto d’ora di pausa), e coinvolgono il pubblico verso un finale che presenta quattro grandissimi successi consacrati da Augusto Daolio, anima storica fino alla morte sopraggiunta nel 1992, e soprattutto dall’affetto plurigenerazionale di un pubblico su scala nazionale. Un migliaio di spettatori hanno così potuto apprezzare, per cominciare, la puntualità della band, che ha iniziato a suonare alle 21.30 precise, con buona pace per una coppia di Verona che, ignara dello spostamento della sede dello show, si era recata al PalaFarina di Viadana, salvo cambiare rotta in corsa (al concerto sono arrivati con pochi minuti di ritardo, per loro fortuna).

Hanno aperto “Stella d’Oriente”, successo del 2000, e “Ma che film la vita”, una sorta di manifesto della poetica di Augusto, al quale il chitarrista Cico Falzone ha infatti dedicato la canzone, scaldando subito i cuori. Poi il concerto è proseguito proponendo canzoni dell’ultimo album, il primo con Cristiano Turato alla voce, molto preparato e a suo agio sul palco, per quanto un po’ troppo simile, nel timbro vocale, a Danilo Sacco, il cantante che l’ha preceduto per quasi vent’anni (ma potrebbe essere stata una scelta mirata da parte della band).

Sempre nella prima parte sono stati proposti successi dell’ultimo periodo dei Nomadi, con “Dove si va” e “Io voglio vivere” che si candidano, più di altre, a divenire canzoni immortali, sulla scorta dei successi che tra gli anni ’60 e gli anni ’80 hanno reso la band di Novellara e Novi di Modena (paesi di origine di Daolio e Beppe Carletti) una delle più celebri nel panorama nazionale. L’unicum dei Nomadi sta nel fatto che durano da 50 anni, un record nello Stivale e l’impressione è che tutto abbia funzionato, al di là del pensiero di qualche spettatore che si aspettava qualche successo storico in più: del resto il tour “Terzo tempo” mira anche a promuovere l’ultimo album e non era pensabile uno show composto esclusivamente da grandi canzone del passato.

Apprezzata la scelta, che ha sottolineato l’unione di intenti, di regalare vocalmente a ciascun componente della band una canzone, escludendo il batterista Daniele Campani, il quale si è reso protagonista, all’inizio, di un simpatico fuoriprogramma con lo strumento che ha evidenziato qualche problema. Lì sono emerse tutte le doti da cabarettista di Cico Falzone, per tutti “il sorriso dei Nomadi”, che ha scherzato con gli altri componenti della band e con il pubblico, strappando più di una risata. Proprio Falzone s’è esibito con molto sentimento nella canzone “Il Paese”, resa celebre dalla dedica al paese natio, durante un live, di Augusto Daolio, che cambiò liberamente il testo nella parte finale cantando “Ma è Novellara (al posto delle parole “Ma è il paese”, ndr) dove son nato”.

Sergio Reggioli ha accompagnato il tutto con la melodia del suo violino, mentre Beppe Carletti ha alternato tastiere e fisarmonica, creando un coro di voci strumentali davvero di prim’ordine, che hanno dato al live una marcia in più rispetto al registrato (pur con qualche inciampo, che può starci). Altra voce ormai notissima ai fan, quella di Massimo Vecchi, bassista reggiano che però canta in esclusiva alcuni pezzi, in particolare degli album dal 2000 in avanti, da quando cioè è entrato a fare parte della band.

Il clou comunque è stato raggiunto con “Noi non ci saremo” e nel finale, con il distico gucciniano “Canzone per un’amica” e “Dio è morto” anticipato dall’immortale “Il Pilota di Hiroshima”, dove Carletti ha dato il meglio di sé. Il pubblico, che non ha mai smesso di cantare, è parso in quegli istanti ancora più trascinato del solito, come era lecito attendersi. Poi, seguendo il cerimoniale tipico di tutti i concerti dei Nomadi, dal 1963 ad oggi, Cico Falzone ha letto striscioni e messaggi arrivati sul palco (uno in particolare di un fan di San Martino autodefinitosi “prigioniero da 800 concerti”).

“Io vagabondo” ha chiuso lo show – anche questo un must – prima che le tastiere di Carletti intonassero l’Ouverture al Te Deum H. 146 del compositore francese Marc-Antoine Charpentier (noto ai più come l’inno dell’Eurovisione), mentre le luci formavano il tricolore, bandiera nata a Reggio Emilia. Perché i Nomadi questo sono: un’eccellenza musicale italiana, che trova nel popolo e nel contatto con esso le proprie radici.

Giovanni Gardani


© RIPRODUZIONE RISERVATA

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