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Terra dei fuochi in
Pianura Padana? L’allarme
dell’agronomo Segalla

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Nella foto, Paolo Segalla e una pannocchia contaminata

Terra dei Fuochi in Pianura Padana? A chiederselo è l’agronomo casalese Paolo Segalla, che analizza una recente intesa tra le Regioni Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, riguardante il mais contaminato da aflatossine (sostanze altamente tossiche, ritenute tra le più cancerogene esistenti), che inutilizzabile per l’alimentazione umana o animale può essere impiegato per la produzione di biogas.

“Questa scelta mette d’accordo coloro che hanno gli stock di mais contaminato e coloro che lo vogliono comperare per i loro biodigestori. L’offerta e la domanda”: spiega Segalla.

Ecco come prosegue il comunicato dell’agronomo.

Ma abbiamo anche noi una domanda: dato che le aflatossine resistono al trattamento termico nei biodigestori, come pure le spore dei funghi patogeni che le producono, cosa ne sarà dei nostri campi dopo lo spargimento del biodigestato? Per dare una dimensione al problema, ricordiamo che ogni impianto di biogas da un megawatt di potenza produce circa 6-700 quintali di biodigestato al giorno. Tutto materiale che ritorna alla terra.

I nostri concittadini e in particolare gli addetti ai lavori devono avere consapevolezza di un potenziale gravissimo rischio per il nostro territorio. È noto infatti che il contenimento o la riduzione delle aflatossine passa attraverso una serie di buone pratiche integrate in campo, alla raccolta e in essiccatoio, finalizzate anche a ridurre la presenza dei funghi patogeni che le producono. Al contrario, lo spargimento sui terreni del biodigestato contaminato ed inoculato ha l’effetto diretto di aumentare entrambi.

Non va dimenticato che la presenza anche solo ambientale di aflatossine comporta rischi diretti ed elevatissimi per la salute umana, soprattutto per i bambini, anche in assenza di uso alimentare o mangimistico. Su queste cose esiste un ampio consenso scientifico.

C’è una contraddizione profonda tra lo sforzo continuo delle ASL provinciali, che stanno facendo applicare i protocolli HACCP agli essiccatoi di granella di mais e fanno il monitoraggio dei dati ambientali al fine di contenere le aflatossine, e l’intesa tra le Regioni che consente l’impiego di materiale inquinato ed inoculato per i biogas, il cui biodigestato di risulta viene distribuito sul territorio, ponendo le premesse per una maggiore contaminazione futura.

Cosa ne pensano gli allevatori e gli agricoltori che non traggono benefici dal biogas e che sono la stragrande maggioranza, o i rappresentanti delle filiere latte, carne, cerali di qualità, di questa prospettiva? Dove andranno a produrre o a comperare il mais che per loro è il primo fattore di produzione, se il nostro territorio sarà compromesso da una presenza endemica di patogeni?

Crediamo onestamente che le Regioni che hanno redatto l’intesa senza considerare la gestione del biodigestato abbiano agito con leggerezza, e che questa loro azione sia molto pericolosa per il nostro territorio. Ci risulta inoltre che in Regione Lombardia questa intesa sia stata firmata senza neppure richiedere un parere alla autorità sanitarie.

Riteniamo che se si vuole in qualche modo compensare i produttori di mais colpiti dalla calamità delle aflatossine esistano altri mezzi, e che le Regioni abbiano il dovere di cercarli. Riteniamo inoltre che i signori del biogas abbiano il dovere di utilizzare sottoprodotti o, almeno, di acquistare materie prime sane e non inquinate per i loro impianti, e che debbano pagarle a prezzo di mercato, invece di cercare scorciatoie pericolose per tutto l’agroecosistema.

Per fortuna siamo ancora in tempo per fermare lo spargimento di biodigestato inquinato ed inoculato, in quanto ad oggi hanno aderito all’intesa solo pochi biodigestori: è sufficiente bloccare al più presto questa intesa di filiera mais ad uso energetico, e dare avvio ad una ricerca scientifica, anche piccola ma significativa, sui rischi e le opportunità che tale intesa comporta. Questa sarebbe a nostro avviso una scelta nobile, nell’interesse della salute di tutti cittadini, e particolarmente utile per preservare e favorire tutte le filiere agricole esistenti, a partire dalla lattiero casearia che in Pianura Padana è così importante, ma che da questa vicenda potrebbe subire un danno incalcolabile.

D’altra parte, il Ministero della Salute con una sua recente procedura (2012) ha consentito a sua volta l’impiego di mais con alti livelli di aflatossine per la produzione di biogas, lui pure senza porsi il problema del biodigestato contaminato ed inoculato. Anche presso il Ministero è pertanto necessaria una revisione profonda della questione.

Non stiamo facendo dell’allarmismo, solo considerazioni di buon senso che ci portano a pensare con amarezza che quanto sta accadendo in Pianura Padana, con la compiacenza delle istituzioni e sotto ai nostri occhi, assomiglia molto alla vicenda della Terra dei Fuochi: un gruppo di persone specula su materiali contaminati e inquina in modo irrimediabile il territorio. Questa operazione va assolutamente fermata.

Date queste premesse, chiediamo che le istituzioni locali, regionali e nazionali provvedano a fare fronte in modo responsabile e coraggioso al problema, bloccando l’impiego di mais con alto tenore di aflatossine per la produzione di biogas e il conseguente spargimento di biodigestato contaminato ed inoculato sul territorio, e dando avvio ad una seria valutazione delle sue potenziali implicazioni sanitarie, agricole ed ambientali.

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Commenti
  • http://www.ruralpini.it Michele Corti

    Segolla ha del coraggio a rompere l’omertà. La lobby del biogas è potentissima. D’altra parte se a Caserta sfidano la camorra rischiando la vita noi lombardi, che rischiamo meno, dovremmo prendere esempio e parlare di più.

  • Sandro

    Egregio dott. Segalla, nel suo articolo scrive ”non stiamo facendo allarmismo ma considerazioni di buon senso”. La invito a rettificare con “stiamo procurando allarme sociale con considerazioni faziose e scorrette”.
    Lei, infatti, confonde il problema (il mais aflatossinato) con una possibile soluzione (la digestione anaerobica).
    Lei attacca in modo ingiustificato il processo di digestione anaerobica che, stando ai risultati di una ricerca del 2013 dell’Università degli Studi di Milano – Facoltà di Agraria, ha la capacità di abbattere il contenuto di aflatossine nel mais.
    In un articolo pubblicato sul Corriere della Sera nel novembre 2004 (IN ASSENZA DI IMPIANTI BIOGAS) si evidenziavano i rischi connessi alla presenza di aflatossine nei cibi che mangiamo ed, in particolare, di quelli da agricoltura biologica… http://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/articoli/2004/11_Novembre/09/aflatossine.shtml
    Visto che lei parla di “un potenziale gravissimo rischio per il nostro territorio” ed afferma che “la presenza solo ambientale di aflatossine comporta rischi diretti ed elevatissimi per la salute umana” è in grado di spiegare come è stato gestito il mais aflatossinato dal 2004 al 2012 (ovvero quando è stato ipotizzato l’uso nei digestori anaerobici)? E non venga a raccontarci che è stato termodistrutto…
    Seconda osservazione: nella regione con maggiore concentrazione di biogas la superficie coltivata a mais destinata alla digestione anaerobica è solo il 4% rispetto a quella complessiva agricola (come da un recente studio che ha visto l’impegno della Regione Lombardia dell’Università di Milano – Facoltà di Agraria, di Coldiretti e Confagricoltura http://www.regione.lombardia.it/cs/Satellite?c=Redazionale_P&childpagename=DG_Agricoltura%2FDetail&cid=1213309502379&pagename=DG_AGRWrapper#1213425520955s9.
    Tutto il restante mais è destinato all’alimentazione delle bovine da latte (il cui prodotto viene poi trasformato in latte alimentare, Grana Padano DOP, altri formaggi a marchio d’origine ed altri prodotti lattiero – caseari ) e dei suini (in parte destinati alla filiera del Prosciutto di Parma DOP).
    Premesso ciò, secondo lei tutto il mais aflatossinato prodotto in Pianura Padana dal 2012 ad oggi è finito nei digestori anaerobici??

    Se pensa sia così, lo dimostri!!

    Dal momento che la realtà è ben diversa, spieghi a tutti come vengono attualmente gestite le migliaia e migliaia di ettari di mais aflatossinato (NON DESTINATO AL BIOGAS) che in Lombardia circondano le nostre città e che prima del raccolto (se fosse vera la tesi della pericolosità) potrebbero rappresentare un rischio biologico per centinaia di migliaia di cittadini!!
    Nell’ingiustificata guerra contro il biogas, lei sembra essere perfettamente allineato al pensiero del suo estimatore Michele Corti (professore di zootecnia montana che non ha mai messo piede in laboratorio per un’analisi sul digestato, che non ha mai pubblicato nulla sul biogas e che passa le sue giornate su internet anziché dedicarsi alla ricerca).
    http://sgonfiailbiogas.blogspot.it/2013/12/un-agronomo-rompe-lomerta-su-biogas-e.html
    Probabilmente anche lei penserà che tutti i Gruppi di Ricerca che si sono occupati della questione vedendo nel biogas una possibile soluzione al problema delle aflatossine, siano foraggiati dalla “cupola del biogas” e che tutti i funzionari e dirigenti dei vari Enti (ARPA, ASL, ecc.) che tutelano la salute dei cittadini e l’ambiente siano a libro paga dei “biogassisti”…

    • Michele (non Corti)

      Gent.mo Sandro, all’oggi non c’è una massa critica di studi tale da scongiurare o attestare in assoluto il rischio di gravi conseguenze per la salute riguardo al mais contaminato da aflatossine o riguardo ad altri problemi, come i rischi microbiologici relativi alla digestione anaerobica. Detto, questo, mi sembra che se, come Lei dice, è ingiusto causare “allarmismo sociale con considerazioni faziose e scorrette” (lo dimostri però che sono scorrette) allora mi sembra altrettanto fazioso difendere a spada tratta come fa Lei. Non Le sembra?
      Aggiungo, gentilissimo Sandro, che accuse come le Sue ad “allarmisti sociali” vennero fatte da alcune persone anni prima del disastro con l’amianto avvenuto poi nel Monferrato (che tutti credo conosciamo bene); e si udirono anche anni prima del disastro dell’Ilva a Taranto e… e della ben più vicina Tamoil di Cremona. Il biogas può anche essere una bella invenzione e un’occasione d’oro, ma a patto che 1) utilizzi dei sottoprodotti, non le materie prime alimentari; 2) non goda degli incentivi (che gravano sulle nostre tasche) qualora non venga più utilizzato come integratore a scarti ma come vero e proprio produttore di energia con prodotto alimentare fresco (in questo caso cadrebbe la definizione di “azienda agricola”, requisito mi pare fondamentale per avere gli incentivi); 3) venga compiuta una massa critica di studi non solo sui rischi microbiologici (con l’introduzione ad esempio della pastorizzazione, che in Germania, caro Sandro, usano e qui no – forse perché costa troppo?), ma anche sull’intenzione ad esempio di introdurre l’uso del compostato organico nei biodigestori (onde evitare che questi divengano pattumiere a cielo aperto), 4) si interrompa al più presto la becera pratica degli sversamenti di liquami e digestato anche sotto la pioggia (che in provincia di Cremona ha già fatto abbastanza danni, inquinando pesantemente aree protette di grande interesse faunistico). Non sono un No Tav, o un rivoluzionario, sig. Sandro, ma Le ricordo che l’Italia, oltre che terra di navigatori e poeti, è anche paese di furbi (gli intelligenti sono un’altra cosa) e che più volte dalle pieghe più recondite delle cosiddette “grandi opere” sono emerse speculazioni, ruberie e completo disinteresse per la salute pubblica e per il pubblico in generale. Senza accusare nessuno, La invito a riflettere.
      Cordialmente

  • http://www.ruralpini.it michele corti

    A “Sandro” sfugge un particolare: perché la Regione Emilia Romagna ha stanziato 1,5 milioni di € affidando al CRPA di Reggio Emilia lo studio della degradabilità delle aflatossine? Curioso poi che se non fai analisi di laboratorio su un argomento non ne puoi parlare e che sia “ricerca” solo quella di laboratorio in un campo come l’agricoltura dove sono fortemente implicati aspetti economici, giuridici, sociali e non solo chimici. I cascami dello scientismo di quart’ordine. Personalmente farei volentieri ricerca sugli impatti del biogas sui sistemi zootecnici lombgruppi che, guarda caso, producono sempre risultati favorevoli al biogas.

    • Sandro

      Egregio Professore, perché non prova a rispondere in modo coerente ed approfondito alle domande poste al dott. Segalla? Nella sua risposta lei scrive . Perchè non ci spiega come mai non fa e non ha mai fatto ricerca nell’ambito del biogas?? A questo punto, dal momento che per sua stessa ammissione non fa ricerca in questo ambito, come fa a sostenere le sue tesi?? In merito all’altra sua osservazione sottolineo che, per fortuna, nel nostro Paese c’è ancora libertà di pensiero e di parola… Ognuno è libero, dunque, di dire e sostenere ciò che pensa… Bisogna, però, distinguere le chiacchiere da bar da argomentazioni a favore di una tesi che dovrebbero avere rigore scientifico. QUANDO SI PROCURA ALLARME SOCIALE, come lei spesso fa nel suo blog, bisogna essere più che certi di ciò che si sostiene. Quando si parla di microbiologia e di rischi per la salute umana legati alla presenza di patogeni o tossine, non c’entrano proprio nulla gli aspetti economici, giuridici e sociali… Solo un’accurata indagine scientifica, come quella che alcuni Gruppi di Ricerca della sua stessa Facoltà hanno già condotto e come quella che il CRPA si appresta a fare, può fornire delle certezze… E da un docente universitario come lei ci si aspetta che queste certezze derivino dall’applicazione del metodo scientifico, da evidenze sperimentali e non da una banale e faziosa ricerca su internet… Infine, Lei mi chiede … Risposta: perché loro (il CRPA, così come altri Gruppi di Ricerca) hanno sempre fatto e fanno Ricerca (con la R maiuscola); perché loro, prima di esprimere un giudizio che potrebbe procurare allarme sociale, vanno in laboratorio a fare accurate analisi; perché loro hanno un curriculum scientifico ed una credibilità che lei neppure si sogna; infine perché loro hanno il buon gusto di non dare dei “buffoni”, “corrotti” o “venduti alla cupola biogassista” ai colleghi Ricercatori che la pensano diversamente come invece è sua abitudine fare.

    • Sandro

      Egregio Professore, perché non prova a rispondere in modo coerente ed approfondito alle domande poste al dott. Segalla? Nella sua risposta lei scrive “personalmente farei volentieri ricerca sugli impatti del biogas sui sistemi zootecnici lomb”… Perchè non ci spiega come mai non fa e non ha mai fatto ricerca nell’ambito del biogas?? A questo punto, dal momento che per sua stessa ammissione non fa ricerca in questo ambito, come fa a sostenere le sue tesi??
      In merito all’altra sua osservazione “curioso che se non fai analisi di laboratorio su un argomento non ne puoi parlare” sottolineo che, per fortuna, nel nostro Paese c’è ancora libertà di pensiero e di parola… Ognuno è libero, dunque, di dire e sostenere ciò che pensa… Bisogna, però, distinguere le chiacchiere da bar da argomentazioni a favore di una tesi che dovrebbero avere rigore scientifico. QUANDO SI PROCURA ALLARME SOCIALE, come lei spesso fa nel suo blog, bisogna essere più che certi di ciò che si sostiene. Quando si parla di microbiologia e di rischi per la salute umana legati alla presenza di patogeni o tossine, non c’entrano proprio nulla “gli aspetti economici, giuridici e sociali” che lei cita nella sua risposta… Solo un’accurata indagine scientifica, come quella che alcuni Gruppi di Ricerca della sua stessa Facoltà hanno già condotto e come quella che il CRPA si appresta a fare, può fornire delle certezze… E da un docente universitario come lei ci si aspetta che queste certezze derivino dall’applicazione del metodo scientifico, da evidenze sperimentali e non da una banale e faziosa ricerca su internet…
      Infine, Lei mi chiede “perché la Regione Emilia Romagna ha stanziato 1,5 milioni di euro affidando al CRPA lo studio della degradabilità delle aflatossine?” … Risposta: perché il biogas può rappresentare una soluzione al problema delle aflatossine; perché loro (il CRPA, così come altri Gruppi di Ricerca) hanno sempre fatto e fanno Ricerca (con la R maiuscola); perché loro, prima di esprimere un giudizio che potrebbe procurare allarme sociale, vanno in laboratorio a fare accurate analisi; perché loro hanno un curriculum scientifico ed una credibilità che lei neppure si sogna; infine perché loro hanno il buon gusto di non dare dei “buffoni”, “corrotti” o “venduti alla cupola biogassista” ai colleghi Ricercatori che la pensano diversamente come invece è sua abitudine fare.

  • http://www.ossigenonascente.com fausto barlesi

    IMPIANTO APPROVATO DAL COMUNE DI BIBBIANO DOVE E’ STATA PRODOTTA LA PRIMA FORMA DI PARMIGIANO REGGIANO

    PROCEDIMENTO DI OZONIZZAZIONE ED APPARATO PER LA RIDUZIONE DELL’AZOTO AMMONIACALE E LA DECONTAMINAZIONE DEL DIGESTATO PROVENIENTE DALLA PRODUZIONE DI BIOGAS BREVETTO DI INVENZIONE N°1254603 28 settembre 1995 OMNIA GAS ANNOZERO

    Abbiamo interpretato le preoccupazioni del paese con il maggior numero di impianti a Biogas, la Germania, che con l’ordinanza del maggio 2012 sui sottoprodotti organici, provenienti da digestati da digestione mesofila impone la loro pastorizzazione a 70° per un’ora (normativa in Italia ancora non recepita) prevedendo per primi nell’impianto una unità che si occupi del trattamento del digestato.
    Anche la CRPA di Reggio Emilia e il Consorzio del parmigiano reggiano, (i cui eminenti esperti Veccia e Piccinini già nel 2011 dichiaravano che il rischio di aumento delle cariche microbiche e conseguentemente il quello di contaminazione anche da spore pericolose per la produzione dei formaggi (tricobacterio tyrobutirricum) e di batteri patogeni (salmonelle, clostridium botilinum, clostridium tetani pongono autorevolmente il tema della necessità di sanificazione dei digestati provenienti dagli impianti a biogas. Essi possono infatti presentare cariche microbiologiche a volte anche superiori ai liquami tal quali.
    Il previsto trattamento di ozonizzazione, garantisce la depurazione e la sterilizzazione ,assoluta, da tutti gli inquinanti presenti nel digestato: via gli odori, virus, batteri, muffe, spore,dal digestato e riduzione drastica dell’AZOTO AMMONIACALE ORGANICO e INORGANICO.

    Si intende così prevenire, una prossima richiesta, sugli IMPIANTI A BIOGAS: la dotazione dei medesimi con un SISTEMA DI AUTODECONTAMINAZIONE.
    L’eco-fabbrica per la produzione di biogas è un ambiente o un gruppo di ambienti, dotati di impianto di trattamento dell’aria proveniente dal processo di decontaminazione, del digestato, a emissioni ZERO ,il sistema,opportunamente programmato, produce ozono e ozonidi ,ionizzati, garantendo la massima ossidazione ,di tutti i componenti tossici del digestato.

    L’azione dell’ozono è attivo anche sia sulla flora microbica ,sia sui patogeni presenti nei liquami letami, deiezioni e nei digestati comprese muffe e spore.

    La sterilizzazione del digestato allontanerà ,definitivamente topi, blatte, mosche, formiche, ragni e quant’altro eliminando odori stagnanti.

    il nostro impianto vanta l’applicazione, di un sistema brevettato in grado di garantire la decontaminazione ,del liquame e del letame ,conosciuto come digestato, eliminando in primis gli ODORI MOLESTI che periodicamente, vengono denunciati ,dagli abitanti nei pressi degli insediamenti agricoli e degli allevamenti.

    Inoltre attraverso questo trattamento viene garantita l’eliminazione drastica dei rischi di contaminazione HACCP CODEX ALIMENTARIUS L.155/97 (rischio incrociato microbiologico e chimico) del terreno, migliorando la qualità dello stesso, decontaminando il digestato da virus, batteri, muffe, clostridi, pesticidi, anticriptogamici, erbicidi ecc…i foraggi cresceranno in maggiori quantità, esenti nella linfa, da batteri e virus o spore,con conseguente aumento della qualità del LATTE GRAZIE ALL’AUMENTO DEL BENESSERE ANIMALE,della sicurezza alimentare,grazie all’aumento della qualità e quantità della produzione di foraggi ed alimenti provenienti ,dalle successive colture. dei campi oggetto di spandimento.

    Non da meno è la protezione delle falde idriche, in quanto l’abbattimento dell’azoto ammoniacale organico ,evita e riduce la loro oramai certa contaminazione, da nitrati e nitriti.

    Il trattamento che il letame, insieme al liquame, subisce all’interno del digestore biogas, consente di ottenere una diminuzione sostanziale della massa in ingresso, riducendo così il quantitativo di prodotto finale da spandere nei campi, condizione che costituisce un’ottima opportunità all’azienda agricola di non dover ricorrere ad affitti di campi in zone improbabili, al fine di garantire la corrispondenza tra i quantitativi di letame/liquame ,ed i terreni corrispondenti, per lo spandimento

    .impianti certificati:EMAS ISO 14000 ECOLABEL

  • Davide

    Buongiorno Sandro,
    Non posso che condividere le sue riflessioni ma vorrei darle un altro spunto per capire come alcune persone che svolgono una lotta (che può essere condivisibile perchè, come lei giustamente afferma, c’è e ci dovrà essere libertà di pensiero ed opinione) legittima contro il biogas e le biomasse siano palesemente in malafede e tendano a confedere l’opinione pubblica farcendo ogni articolo/commento sul biogas con le parole AFLATOSSINA CANCEROGENO TOSSINE LOBBY OMERTA’ SVERSAMENTI RIFIUTO RIFIUTO RIFIUTO DISCARICA ecc..
    Partiamo dai numeri che in teoria risultano “meno opinabili” ma che piacciono poco ai professori…. l’accordo siglato tra le regioni ed impianti biogas è di 350.000 TON (http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/15/agricoltura-cancerogeno-terzo-del-mais-del-2012-finira-negli-impianti-di-biogas/560145/)ma il mais contaminato nel 2012 è stato pari ad 1/3 della produzione nazionale ergo 3.000.000 TON xcui caro segalla e caro corti perchè non fate una ricerca di dove è andato a finire il 90% del mais contaminato?????? La risposta è semplice ma mi piacerebbe leggerla nei vostri commenti…
    Un piccolo inciso OT per il professor Corti: lei qualche anno fa,in un suo articolo, dava la colpa dell’aumento dei prezzi delle commodities agricole al crescente uso delle biomasse… mi domando, visto che tutto il male di questo pianeta è riconducibile a biogas e biomasse, anche il crollo è colpa di quest’ultimi???
    Condivido la scelta europea del principio di precauzione ma se sapete cos’è il codex alimentarius avete chiaro e limpido che il limite nella maggior parte del mondo per le aflatossine b1 è di 200ppm mentre in Europa è di 20 ppm per cui anche in questo caso le conclusioni sono molto semplici…
    Certo di non avere risposta dal professor corti ma certo anche di non vedere oscurato il mio commento (come capitato sul suo sito di propoganda faziosa http://sgonfiailbiogas.blogspot.it) invito il dott. segalla a non dare adito a certe posizioni che considerano chi conferisce,lavora,ha investito o comunque ha che fare con il mondo del biogas un deliquente dedito al mero profitto che non ha a cuore il problema dell’agricoltura, dell’ambiente e della propria salute.

  • Michele (non Corti)

    Gent.mo Davide,
    1) Vuole sapere dov’è finito il mais contaminato? Mi dia una Sua mail che le faccio avere il prospetto dei SEI Comuni della provincia di Cremona che hanno richiesto quel mais (se poi sia andato a destinazione questo è un mistero, anche perché più volte le mie richieste di delucidazioni in merito alle A.C. sono rimaste lettera più che morta, quasi snobbata.
    2) Come è un mistero anche il parere dell’Ufficio Sanitario della Regione Lombardia su quel mais che, all’oggi, stiamo ancora aspettando… da ormai un anno? Sì, direi un anno.
    3) Visto che Lei mi sembra alquanto ferrato ed esperto in materia, conoscerà lo studio sulla sicurezza di quel mais contaminato prodotto dal prof. Adani dell’Università di Milano e pubblicato su Terra e Vita. Ecco, mi piacerebbe che Lei, qui, rispondesse a queste domande:

    a) Con riferimento ai quantitativi di granella di mais 2012 contaminata dalle aflatossine e destinata al biogas, esiste una massa critica di studi scientifici tale da scongiurare con assoluta certezza il rischio che le aflatossine vengano reimmesse nella catena alimentare a mezzo dello spargimento di digestato sui terreni coltivi (magari nei pressi di edifici privati e pubblici)?

    b) Lo studio del Gruppo Disaa dell’Università di Milano, pubblicato su “Terra e vita”, che stima una riduzione del contenuto totale di aflatossina in impianto di scala reale del 52%, viene indicato da alcuni come uno studio “in vitro”, svolto in condizioni che simulano, ma non possono riprodurre, cosa accade in un biodigestore da 1500 mc. E’ così?

    c) Lo studio, alle prove in laboratorio, ha affiancato degli approfondimenti scientifici in pieno campo, con due campagne di campionamento in un reale impianto di digestione anaerobica (da 700kW). Ma ogni digestore non costituisce un consorzio microbico a sé stante in funzione del materiale di alimentazione ed altri fattori?

    d) L’impianto di digestione utilizzato per gli esperimenti aveva «un tempo medio di ritenzione idraulica del mix di alimentazione pari a 3.035 giorni e un apporto di granella con aflatossina B1 nel mix pari al 6,7% in peso». Sono condizioni reali? E cosa accadrebbe quando ci si dovesse discostare da questo parametro?

    e) Primi rilievi sull’impianto di digestione di scala reale permettono di arrivare ad un valore, da confermare, del 52% di riduzione della presenza di aflatossina B1. Sia la natura «da confermare» del dato che il restante 48% potrebbero comportare il rischio che le aflatossine si conservino nel digestato eventualmente sparso sui campi, reimmettendosi nella catena alimentare?

    6) Nella relazione su “Terra e vita” si sostiene che «il lavoro non è esaustivo» e che «il dato di scala reale meriterebbe maggiori approfondimenti nel senso di un coinvolgimento di più impianti e di un numero maggiore di campagne di campionamento data la maggior difficoltà» operativa (per cui si rendono necessari maggiori investimenti in ricerca). Questo significa che ci potrebbero essere rischi per qualità dei prodotti alimentari o per la salute pubblica?

  • Michele (non Corti)

    Vedo che nessuno degli esperti difensori del mais aflatossinato ha ancora risposto alle domande che ho esternato nell’ultimo post. Eppure non sono domande così difficili, anzi. Rammento a lorsignori che se chi parla è in buona fede non ha difficoltà a rispondere a qualsiasi tipo di domanda. O, se le ha, prima o poi potrebbe trovarsi a rispondere direttamente alla magistratura…