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Guerra di nervi tra
Lettanipote e il Rottam’attore

opin-casalm

A chi giova questa guerra di nervi tra il premier Letta e il segretario del Pd? Al Paese? Al partito? Certo non alla salute di un Governo di cui più nessuno peraltro vuole assumersi la paternità.

Questo Governo che sforna tasse a catinelle incapace di tagliare dove serve – la spending review è una vera presa in giro, verranno tagliati 32 miliardi in tre anni – è morto ma continua a esistere. Sfornando colpi incredibili. Tre su tutti: il decreto Salva-Roma, il gioco delle tre carte su Imu, Tares e Tasi; il capolavoro sugli stipendi degli insegnanti (ma Lettanipote ha sconfessato il suo ministro Saccodanni). Dicono che Re Giorgio sia tentato di congedare con stile il Governo da lui promosso. Sarà.

Ma non è con i “se” che si fa la storia. Voglio dire: non è disegnando nuovi scenari di storia “contro fattuale” che si va lontano. E’ come se dibattessimo ancora oggi i vecchi interrogativi. Esempio: cosa sarebbe accaduto se Socrate fosse morto nella battaglia di Delo prima di diventare il maestro di Platone ed il padre della filosofia occidentale; o se Gesù fosse stato liberato da Ponzio Pilato; o se la flotta cinese dell’eunuco Zheng He avesse scoperto l’America cinquant’anni prima di Colombo. O se nel 1917 i tedeschi non avessero rispedito Lenin in Russia in un vagone piombato. E via dicendo.

Il problema (nostro) oggi è un altro. Come far ripartire un Paese lacerato dalla crisi, dal lavoro che non c’è, da una nuova ondata di tasse (e suicidi di giovani disperati), eccetera, eccetera. Certo ci aspettavamo qualcosa di più della “battaglia” della droga libera e del sopravvenuto cazzeggio sulla marijuana, se sia o no più dannosa di alcol e tabacco. Per carità depenalizzare la cannabis (proposta dell’assessore Gianni Fava da Pomponesco) è tema suggestivo, ma non mi pare prioritario.

Mi pare sia prioritario invece creare posti di lavoro, togliere milioni di giovani dalla strada e dalla sfiducia, rivedere un sistema che soffoca le aziende con tasse e divieti. Bisogna ripartire dalle aziende (vecchie e nuove) e non dagli enti pubblici, baracconi stracarichi di personale che spesso tira a campare e “percepisce lo stipendio quasi fosse un assegno alimentare, un salario di cittadinanza” (Feltri). Una pletora di mezzemaniche che ha assorbito tutti i difetti della burocrazia ed anziché aiutare il cittadino lo vessa portandolo sull’orlo della disperazione.

Che ha fatto finora il Governo Letta? Ha fatto molti inchini alla Germania (che col rigore si è arricchita) e nessuna seria riforma. Promesse, discorsetti sull’uscita dal tunnel (ma dove? quando?), distinguo garbati quanto inutili, molti viaggi di stato (pure in Messico!), finte aperture al Rottam’attore (“mi fido di Renzi, lavoreremo bene insieme”), un po’ di tensione con Alfano sulle unioni civili, refoli di esultanza sullo spread “mai così giù dal 2011”.

Renzi – cioè l’azionista di maggioranza del governo – si è mosso meglio. Prendiamo ad esempio il “Job Act” (“Legge sul lavoro”). Precisiamo: non si tratta di una legge ma di una serie di idee proposte agli altri partiti perché ne discutano con lui e tra loro. Sono proposte di riforma, un sostegno alle imprese per un impiego più facile. A Brunetta(a destra) e a Cremaschi (sinistra), non piace. Pazienza. Ma è un Job Act interessante che prevede assegni a chi perde il posto di lavoro, inserimento facile per i giovani al primo impiego, semplificazione sulle spese per la pubblica amministrazione, aiuti sui costi (pazzeschi) dell’energia. Basterà?

La strada di Renzi è tutta in salita. Ha nemici dappertutto, soprattutto nel suo partito e nelle corporazioni. Ma può farcela. Quando Blair è stato eletto leader dei laburisti (1994) aveva appena 40 anni ed era considerato un superficiale, uno troppo leggero. Tony ha tenuto duro, ha vinto tre elezioni consecutive, ha dimostrato che quelli che dubitavano di lui si sbagliavano. Il Rottam’attore è sulla stessa strada, ma se vuole emulare Blair deve avere pazienza. E non credere di aver già vinto perché è diventato una star della tv.

Enrico Pirondini

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