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Ultimo saluto a Fausto
Roffia, “che coglieva
il bello della semplicità”

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Nella foto l’uscita del feretro di Fausto Roffia in mezzo alla folla che ha affollato la chiesa

RIVAROLO DEL RE – E alla fine si commosse anche il sacerdote. L’immagine più forte delle esequie di Fausto Roffia, scomparso all’età di 71 anni in seguito a una lunga malattia e amatissimo nella sua Rivarolo del Re, ma anche a Colorno, Commessaggio e soprattutto Casalmaggiore, comuni ai quali aveva legato la sua vita sportiva da atleta e da allenatore e dirigente, è probabilmente quella di don Luigi Pisani che si porta una mano sul volto, si tace per pochi secondi e poi, con la voce ancora rotta dal pianto, riparte con la sua omelia in ricordo dell’amico Fausto. Non è facile vedere, o sentire, un celebrante commuoversi ma a Rivarolo del Re è successo, nella chiesa parrocchiale gremita di amici, conoscenti, dipendenti del comune, dove Fausto aveva lavorato per 36 anni ricevendo a fine carriera anche una medaglia d’oro, e soprattutto tanti calciatori che hanno segnato la storia del pallone nel territorio Casalasco.

C’erano anche Costantino Vaia, ad del Consorzio Casalasco del Pomodoro con sede a Rivarolo, e tra le figure sportive pure la sagoma riconoscibilissima di Doriano Tosi, che da Casalmaggiore e dall’amicizia con Roffia partì per scalare poi le vette del calcio nazionale, divenendo col tempo direttore sportivo di Chievo Verona, Torino, Sampdoria e Modena, tra le altre. Ma c’era anche Pietro Turci, il bomber di Casalmaggiore, oggi residente tra Parma e Firenze, che con la Nazionale C realizzò un giorno quattro gol tutti in una sola partita, contro Malta. E ancora Gianni Mantovani, uno dei migliori prodotti del vivaio biancoceleste, che Roffia contribuì a lanciare. E Paolo Azzi, attuale presidente del sodalizio della Baslenga, che con Roffia venne consacrato fino al suo trasferimento al Brescello. Insomma, una chiesa gremita, anche nel piazzale esterno, o forse una sorta di campo da calcio sui generis e senza tempo, dove generazioni di ex calciatori senza più le scarpette ai piedi hanno voluto rendere omaggio al loro mister, al loro compagno di squadra, a un dirigente che con poche parole e tanta competenza sapeva intravedere il talento in poche mosse.

L’omelia di don Luigi Pisani, assistito da don Virginio Morselli, ex parroco di Rivarolo del Re, che ebbe modo di conoscere e apprezzare Fausto Roffia, non è stata “sportiva”, per così dire, ma molto più umana. Dopo avere ricordato con un pensiero la moglie Giacomina e il figlio Andrea e i nipoti “che amava tanto”, don Luigi ha parlato di una “presenza massiccia per ricordare Fausto, da Rivarolo e da tutti i paesi limitrofi: non è banale tutto questo. Il ricordo di Fausto è grande nonostante negli ultimi anni si fosse ritirato a vita privata. Per me è estremamente difficile salutarlo, perché era una persona poliedrica e complessa. Ma prima di tutto era un amico”.

“Si pensa sempre” ha aggiunto don Luigi in un sospiro “che un prete non possa avere amici per non fare differenze. Ma anche Gesù aveva amici. E per me Fausto era un amico perché con lui potevi parlare di tutto: politica, attualità, fede, vita di paese. Non sempre eravamo d’accordo e anche questo ci faceva crescere. Gli amici non si improvvisano, si conquistano. E lui mi aveva conquistato perché non avevo mai paura che mi catalogasse e parlare con lui era un modo per interpellare una persona intelligente che spesso sembrava rispecchiare l’opinione pubblica pur essendo più profondo della pochezza dei pareri spesso offerti dalla tv o dai giornali”.

Don Luigi ha poi utilizzato la metafora del tifo calcistico. “La sua avventura sportiva spesso e volentieri ha portato tutti noi a fare il tifo per le sue squadre. Anche stavolta abbiamo fatto il tifo perché ce la facesse, perché Fausto era un combattente: viveva la sua malattia a metà tra il rifiuto di un accanimento terapeutico che considerava inutile e la ricerca di ogni mezzo per rimettersi in sesto. A proposito di calcio, ricordo il suo impegno, dopo che lasciò il pallone degli adulti, verso i più piccoli anche del paese. Si ritirò dopo poco, non perché non avesse a cuore quei ragazzi, anzi. Ma essendo uno schietto non voleva arrivare allo scontro con alcuni genitori. Aveva una grande voglia di vivere, anche se era un po’ uscito dalla vita civile dopo la pensione: ecco, mi diceva sempre che aveva ancora tante cose da fare”.

Il ricordo più intenso è quello legato alle fotografie naturalistiche di Roffia, altra grande passione. “La nostra amicizia nacque all’epoca delle feste all’oratorio, quando organizzamo mostre sul nostro territorio. Lui rappresentava la flora e la fauna della nostra zona con lo stupore di chi sa cogliere la bellezza nella semplicità del volo di un insetto, di un uccellino, nella sfumatura di un fiore, nel Creato. Per questo ho raccolto alcune sue immagini che al termine della messa proietteremo: sarò il nostro modo di ricordarlo. Ho cercato quel cd di sue fotografie, dopo averlo chiesto a lui: si era impegnato a duplicarmene una copia, ma la malattia non gli ha lasciato il tempo. Per fortuna quelle foto sono poi state ritrovate, come in un segno del destino”.

La macchina fotografica era, secondo don Luigi, l’anima di Fausto. “Sapeva cogliere il bello dentro la naturalezza delle cose di tutti i giorni, quel bello che troppo spesso noi diamo per scontato. Chissà se i giovani sapranno ritrovarlo, si domandava spesso Fausto. Ecco, vorrei che il suo testamento e la sua lezione fossero proprio questi, un invito a stupirci ancora di quanto possa essere positivo il mondo. Fausto mi ha insegnato a guardare, non solo a vedere. E credo – permettemi – che riuscisse a fare questo perché era un credente. La sua fede – sempre al penultimo banco nella messa vespertina – era una fede attiva, mai passiva. Interpellava il Padreterno, come ora faccio io: perché tanta sofferenza nella sua morte, Signore? Ha vissuto la fede del calvario sulla sua pelle. Ma in quelle foto – che tra poco proietteremo – Fausto ha scoperto anche la bellezza per gustare la Risurrezione che oggi Gesù sicuramente gli offre”.

Dopo il termine della celebrazione e la proiezione di una piccola “personale” di Fausto Roffia, il feretro è stato portato a Mantova per la cremazione. Ma Roffia è rimasto nel ricordo di quanti – ed erano davvero tanti – nel piazzale della chiesa, per quasi mezz’ora hanno continuato a snocciolare, tra sorrisi nostalgici e occhi umidi, aneddoti ed episodi di quell’allenatore dall’aria riservata ma dalla grande umanità, la stessa che mostrava anche nel suo ruolo da impiegato comunale. Perché Fausto Roffia era sempre se stesso, qualsiasi attività svolgesse.

Giovanni Gardani

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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