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Crocifisso, nuova
puntata: botta e risposta
don Bonazzi-Pasotto

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Nella foto un momento della trasmissione

CASALMAGGIORE/CREMONA – Un dialogo cordiale ma su posizioni ferme, pur non mancando nel finale un accenno di apertura nei confronti dell’avversario del dibattito. Potremmo sintetizzare così lo scambio di opinioni andato in scena giovedì mattina alla trasmissione “Ore 12” su Cremona 1 (canale 211 del digitale terrestre) tra il consigliere di minoranza Pierluigi Pasotto e il responsabile dei beni artistici e culturali della Diocesi di Cremona monsignor Achille Bonazzi. Oggetto del contendere, il crocifisso alto quasi 2 metri donato alla sala consiliare del comune di Casalmaggiore.

Nella trasmissione condotta da Giovanni Palisto e Cristina Coppola, proprio il dibattito sul crocifisso ha aperto la puntata di giovedì. Pasotto ha prima spiegato, come premessa, che il crocifisso è già presente, così come la foto del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in sala consiliare, “dunque non c’è nessuna remora da questo punto di vista. Ma dato che quella sala per concezione è laica, trovo che vi siano luoghi concepiti per il culto e luoghi dove invece la laicità dello Stato deve emergere”.

Interessante la prima risposta di monsignor Bonazzi, che ha peraltro ricordato un curioso episodio a lui capitato. “Pur essendo un sacerdote provengo da un’esperienza laica, essendo stato docente per 40 anni all’Università di Parma, che come noto è statale e non cattolica. Quando decisero di togliere i crocifissi dalle varie aule, a maggioranza, accolsi democraticamente la decisione pur non condividendola: tuttavia presi il crocifisso dalla mia classe e lo collocai nel mio studio. Questo perché la laicità non deve comunque contrapporsi alla manifestazione di una scelta di fede, che è insita nel crocifisso. Un crocifisso non toglie la libertà: se vado a Casalmaggiore, sia che provenga da Parma, che da Agoiolo, che da San Giovanni, subito vedo stagliarsi l’architettura del Duomo. Per amore di libertà dovremmo dunque forse togliere di mezzo il Duomo? L’altra considerazione riguarda il fatto che siamo tutti più che mai alla ricerca della nostra identità anche culturale: ebbene, non credo sia possibile per la nostra società italiana prescindere dai valori cristiani. Un terzo passaggio mi riporta a un’affermazione di Terenzio, nel II secolo A. C. “Sono un uomo e tutto ciò che cade sotto l’esperienza dell’uomo non la ritengo lontana da me”. Dunque se il Cristianesimo è un’esperienza reale, perché negarla?”.

Pasotto ha spiegato di non avere paura dei simboli. “Io stesso provengo da una famiglia di credenti, dunque mi definisco un laico informato dei fatti. Difendo però il principio per cui alcuni luoghi debbano essere concepiti perché tutti si sentano a casa. Il piccolo crocifisso già presente va benissimo, mentre invece il cittadino nella sua donazione ha espresso un vincolo, che a mio avviso il sindaco dovrebbe rigettare. Soprattutto per le dimensioni dell’oggetto, che darebbe alla sala un significato che non ha e non è giusto che abbia”.

Dalla delibera è emersa una scappatoia: si parla infatti della possibilità di piazzare il crocifisso, se non in sala consiliare, anche in un luogo pubblico, anche se la volontà del donatore è quella di esporre il crocifisso proprio in sala consiliare. Monsignor Bonazzi ha mostrato una prima apertura. “Le dimensioni del crocifisso sono notevoli. Se proprio devo fare una critica, ma positiva, alla donazione, direi che andrebbe fatta con un senso totale del gratuito, che possa riverberare su tutta la donazione. Il crocifisso cioè poteva essere donato con libertà di scelta della collocazione da parte della comunità rappresentata dal consiglio. Poteva essere regalato, per intenderci, anche a una chiesa. Va poi detto che il crocifisso non va visto soltanto dal punto di vista artistico, ma soprattutto come un simbolo. Io stesso sto lottando perché la prima sottolineatura deve essere per il valore religioso prima che storico-artistico. Pochi giorni fa mi hanno chiesto un quadro, la “Deposizione” di Antonio Campi, ma l’impressione è che non sia stata recepita la valenza proprio religiosa del dipinti. La nostra società ha un po’ perduto il senso dei segni e dei simboli, ha pianificato tutto, sarebbe importante recepirli nuovamente. La fede infatti non è solo qualcosa di intimo e interiore e proprio certi simboli possono esserne testimonianza. Sono un combattente nato, anche se certamente non voglio fare guerre di religione. La critica deve essere sempre costruttiva”.

Pasotto si è detto d’accordo su questo punto. “Nemmeno io voglio fare guerre: in dieci anni da assessore non ho mai chiesto che il crocifisso fosse rimosso. Ma il significato dei simboli può anche essere pericoloso. Per questo dico che esporre un simbolo che non rappresenta tutti rischia di sdoganare altri simboli, che si riferiscono a credi, anche politici, di altro tipo. Io, per esempio, non chiedo che venga esposto un simbolo politico al quale magari potrei sentirmi vicino”.

Su precisa domanda di Palisto (“c’è una tendenza a rispettare di più religioni diverse da quella Cristiana per una forma di politically correct?”), monsignor Bonazzi ha spiegato che “bisognerebbe fare chiarezza: dato che sono un prete un po’ laico, mi domando che differenza c’è in fondo tra l’abito di una suora e quello di una musulmana. Il punto è che da un lato c’è un percorso storico che offre un senso, dall’altro, invece, vi è un’identità che scompare, creando peraltro problemi anche a livello di sicurezza”. Anche Pasotto s’è detto d’accordo. “La legge deve valere per tutti. Ma proprio a tal proposito e guardando in prospettiva: adesso abbiamo 1,5 milioni di italiani di religione musulmana. Quando le seconde e terze generazioni incrementeranno questo dato, ad esempio tra dieci anni, andrà fatto un ragionamento complessivo, al quale invito anche monsignor Bonazzi”.

Giovanni Gardani

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