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Furti hi-tech legati
anche al comprensorio:
13 moldavi in manette

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Sopra, i carabinieri intenti a delineare l’operazione e un’immagine del primo furto a Gadesco

Una banda di moldavi, accusata di furti e tentati furti in mezza Italia, soprattutto ai danni di catene di elettronica, è stata sgominata dai carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Cremona con una complessa indagine fatta di controlli su celle agganciate da cellulari, intercettazioni telefoniche e ambientali e appostamenti. Due i colpi effettuati in provincia di Cremona secondo quanto riferito dai militari: incursioni nel settembre e nel dicembre 2013 in due negozi dell’insediamento commerciale di Gadesco. In un caso è stato utilizzato un pick up rubato a Casalmaggiore.

E’ dal primo di questi furti che l’attività degli investigatori dell’Arma è partita e ha permesso di fare luce sull’attività, organizzatissima, dei moldavi. Tredici le persone arrestate, alcune accusate di associazione a delinquere, altre di singoli furti e tentati furti e ricettazione, e una donna deve rispondere del possesso di un passaporto falso romeno trovato durante le perquisizioni eseguite assieme ai provvedimenti di custodia cautelare nella giornata di ieri. Cinque moldavi, spiegano dal comando dell’Arma di viale Trento e Trieste, erano già stati arrestati a Montichiari nel febbraio del 2014 durante un blitz dei militari partito durante un colpo organizzato in un Trony. Gli altri sono stati bloccati martedì, al termine di una lunga fase necessaria per mettere insieme tutti gli elementi raccolti per comporre un quadro probatorio il più solido possibile. All’appello manca ancora qualche soggetto che risulta trovarsi all’estero (sarebbero una ventina, in tutto, i componenti della banda fra arrestati e non). Già lunedì, invece, uno dei due uomini della banda residenti a Viadana sono stati arrestati in via Pisacane nel comune mantovano.

Più di dieci gli episodi contestati tra furti e tentati furti, tra il settembre del 2013 e il febbraio del 2014, in svariate parti del Paese. Principalmente ai danni di gradi catene di elettronica come Mediaworld e Trony. Ma nell’elenco, ad esempio, c’è anche una razzia in un negozio di biciclette da corsa di valore e una contro un negozio di scarpe Pittarosso. Complessivamente il valore stimato dei colpi (tra bottino e danni) è attorno al milione di euro. I prodotti rubati prendevano la via dell’Est Europa. In manette sono finiti soggetti principalmente residenti nelle province di Mantova (Viadana), Modena (Carpi) e tra i venti e i quarant’anni, come riferito dal comando. Nessuno abita in provincia di Cremona.

L’operazione, denominata “Balcania high tech”, è stata delineata dal comandante provinciale, il tenente colonnello Cesare Mario Lenti, affiancato dal capitano Valentino Iacovacci. L’indagine è iniziata dopo un colpo a Gadesco a settembre 2013, messo a segno usando un pick-up per forzare la grata di un varco legata con una corda e un furgone per trasportare il carico (tutti e due mezzi rubati). Partendo dall’analisi delle celle telefoniche agganciate da cellulare a quell’ora e dalle immagini della videosorveglianza (in questi casi utili fino a un certo punto, dal momento che è praticamente impossibile leggere la targa) è iniziato il percorso di indagine. Un percorso difficile, anche perché i moldavi non utilizzavano telefoni intestati a loro ed erano soliti scambiarseli. La precisione della banda è testimoniata anche dall’utilizzo di un telefono durante il primo colpo a Gadesco, ripreso dal sistema di videosorveglianza. “La chiamata è servita per contattare chi faceva da palo per valutare se la situazione era sicura e se era quindi possibile procedere o meno con il colpo. Altre volte per la stessa cosa sono state invece usate ricetrasmittenti”, ha spiegato il tenente colonnello Lenti.

La banda secondo quanto accertato aveva una cassa comune, una gerarchia e determinati ruoli nelle fasi organizzative (ad esempio c’era chi effettuava attenti sopralluoghi e chi curava principalmente la parte ‘amministrativa’, come nel case di un paio di donne). I militari dell’Arma non sono scesi troppo nei particolari e non sono state fornite generalità o iniziali dei soggetti arrestati. E’ però stato spiegato che i colpi e i tentati colpi coinvolgono molte aree d’Italia: oltre a Gadesco, si va da Rovigo a Ferrara, da Ravenna alla provincia di Reggio Emilia, dalla provincia di Pistoia a Montichiari.

Non semplice anche la fase condotta con le intercettazioni, in quanto nella gran parte dei casi i dialoghi venivano portati avanti utilizzando soprannomi. Indispensabile, quindi, l’attività di appostamento dei militari durante diversi appuntamenti per abbinare i volti (e quindi le identità) ai soprannomi. In vari casi, hanno sottolineato dal comando, la banda, prima dei colpi (attuati con mezzi rubati a diversi chilometri di distanza qualche giorno prima), ha studiato il territorio e la tempistica di intervento di vigilanza e forze dell’ordine facendo scattare a vuoto gli allarmi. E più di una volta i colpi sono stati annullati pochi istanti prima davanti al minimo sospetto. Per non lasciare troppe tracce durante la fuga veniva regolarmente pagata l’autostrada, in contanti. Eccezion fatta per un caso, finito dritto sotto la lente degli investigatori.

L’indagine si è rivelata complessa anche perché molti soggetti sono “titolari” di alias (identità fasulle) e perché le intercettazioni telefoniche e ambientali hanno permesso di captare solamente alcune tracce, in quanto durante i momenti di accurata pianificazione la banda utilizzava prevalentemente piattaforme non immediatamente intercettabili come Skype, Whatsapp e Facebook e provider russi. Quanto al continuo ricambio dei telefoni, significativo un episodio avvenuto alla fine del settembre 2013 a Parma: alcuni soggetti sono rimasti coinvolti in una rissa e identificati, subito dopo hanno provveduto a cambiare le utenze in uso.

Michele Ferro

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

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