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Monsignor Franzini
su attentati: “Riflessione
parta dall’Occidente”

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Nella foto monsignor Alberto Franzini

CASALMAGGIORE/CREMONA – Non si è mai tirato indietro anche dinnanzi a riflessioni su tematiche molto delicate, e a Casalmaggiore lo sappiamo bene. Ora che si è trasferito a Cremona, dove è parroco della Cattedrale, monsignor Alberto Franzini, per 17 anni guida spirituale del Duomo di Santo Stefano a Casalmaggiore, ha offerto una propria visione dei fatti sugli attentati terroristici che hanno insanguinato Parigi. La riflessione di monsignor Franzini è stata raccolta nei giorni scorsi dall’ufficio stampa della Diocesi di Cremona e pubblicato sul sito della stessa Diocesi. Di seguito la riportiamo integralmente:

“Da anni i popoli dell’Occidente, e soprattutto dell’Europa, sono destinatari di azioni terroristiche, le ultime delle quali – e probabilmente non siamo ancora al traguardo – hanno insanguinato Parigi, colpendo a morte cittadini pacifici e inermi. Di fronte a questo gesto di follia, che dire? E quali strade intraprendere per fermare questa barbarie omicida e distruttiva? Certo, i responsabili della vita pubblica non possono  non mettere in campo tutti quei mezzi – senza escludere quelli militari, se fosse necessario, e se usati  con quella ponderazione suggerita anche dal Catechismo della Chiesa Cattolica –  per rispondere al dilagare della violenza e alle esigenze di sicurezza dei cittadini.

Queste azioni, però, suggeriscono la necessità di altre riflessioni, che stanno dentro alla storia e alla cultura del nostro Occidente. Ne propongo almeno due. La prima: che tipo di presenza nel mondo ha sviluppato l’Occidente negli ultimi decenni? La seconda: come sta l’Occidente al suo interno? Quale cultura, quale antropologia sono alla  base del pensiero dominante oggi nei nostri popoli?

LE COLPE DELL’OCCIDENTE – Alla prima questione, è fin troppo facile rispondere che l’azione politica degli Stati occidentali in questo secondo dopoguerra è stata sostanzialmente ispirata dagli interessi economici e finanziari, che hanno depauperato i popoli del terzo e del quarto mondo, così che si è andato creando un crescente  e scandaloso divario tra i popoli ricchi e i popoli poveri. La denuncia è degli stessi Papi, a partire dalla Populorum Progressio di Paolo VI (1967) e continuamente ribadita e aggiornata dai suoi successori fino a Papa Francesco. Il processo di concentrazione della ricchezza – non solo economica – nelle mani di pochi attori contribuisce significativamente alla persistenza delle disuguaglianze, sia all’interno delle società ricche, sia nei confronti dei popoli più deboli e più poveri. L’ingordigia della ricchezza e soprattutto del potere spinge alla violenza, per ribaltare situazioni ritenute insostenibili.

L’Occidente, bisogna ammetterlo con onestà intellettuale, ha i suoi torti nei confronti della comunità internazionale, perché non sempre ha messo le sue ricchezze – culturali, politiche, economiche – accumulate nel corso della sua storia, a disposizione di uno sviluppo integrale dei popoli sullo scenario mondiale. Certo, questa considerazione non giustifica e non deve essere intesa come una giustificazione della violenza jihadista verso l’Occidente, anche per il motivo che gli stessi responsabili del terrore fondamentalista sono a loro volta tutt’altro che spogli di ricchezza e di potere e non rappresentano certo la protesta dei popoli poveri verso i popoli ricchi. Comunque, I fattori politici, finanziari ed economici sono fra le cause principali della rincorsa ad una primazia mondiale che si vuole conquistare con tutti i mezzi, compresi quelli di natura religiosa, per scalzare i protagonisti attuali.

LA QUESTIONE CULTURALE – La seconda questione è più complessa e più profonda. Come sta l’Occidente al suo interno? Di fronte alla violenza di questi giorni, il presidente francese Holland ha fatto continuo riferimento ai “nostri valori”. Certo, l’Occidente ha i suoi valori, perché la sua storia – la nostra storia! – ha prodotto lungo i secoli una visione della persona umana e della società che sta al fondamento della nostra identità. Quali sono questi valori? La secolarizzazione e la laicizzazione odierne li condensano nel famoso trinomio, “libertà, uguaglianza, fraternità”, un motto nato al tempo della rivoluzione francese, ma diventato un caposaldo della moderne democrazie occidentali. Questo trinomio è sufficiente per offrire ad altre culture e ad altri popoli l’identità europea? O piuttosto si sta rivelando sempre più debole e sempre meno capace di affrontare le nuove sfide?

All’interno della cultura europea l’illuminismo ha finito per separare e per opporre  la laicità alla religione cristiana, che aveva plasmato, con la ricchezza delle sue istituzioni (monasteri, scuole, ospedali, parrocchie, arte, musica, letteratura….) l’uomo europeo. La laicità – che è realtà positiva se compresa bene – si è trasformata via via in laicismo. La secolarizzazione – altra realtà positiva se compresa bene – è diventata via via  secolarismo. E il secolarismo ha infettato la visione antropologica, mutilando l’uomo, ossia dichiarando inutile e dannosa l’apertura del cuore umano a Dio e alzando sempre più il sospetto che la religione, ogni religione e soprattutto quella cristiana, impedisce lo sviluppo della libertà, crea disuguaglianza fra gli uomini e quindi rende difficoltosa la fraternità. Si sostiene, così,  che l’estromissione di Dio dallo spazio pubblico sia la condizione per lo sviluppo di una autentica democrazia. Nasce così la “religione della laicità”, che, fondandosi sul famoso trinomio, si presenta come alternativa alle religioni tradizionali, soprattutto al cristianesimo, che di fatto sta diventando la religione meno stimata – a livello dei detentori del potere culturale e mediatico,  più che dei popoli – in Occidente, e la più perseguitata – lo affermano i rilevatori anche più “laici” – oggi nel mondo. E così – lo scrisse Giovanni Paolo II  nella sua esortazione apostolica Ecclesia in Europa, del 2003 – “molti europei danno l’impressione di vivere senza retroterra spirituale e come degli eredi che hanno dilapidato il patrimonio loro consegnato dalla storia” (n. 7).

I  “diritti” che oggi vengono abbondantemente e allegramente predicati dai pulpiti culturali – sui grandi temi della vita, della morte, della sofferenza, del matrimonio, della famiglia, della sessualità, dell’educazione dei figli… – vengono disinnestati dal tronco irrorato dalla linfa vitale del cristianesimo e fondati su dove? Ecco la questione seria di oggi. Su che base fondare i “nuovi diritti”? E alla domanda che ci viene posta  dalle grandi tradizioni culturali e religiose dell’Africa e dell’Asia: “tu, uomo europeo, chi sei?”, quale risposta siamo in grado di dare, se non un tragico e imbarazzato balbettio? Sembra che l’attuale vita dei popoli occidentali sia fondata su un grande vuoto culturale e su una drammatica desertificazione spirituale. L’uomo medio europeo concepisce la sua libertà e vive la sua vita rincorrendo la conquista di un  benessere “piccolo-borghese”, ma sostanzialmente privo di tensioni ideali e di robuste nervature culturali. Possiamo dirlo apertamente: tanta cultura del nostro Occidente è propugnatrice di un neutralismo valoriale che lambisce il relativismo, l’indifferentismo e il nichilismo. Viene alla mente l’espressione del salmo 48: “L’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono”.

Lo smarrimento del popolo parigino di fronte a questa guerra inedita rivela anche e soprattutto lo smarrimento del nostro spirito, forse troppo acquiescente a modelli e stili esistenziali inediti, estranei alla nostra tradizione e che colpiscono al cuore la nostra identità. L’Occidente si presenta spiritualmente fragile di fronte a tradizioni culturali e religiose che si affacciano al suo orizzonte. E questa sua debolezza è forse la causa principale della difficoltà ad integrare i nuovi immigrati, che sono certo in cerca di casa e di lavoro, ma anche di una visione identitariamente convinta e convincente. Il pluralismo e la libertà offerti dall’Occidente appaiono spesso scatole vuote, perché nascondono un indifferentismo avalutativo che può diventare la sentina di violenze e di guerre.

Sì, oggi abbiamo paura dei nemici esterni e vogliamo e dobbiamo difenderci dalle violenze barbare. Ma dovremmo aver paura soprattutto del nemico interno, che è il nostro vuoto esistenziale, è l’abbandono delle nostre più autentiche radici, che abbiamo espunto dalla nostra carne perché considerate nemiche del progresso. Non sono certo le armi a vincere questa guerra. In una visione teologica della storia, forse i nemici di oggi possono diventare, paradossalmente,  lo strumento e l’occasione per una rinascita culturale, per una valutazione critica delle nostre false sicurezze e delle nostre ideologie progressiste, per una rifondazione spirituale dei popoli occidentali, oggi ammalati di quella brutta psicopatologia che  consiste nella perdita dell’autostima. Solo così può diventare possibile, fruttuoso e robusto il dialogo con chiunque, di qualunque cultura e di qualunque religione. Diversamente, il dialogo rischia di fondarsi sulle sabbie mobili di una resa”.

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