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La rivelazione di don Tonghini:
"Vicino alla nostra missione
i primi campi dell'Isis"

"E’ un problema già denunciato dai vescovi del Congo. Sono lì perché ci sono ricchezze naturali enormi, dall’oro ai diamanti all’uranio, e in questo modo si finanziano. E’ un problema che sta preoccupando molto" ha detto don Paolo.
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Nella foto un momento della conviviale

SOLAROLO RAINERIO – Come se non bastassero i ribelli che sbucano dalla vegetazione per compiere violenze di ogni tipo, ecco i primi campi di esercitazione dell’Isis. E’ dura la vita del missionario nel sud del Congo, ai confini con il Ruanda, uno dei territori più complicati del pianeta. A raccontare gli ultimi sviluppi dell’attività dell’associazione internazionale di volontariato New Tabor è stato don Paolo Tonghini, il parroco che la presiede, ospite alla Clochette di una conviviale del Rotary Club Piadena Oglio Chiese, che ha già ospitato in passato il parroco missionario e che ne ha già sostenuto l’attività.

New Tabor ha sede a Piadena, così come sono piadenesi le origini di don Paolo, da qualche anno parroco nelle frazioni viadanesi di Casaletto, Salina, Buzzoletto e Bellaguarda. Già presente in zone dell’Africa e del Brasile, il progetto New Tabor dal 2015 è attivo anche in Congo, presso l’Arcidiocesi di Bukawu in Sud Kiwu. Una terra dilaniata da una terribile guerra recente, ma ancora oggi alle prese con la piaga del traffico di essere umani e l’uso delle armi, spesso con l’utilizzo di bambini soldato.

Dopo il primo sopralluogo nel febbraio 2015, l’estate scorsa don Tonghini è tornato a Bukawu con un gruppo di giovani collaboratori e tecnici universitari, come Lorenzo Gardini di Viadana, anche lui presente alla serata illustrativa. Il presidente del club Antonio Morini ha presentato don Paolo, classe 1975, spiegando che la sua attività è importante anche a livello di prevenzione per limitare gli sbarchi in Europa.

Don Tonghini ha poi parlato di questa terra che ha sofferto il genocidio: «Operiamo in tanti settori, dalle infrastrutture alla sanità, dalla ricerca agli aspetti legali. C’è un grande sfruttamento dei ragazzi di strada usati come bambini soldato, ma purtroppo non si limita a quello. Ci sono anche basi Onu, ma l’unica vera presenza di azione locale è rappresentata dalla chiesa cattolica, di cui la gente si fida. Lo Stato è quasi assente, è gestito di fatto dalle forze ribelli. Ora siamo impegnati nel potenziamento della centrale idroelettrica per garantire la continuità del servizio. Dobbiamo poi intervenire sull’ospedale che è in condizioni disastrose, non esiste igiene, non c’è neppure una mensa. Per questo aspetto ho fatto richiesta alla Santa Sede. Inoltre presto partirà un grande centro scolastico con più classi e strutture rinnovate, e con esso un centro di alimentazione e igiene. Stiamo pensando all’energia solare. In collaborazione con l’Università di Parma pensiamo a un progetto di formazione. D’altra parte la nostra linea è sempre stata quella di incentivare la cooperazione internazionale».

L’obiettivo è quello di trattenere i “cervelli”: «I ragazzi che escono da quella terra poi non tornano, e lo sviluppo si blocca. Per garantire lo sviluppo del commercio facciamo appello alle ambasciate, e abbiamo trovato aziende di Viadana sensibili, mentre l’Italia nel complesso è assente, al contrario dell’Uganda. Sappiamo che è importante fare progetti, ma ancor più importante eseguirli. Subito realizzeremo pozzi d’acqua. Al fianco di metropoli come Bukawu ci sono favelas con molta violenza e capanne invece che case. Per di più questa è una zona sismica».

«Sono partito con un gruppo che comprendeva l’architetto Angelo Tenca – ha aggiunto Lorenzo Gardini – e un paio di animatori. Una ragazza seguiva il settore giuridico in merito alla violenza su donne  e bambini, io e un altro ragazzo la medicina e poi c’era un tecnico informatico. Abbiamo portato computer, ma là scarseggia addirittura l’energia elettrica. In realtà la guerra non si è mai conclusa, abbiamo spesso feriti di arma da fuoco perché i ribelli che si rintanano nella foresta rubano, violentano e uccidono di continuo. E’ una zona di estrema emergenza umanitaria. Io sono stato in sei ospedali: in realtà ce n’è uno provinciale a poi nuclei di medici generici che si occupano di tutto. Le cure specializzate sono riservate a una minoranza irrisoria. Il servizio sanitario nel complesso è del tutto insufficiente, si regge molto sui servizi della diocesi. Gli stesso medici emigrano anche perché lo stipendio non solo è basso, ma anche saltuario. La malaria è spesso epidemica, sono insufficienti anche le zanzariere».

Il progetto si propone di portare un minimo di sviluppo: «Ma prima lavoriamo sulla cultura delle persone, solo da lì può cambiare la mentalità diffusa. Uno dei problemi ad esempio è che sono portati a pensare che fare molti figli garantisca prestigio sociale, mentre invece li ancora alla miseria. Altra immediata necessità è migliorare le condutture dell’acqua che portano in paese, e in futuro realizzare due centri di sanità».

L’ultima emergenza narrata da don Paolo ha fatto sobbalzare i presenti: «Ieri ero a Roma con l’arcivescovo di Bukawu e abbiamo fatto presente che quella zona ospita campi di formazione degli jihadisti. E’ un problema già denunciato dai vescovi del Congo. Sono lì perché ci sono ricchezze naturali enormi, dall’oro ai diamanti all’uranio, e in questo modo si finanziano. E’ un problema che sta preoccupando molto, e la presenza della foresta rende tutto più difficile. Da qui la nostra volontà di puntare sulla formazione culturale partendo dai bambini».

Dato l’interesse della serata, tante sono state le domande poste dai presenti. Ad esempio è stato chiesto a don Paolo come siano visti gli italiani in quei territori. «Bisogna partire – ha risposto il sacerdote – dal problema importantissimo dell’inculturazione. Solitamente l’occidentale va in quei luoghi per fare business. Noi cattolici, se stiamo dalla parte del popolo, e siamo lì per creare sviluppo e fare cooperazione, siamo visti come un aiuto. Al contrario dei cinesi, che fanno le strade ma allo sviluppo democratico non sono particolarmente interessati. Certo se l’Europa non si sveglia con la cooperazione internazionale, lo faranno altri».

Altra domanda: l’associazione convoglia risorse economiche, ricevete pressioni per distoglierle? «Non è facile entrare in Africa, né lavorarci. Il rischio è che dai una mano e ti prendono il braccio. Un altro problema è gestionale, per questo puntiamo sulla formazione e quindi sulla scuola. Se non formiamo quei ragazzi, ce li ritroveremo qui come rifugiati o sfruttati dai malviventi. Maggiore è la solidarietà e la cooperazione, più la fuga dei cervelli è disincentivata. Serve una rete di imprenditori e associazioni».

Sulla storica contraddizione tra ricchezza naturale e povertà assoluta, provocata anche dal passato colonialista: «Ho imparato, facendo il prete, a capire la differenza dai bambini, tenendo in braccio bimbi destinati a morire. Ti senti figlio di un mondo occidentale che è responsabile, per questo bisogna entrare in punta di piedi senza pregiudizi. Pensi che la gente potrebbe darsi da fare, invece assisti a tante tragedie».

Sulla sicurezza: «A chi mi accompagna in missione io non spiego nulla. Ricordo la famiglia di un imprenditore che era molto preoccupata. Da allora però quell’imprenditore ogni anno fa le ferie in quelle zone. La realtà la si tocca solo vivendo sul posto». L’ultimo appello: «E’ importante creare una cultura della pace e della solidarietà, nel senso indicato da papa Francesco». Al termine della serata, tanti imprenditori e soci presenti hanno chiesto informazioni sul modo migliore per sostenere le iniziative in Africa.

Vanni Raineri

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