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Volley, Italia-Brasile per l'oro
Il casalese Vecchi (bronzo '84):
"Muro e pazienza per batterli"

“L’Italia è migliorata molto in continuità nell’ultimo mese e mezzo, ossia al momento giusto. Inoltre il Maracanazinho ci porta bene e magari, chissà, il ricordo di quel tie break vinto 16-14 nel 1990, prima vittoria Mondiale del volley azzurro, potrebbe anche insinuarsi", così il campione di volley residente a Casalmaggiore.
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Nella foto a sinistra Vecchi in maglia Santal Parma negli anni '80 e a destra la Nazionale di Blengini che cerca l'oro a Rio

CASALMAGGIORE – D’accordo la Generazione di Fenomeni, la squadra del secolo che tutti oggi, domenica 21 agosto, giorno della terza finale olimpica della storia della pallavolo maschile italiana, ricordano quasi a voler evocare quel successo che manca da sempre nel palmares azzurro. Ma prima di tutte le altre ci fu una Nazionale che nel 1984 a Los Angeles strappò un bronzo, prima medaglia olimpica ai Giochi, che brillava d’oro. A quella missione americana partecipò pure Paolo Vecchi, nato e cresciuto a Parma, ma oggi casalese acquisito e infatti quotidianamente presente in Baslenga nelle vesti di allenatore della Joy Volley Casalmaggiore. Un testimone privilegiato, se parliamo di esperienze olimpiche, nell’immediata vigilia di Italia-Brasile. “Una partita del genere non è pronosticabile: sei 0-0 e palla al centro – spiega Vecchi – non conta la vittoria del girone, non contano i precedenti. E le prime motivazioni sono enormi: il Brasile vuole tornare campione, dopo quattro finali consecutive (due su tre perse, ndr), e farlo in casa propria per l’apoteosi; l’Italia vuole il primo oro olimpico di sempre. Do un piccolo vantaggio al Brasile per il fattore campo, quello che nel 1978 al Pala Eur di Roma spinse l’Italia alla finale del Mondiale (poi vinse l’Urss, ndr) superando l’inarrivabile Cuba. Fu il primo segnale, grazie al quale qualcuno iniziò ad accorgersi del volley”.

Un anno dopo, nel 1979, Vecchi iniziò il suo percorso in azzurro, durato fino al 1985. Una vita fa, un’altra pallavolo, tanti ricordi. Ma anche quel filo che, in fondo, nello sport non si spezza mai e che nel volley ha creato un crescendo raramente interrotto (sei semifinali olimpiche di fila per gli azzurri, ndr). “Con orgoglio possiamo dire di avere svezzato la Generazione di Fenomeni che poi ha vinto tutto, meno che l’Olimpiade purtroppo, pur meritandosela. Noi arrivammo all’Olimpiade di Los Angeles dopo un anno e mezzo di segnali importanti. Ricordo il terzo posto alle Universiadi in Canada l’anno prima, in una competizione che serviva come prova generale per i Giochi, e non dimentico anche il quarto posto agli Europei del 1983, con il podio mancato solo per differenza set. E ancora il pre-olimpico di Barcellona, col secondo posto conquistato necessario per arrivare a Los Angeles. Eravamo equilibrati e costanti: rinunciammo alla sfilata di apertura, che è davvero massacrante e rimane l’unico mio rimpianto di quella Olimpiade. Ma ne è valsa la pena: il giorno dopo iniziammo il nostro cammino”.

Fermato, guarda caso, solo dal Brasile, che ogni tanto ritorna come un fantasma nella storia del volley azzurro. “Era la semifinale, vincemmo il primo set, alla grande. Loro però stavano iniziando a sviluppare la battuta al salto, una novità all’epoca e noi non riuscimmo ad adeguare la nostra ricezione. Infatti perdemmo nettamente i set successivi, quando ancora il rally point system non esisteva e per fare punto serviva mettere palla a terra sull’azione susseguente al proprio servizio. Quel Brasile massacrò gli Stati Uniti nel girone, poi la Long Beach Arena, con 15mila persone, fece la differenza nella finalissima e gli Usa strapparono l’oro proprio ai brasiliani. Noi, superando il Canada, vincemmo il bronzo, prima medaglia pesante del nostro volley”.

A Barcellona 1992 e Atlanta 1996, invece, eravamo clamorosamente favoriti. La bestia nera, in quei due casi, si chiamò Olanda, prima ai quarti poi in finale. “La finale di Atlanta, un’altra Olimpiade americana, la vidi in tv e l’ho ancora memorizzata. C’era grande fiducia, ma nel volley basta poco. La Nazionale di oggi è molto coesa, ha una super spinta e ha imparato a proprio vantaggio che tutto è possibile: prendete la semifinale con gli Usa. Prima delle battute di Zaytsev, sono convinto che nessuno in campo credesse per davvero alla rimonta, dato che il ritmo dei nostri avversari era molto solido e a loro mancavano 3 punti per chiudere i giochi. Ma la pallavolo è come il tennis, vive di repentinità e in 2-3 palloni cambia tutto. E’ come un acquazzone di montagna: ecco perché conta più la testa delle doti fisiche e tecniche, che a questi livelli si equivalgono. Ed ecco perché oggi è impossibile fare un pronostico”.

Qualche fattore però può pesare. “L’Italia è migliorata molto in continuità nell’ultimo mese e mezzo, ossia al momento giusto. Inoltre il Maracanazinho ci porta bene e magari, chissà, il ricordo di quel tie break vinto 16-14 nel 1990, prima vittoria Mondiale del volley azzurro (quella semifinale fu il viatico verso il successivo trionfo su Cuba in finale, ndr), potrebbe anche insinuarsi e togliere qualche certezza al Brasile. E’ vero però che parliamo di un’altra epoca e di un’altra generazione: c’era Magri, presidente Fipav, e lui potrebbe essere il testimone di un’altra impresa, glielo auguro. Però in campo sono ovviamente cambiati gli interpreti. Motivo per cui mi auguro che anche i nostri ragazzi non risentano del cosiddetto “complesso da Olimpiade”. Non avrebbe senso: è l’occasione della vita, per noi come per loro che pure hanno già vinto, ma mai in casa”.

C’è chi dice che un eventuale successo azzurro andrebbe festeggiato come un Mondiale nel calcio. “E’ tutto diverso: non mi interessa che, in caso di vittoria, vi siano caroselli. Vorrei invece che la spinta giunta da questa Nazionale, anche in caso di ko in finale, non si smorzi dall’oggi al domani: a livello dirigenziale dobbiamo aggiornarci e fare passi avanti notevoli. La popolarità può farci bene e spingere tutto il movimento a uscire da un certo dilettantismo di fondo. In Italia è più visibile il basket che non va alle Olimpiadi dal 2004, mentre la pallavolo, che ha vinto due argenti e tre bronzi, oltre a tre Mondiali, non ha un grande richiamo. Va migliorato il metodo di gestione del nostro volley, specie dietro la scrivania. Ecco perché l’eventuale oro olimpico, o comunque l’argento, non deve farci commettere un grave errore: bearci del successo senza mettere fieno in cascina. Più della festa, sarà importante quello che verrà dopo questa medaglia, qualunque sia il colore”.

Come si batte questo Brasile? “Come sempre partiamo dalla battuta, ma poi servirà anche avere pazienza. Non dovremo far ragionare troppo il loro palleggiatore e magari evitare di innescare i loro centrali. Rispetto a mezza generazione fa perdono qualcosa sugli schiacciatori, molto forti ma spesso preda di errori come Wallace, e il nostro muro ben organizzato può leggere in anticipo certe scelte. Al di là della tecnica, sarà fondamentale usare la testa: pazienza, ripeto, ed evitiamo di fargli prendere fiducia. Con 20mila a tifare per loro possono sbranarci, ma se prendono paura il vettore può essere invertito, andare contro di loro e raddoppiare di potenza”. E il Maracanazinho può diventare un’altra volta tricolore.

Giovanni Gardani

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