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Le verità sull'Islam di Brahim
Maarad spiegate al Rotary
Casalmaggiore Oglio Po

Tra i vari passaggi: "Sono sempre stato contrario al dialogo interreligioso forzato, dove si mostra l’intenzione di convivere rinnegando qualcosa solo in pubblico e poi non cambiare: l’onestà è alla base del dialogo. Credo nella multiculturalità ma quella che valorizza le differenze e non costringe all'appiattimento".
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SOLAROLO RAINERIO – Conoscere il mondo arabo, la sua cultura, sarà essenziale per arrivare a una vera condivisione, ad un rispetto reciproco che nasce da un clima di fiducia. Oggi purtroppo non è possibile, prevale un clima di diffidenza, sia nostra rispetto a chi arriva in Italia da immigrato, sia loro che si sentono oggetto di discriminazione.

Aver interlocutori del mondo arabo che conoscano bene la nostra lingua, che sappiano leggere i nostri timori, è fondamentale per aprire un vero dialogo, non “buonista” ma improntato al rispetto vero. Una di queste persone è Brahim Maarad. Brahim è un giornalista di Rimini arrivato in Italia dal Marocco a 10 anni, diplomatosi a pieni voti in un istituto tecnico ma con il sogno del giornalismo. E così ha iniziato a collaborare con il Corriere di Romagna, è stato assunto dal Nuovo Quotidiano di Rimini a 22 anni, e a soli 23 ha passato l’esame di stato per diventare uno dei giornalisti professionisti più giovani d’Italia. E’ stato poi assunto da La Cronaca-NQ News e oggi scrive per l’Espresso (da tempo impegnato sul caso Regeni), sia nella versione cartacea che in quella online.

Brahim Maarad, oggi 27enne, è stato ospite del Rotary Club Casalmaggiore Oglio Po nella conviviale di mercoledì sera alla Clochette di Solarolo. Oltre ai soci, fra gli ospiti anche alcuni giornalisti fra cui Emanuele Galba, giunto da Piacenza, suo direttore a La Cronaca NQ News. “Sono musulmano… potevo essere al Bataclan e sarei morto”. Questo il titolo della serata, tratto da un articolo, il primo che Maarad scrisse per l’Espresso in quei difficili giorni. Sarebbe morto non imbracciando un’arma, ma tra coloro che ascoltavano musica divertendosi. Per questo sa di essere un bersaglio pefetto per i terroristi. Lui gira l’Italia cercando di abbattere mattone dopo mattone quel muro che sembra impenetrabile tra due mondi spesso contrapposti. Vuole soprattutto combattere quella diffidenza, sia con questi incontri sia frequentando la moschea, da musulmano praticante.

Il giornalista romagnolo ha fatto una breve relazione, conscio che le domande sarebbero fioccate, e che sarebbe stato giusto lasciare prevalere il confronto. D’altro canto ha chiesto lui stesso domande “scomode”.  Sarebbe ovviamente difficile analizzare i punti salienti dell’interessantissimo confronto. Ci limitiamo ad alcuni passaggi di maggiore rilevanza. Dopo che il presidente del club Daniel Damia ha letto alcuni estratti di quell’articolo sulla strage di Parigi, Brahim ha ricordato: «Ascoltandolo, ho pensato ai tanti dibattiti che hanno seguito. Quella fu la prima volta che esprimevo un pensiero così intimo, che prendevo posizione pubblicamente. Il rischio era che il mio silenzio fosse interpretato come una sorta di approvazione».

Sul dialogo: «Sono sempre stato contrario al dialogo interreligioso forzato, dove si mostra l’intenzione di convivere rinnegando qualcosa solo in pubblico e poi non cambiare: l’onestà è alla base del dialogo. Credo nella multiculturalità ma quella che valorizza le differenze e non costringe all’appiattimento. Noi viviamo la diversità come disabilità ed è un nostro grande problema. Potremmo imparare molto dalla naturalezza dei bambini».

Gli attentati: «La novità più choccante di Parigi era scoprire che quegli attentatori non erano stati addestrati nei campi in Asia, ma erano ragazzi francesi di terza generazione, che spesso non parlavano nemmeno arabo. Europei in tutto, ma contro l’ambiente che li ha cresciuti. Erano coloro che dieci anni prima bruciavano le auto nella ribellione della banlieue parigina, giovani senza istruzione plagiati da persone molto brave in questo, che gli hanno dato un nemico da colpire, e nel contempo la possibilità di redimere una vita da falliti diventando acclamati nel mondo e destinati al paradiso. La creazione di “ghetti” è un errore, come dimostra anche il quartiere belga di Molenbeek chiamato “belgistan”. Sono strumentalizzati. Gli attentatori di Parigi, Orlando e Nizza non frequentavano la moschea e non facevano il ramadan: se fossero vissuti nello stato islamico sarebbero stati condannati a morte».

Sulla religione musulmana: «La base dell’Islam è meno flessibile; è universale, i suoi principi fondamentali valgono per ogni epoca. Ma questo non deve spaventare, il problema è l’interpretazione deviata, per tutelare precisi interessi, è uno strumento e non un fine. Dobbiamo considerare che nel mondo ci sono 1,6 milioni di musulmani, e il maggiore paese è l’Indonesia, che non è nemmeno arabo. Oggi il pensiero sull’Islam è legato allo “stato islamico”, ma sino solo 30mila combattenti, una minuscola minoranza. Il Corano non è facile da interpretare. C’è un versetto che dice di uccidere i miscredenti, ma uno di non farlo perché così si uccide l’intera umanità. Il primo valeva per periodi di guerra, ma nessuno deve prenderlo come legge, va spiegato. Quel che è certo è che uccidere un musulmano a sangue freddo, come il poliziotto di Charlie Hebdo, non trova giustificazione in alcuna interpretazione. Altro errore è generalizzare: quel che avviene in certi Paesi spesso è legato non all’Islam ma a questioni culturali quasi tribali. Io vengo da un paesino del Marocco nella cui via principale al fianco della moschea c’è una chiesa cristiana, e anche gli ebrei sono tutelati. Un detto del profeta Maometto ammonisce che chi uccide un non musulmano in terra musulmana non potrò odorare il Paradiso. Se lo fa a casa sua poi, quale è la punizione? Quando si parla di paesi islamici si pensa a Iran o Afghanistan, ma a Marrakesh ci sono interi quartieri popolati da pensionati francesi e inglesi. Se io vado in Iran non trovo nemmeno una moschea per pregare perché sono tutti sciiti, rischierei più di voi. Sono anche contro una laicità che diventa religione, l’errore della Francia che annulla ogni religione. La legge dello stato non mi vieta sempre di mentire, la religione alza l’asticella morale».

L’integrazione: «L’esodo in Italia risale agli ani Novanta e alla legge Martelli che regolarizzava gli immigrati, mentre la Francia stringeva le corde e aumentavano i clandestini. Là hanno 5 milioni di immigrati, da noi uno e mezzo. Il nostro ritardo potrebbe rivelarsi un vantaggio, a patto di evidenziare quelle lacune. Poi c’è il modello inglese, che lascia ampia libertà all’interno dei quartieri, anche ai predicatori di odio. I tedeschi invece evitano i ghetti e considerano i tanti turchi come loro, una situazione simile a quella italiana. L’integrazione non è semplice e va guidata con politiche ad hoc, senza separare. E ricordiamo che gli estremisti escono dalle carceri, non dalle moschee. Una delle barriere al confronto è dovuto alla prima generazione, che non ha grande preparazione e spesso non parla italiano, un ostacolo importante al dialogo. Per noi giovani è diverso: coi miei amici arabi parlo italiano, coi loro genitori arabo. A Parigi la vita era come a Casablanca».

Sugli sbarchi: «Intanto basta chiamarla emergenza. L’Italia ha sempre mostrato un’umanità che non è da tutti, salvando decine di migliaia di vite. Negli anni Novanta dal Marocco si pagavano 1200 euro per andare in barcone in Spagna: sapevano che le motovedette spagnole li facevano annegare, mentre la vista delle motovedette italiane oggi rappresenta la salvezza, tanto che per me la Marina italiana meriterebbe il Nobel. Chiaro che deve intervenire un’Europa che ha smesso di funzionare: costruiamo muri per non salvare vite. Si dice che non possiamo accogliere tutti, ma i dati dicono che i primi 6 paesi del G7 hanno accolto 1,7 milioni di profughi, mentre 6 paesi tra i più poveri sono a quota 12 milioni: non si può parlare in Italia di invasione, non va fatta la campagna elettorale sulla pelle dei profughi. Aiutarli a casa loro? Pagavamo Gheddafi che li prendeva dai porti, li caricava su camion e li portava a morire nel deserto. Davamo soldi chiudendo un occhio, e probabilmente faremo lo stesso con Al Sisi. Importante è che nessuno muoia davanti ai nostri occhi».

Perché i musulmani non si dissociano pubblicamente dai fondamentalisti? «Quando Al Baghdadi si è autoproclamato califfo dello stato islamico, le centinaia di saggi non lo hanno riconosciuto. Dissociarsi è una forzatura, perché da musulmano non li reputo musulmani, ma terroristi. Vedo spesso i musulmani in tv che non hanno strategia comunicativa e dicono cose sbagliate. Anche i giornalisti italiani non dicono tante cose, ad esempio la vendita dall’Italia di armi ai diversi attori arabi. Poi non sappiamo unirci, organizzarci. Quando in un quartiere apre una moschea, inizia il panico, basterebbe offrire couscous a tutti e parte dei problemi sarebbe risolto. Sono convinto che il ricambio generazionale sarà importante. E i musulmani dovrebbero smetterla di parlare d pace solo in tempo di guerra. Io spero di non dover attendere gli eventi tragici per intervenire. Bisogna fare tanti incontri come questo. In Italia inoltre non c’è l’attenzione che c’è in Francia. Pensate solo se il Vaticano fosse stato in Francia. E’ sbagliato da parte dello Stato italiano non riconoscere la comunità islamica, costringendo tanti a pregare in  un garage, e aumentando la pericolosità degli “imam fai da te”».

La laicità nel mondo islamico sarebbe un anticorpo? «La laicità è una questione culturale. è come la democrazia: non va calata dall’alto, esportata, ma arrivare dal basso. Prendiamo la nota vicenda del crocifisso negli ambienti publici: non è un problema tra religioni, ma tra laici e non laici. La laicità totale francese annulla ogni religione, da qui le donne senza velo e i crocifissi tolti. Io non sono d’accordo. La battaglia sul crocifisso è quella tra un preside laico e i genitori cristiani, ma se la maggioranza qui è cristiana non vedo il problema di lasciare il crocifisso».

Vanni Raineri

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