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Tragedia sul Po,
quindici in acqua
Le testimonianze

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“Sono caduto in acqua, e in modo rocambolesco e anche miracoloso sono riuscito a salvarmi, anche grazie all’aiuto di mia moglie. Dopo quel momento ho cercato di rimuovere l’accaduto dalla mia memoria. Ho visto la morte in faccia”. E’ la drammatica testimonianza di Lucio, uno dei quindici componenti della comitiva di venditori della Folletto finiti in Po in seguito al cedimento di una zattera annessa al ristorante Km 415,4 al Lido Po di Casalmaggiore.

Con la sfilata dei testimoni, oggi è entrato nel vivo il processo per omicidio colposo nei confronti di Giovanni Bini, 57 anni, titolare della società proprietaria del ristorante galleggiante. Nell’incidente, accaduto a Casalmaggiore il 7 novembre del 2009, aveva perso la vita Giuseppe Agostini, 47 anni, di Lavis, in provincia di Trento, annegato proprio in seguito al cedimento della chiatta. Il suo corpo era stato ripescato tredici giorni dopo nel tratto di fiume tra Boretto e Pieve Saliceto ed identificato grazie ai documenti rinvenutigli addosso.

“Dopo il pranzo aziendale”, ha ricordato Paolo, un altro dei testimoni sentiti dal giudice Pierpaolo Beluzzi, “siamo usciti per fare una foto. La mamma del proprietario del ristorante ci ha fatto salire sulla zattera e Bini ci ha fatto la foto. Poi si è avvicinato perché nell’obiettivo non ci stavamo tutti ed è salito anche lui sulla piattaforma. Improvvisamente ci siamo ritrovato in mezzo al Po. Ci siamo aggrappati alla meno peggio”. Alla domanda del pm onorario Paolo Tacchinardi, il teste ha detto di non ricordarsi la presenza di cartelli di pericolo. “Nessuno ci ha detto di non salire, anzi, ci hanno invitato”.

“Non c’era alcun cartello”, ha detto invece con sicurezza Michela. “La corda che delimitava la piattaforma è stata tolta dalla madre di Bini”.

In aula è stato sentito anche il racconto di Manuela, moglie della vittima, che a processo si è costituita parte civile attraverso l’avvocato Alessio Mascia. “Una volta sulla zattera abbiamo sentito un colpo e siamo caduti in acqua. Non c’erano cartelli per avvertire del pericolo”. Manuela si era vista portare via il marito dalla corrente del Po. “Da quel giorno io e i miei figli, di 15 e 21 anni, abbiamo dovuto riorganizzarci la vita ed affrontare la solitudine”, ha detto Manuela. “I nostri sogni e i nostri obiettivi sono spariti. Oggi i miei figli sono all’estero e si stanno impegnando”.

A processo ha testimoniato anche la vice comandante della polizia locale di Casalmaggiore Angela Acquaroni, che alla competente autorità aveva inoltrato una notizia di reato di abuso edilizio. “La struttura era priva del permesso di costruire”, ha detto la teste. La Acquaroni ha raccontato di aver parlato con l’imputato poco dopo l’incidente. “Mi ha detto che diverse persone erano scivolate in acqua. Lui stesso era caduto in Po e aveva fatto uscire diverse persone”.

Un altro agente della polizia locale ha ricordato di aver visto due signore aggrappate ad una pedana e un uomo che cercava di aiutarle, poi un altro che faceva fatica ad uscire dall’acqua.

A svolgere gli accertamenti sull’ipotesi di abuso edilizio era stato il geometra comunale Pietro Lipari. “La struttura era abusiva. Era ancorata e senza motore ed era piuttosto leggera, non adatta a farci salire della gente”.

Al termine dell’udienza, rinviata al prossimo 21 giugno per sentire gli ultimi due testimoni (il cuoco e la cameriera) e per la sentenza, è stato mostrato al giudice un video ripreso da uno degli ospiti relativo ai momenti antecedenti il cedimento della struttura.

L’imputato è difeso dall’avvocato Cesare Gualazzini, mentre parte civile si è costituita la vedova della vittima. Come responsabile civile è stata citata la Compagnia Fluviale Naviganti e Sognatori (il cui legale rappresentante è lo stesso Bini), rappresentata dall’avvocato Fabrizio Vappina, che a sua volta ha chiamato in causa la Compagnia di Assicurazioni Generali.

Per l’accusa, Bini avrebbe realizzato “artigianalmente e in carenza di autorizzazioni di legge il pontile in legno collegato alla struttura del barcone costituente il corpo centrale del pubblico esercizio di cui era gestore mediante putrelli in acciaio su cui consentiva l’accesso ai clienti del ristorante”. Quel pomeriggio erano saliti in quindici, determinando il crollo “per l’instabilità e l’inidoneità della struttura con conseguente precipitazione nelle acque del Po degli avventori, tra cui Giuseppe Agostini, che trascinato via dalla corrente perdeva la vita per annegamento”.

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