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Boston, il giorno dopo
visto da Guerreschi:
“Città ora impaurita”

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Il tempo di leggere la mail, di rispettare i tempi del fuso orario e poi la risposta di Giangiacomo Guerreschi arriva. Una risposta non troppo articolata, anche perché da subito il ragazzo casalese che studia ad Harvard e vive a Boston chiarisce di non essere nella giusta condizione d’animo. Lo capiamo: tutta la città si è svegliata sgomenta, e tutto il mondo, del resto, non è rimasto indifferente.

“Non sono nella condizione nè nello stato d’animo di fare grosse riflessioni” specifica, appunto, Giangiacomo “e tutto quello che dirò lo farò a titolo personale, in relazione anche a quanto si sente in giro”.

“Io sto bene” inizia Guerreschi “ed è la prima cosa che ho scritto su Facebook per tranquillizzare amici e parenti che non ho contattato telefonicamente. Nessuna delle persone che conosco a Boston è rimasta coinvolta nelle esplosioni e così il mio pensiero per forza di cose corre alle vittime, ai loro familiari e a tutti quelli che hanno visto una giornata di sport trasformarsi in un dramma collettivo e personale”.

Titoli cubitali sui giornali e anche per Giangiacomo le uniche fonti sono i media. “Non ho altre informazioni se non quelle che giungono dai canali ufficiali, televisioni, giornali. Tra conoscenti, del resto, si ripetono gli stessi, pochi, dettagli. La città è scossa, non potrebbe essere altrimenti. L’evento ha coinvolto molti e quasi tutti hanno conoscenti che potevano essere, in un modo o nell’altro, coinvolti. Si cerca di evitare i posti affollati e il trasporto pubblico è stato parzialmente interrotto. Oggi il centro città è aperto, ma le attività, per esempio, rimangono chiuse”.

Dov’eri al momento delle due esplosioni? “Ero in Harvard, stavo discutendo giusto con un collega su futuri, possibili esperimenti. Non avevo con me il cellulare e, solo al fine della mia discussione, mi sono accorto che parecchi amici mi aveva cercato e messaggiato, chiedendomi se stessi bene. Senza avere il tempo nemmeno di realizzare, dopo pochi secondi mi ha telefonato un mio coinquilino e mi ha dato la notizia: in modo frammentario e incerto, come sempre accade nell’immediato di fronte a eventi eccezionali e inattesi. Ho pensato subito a un attentato? Beh, in America forse è normale farlo, la verità è che non ho avuto modo di fare supposizioni, perché la prima reazione è stata di preoccupazione per chi conosco”.

Avevi in programma di seguire da vicino quella maratona? “No, ero a conoscenza di questo evento, ma in modo abbastanza distaccato. Ne avevo parlato giusto pochi giorni prima con un paio di persone del luogo. Ma non ho fatto mai progetti per seguirla dal vivo, questo no”.

Infine una rivelazione emotiva. “Ho passato l’intero pomeriggio a contattare amici e alla sera ho abbracciato forte i coinquilini del mio appartamento. Un gesto istintivo, sentito e ricambiato da tutti. E’ stata una giornata paurosa e molto triste. Non solo per Boston, credo”.

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