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Giudice di Pace:
la soluzione di Penazzi
finisce sul Corriere

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Nella foto, il sindaco di Viadana Giorgio Penazzi

“Le udienze? Le faremo in sala consiliare. Le mansioni di cancelleria? Le affideremo a impiegati già in servizio in municipio”: parole del sindaco di Viadana Giorgio Penazzi finite, nero su bianco, sulle pagine del Corriere della Sera, che nella sezione riservata al territorio lombardo ha interpellato il primo cittadino viadanese per un approfondimento sulla mobilitazione di molte amministrazioni comunali circa il mantenimento degli uffici del Giudice di Pace. Quarantacinque di questi sarebbero infatti destinati a sparire a settembre.

“Il sindaco di Viadana ha una soluzione per ogni problema pur di non perdere il giudice di pace, pur di far risparmiare ai cittadini due ore di auto per andare e tornare da Mantova se passasse l’accorpamento”: scrive il giornalista del Corriere Paolo Marelli. Di seguito riportiamo il testo dell’articolo, disponibile anche sulla versione online del quotidiano di via Solferino.

Per Giorgio Penazzi, 66 anni, eletto nel 2011 con il sostegno del centrosinistra, c’è una «giustizia possibile»: «Quella che ottimizza spazi e risorse. Tanto che l’ufficio del tribunale può restare in città praticamente a costo zero. E anche se ci saranno delle spese, ce le accolleremo». Come Viadana, altri Comuni della Lombardia sono pronti a scendere in campo, o con iniziative fai-da-te, o con soldi propri, per salvare dai tagli le sedi di 45 giudici di pace, di tre tribunali (Crema, Voghera, Vigevano) e 18 sezioni distaccate. Per le amministrazioni locali, però, non c’è tempo da perdere, perché la riforma voluta dall’ex guardasigilli Paola Severino («Vogliamo riscrivere una geografia giudiziaria che risale a metà ‘800») scatterà il prossimo 13 settembre. A meno che il Parlamento non decida per un rinvio (da 4 mesi a un anno); oppure, ancora, a meno che la Corte Costituzionale, che ieri ha cominciato l’esame dei ricorsi, non bocci la legge delega per incostituzionalità, legge che, in nome della spending review, mira a eliminare i «giudici di provincia», facendo risparmiare alle casse dello Stato 80 milioni di euro. In attesa, però, che da Roma arrivino delle risposte, i Comuni lombardi si rimboccano le maniche. E, se Viadana si è mossa da sola, quindici amministrazioni locali, a cavallo fra le province di Varese, Como, Monza Brianza e Milano, hanno invece unito le forze. Si sono mobilitati per evitare che il tribunale di Saronno sia accorpato con quello di Busto Arsizio. Spiega Luciano Porro, primo cittadino di Saronno: «Dobbiamo fare bene i conti, ma l’impegno da parte dei Comuni c’è. Abbiamo stimato che la spesa per difendere il giudice di pace dalla scure dei tagli si aggira sugli 80 mila euro l’anno. Dovremmo farcela. Di sicuro, non faremo nuove assunzioni, mentre per le attività di cancelleria utilizzeremo part time il personale comunale». Una strada che seguono anche nel Bergamasco, dove per scongiurare la cancellazione del tribunale di Clusone, i sindaci di Val Seriana, Val di Scalve e Alto Sebino sono pronti a pagare di tasca propria i costi di gestione. Chi ha già strappato una vittoria è il Comitato per il decentramento della giustizia. Il presidente Franco Brumana: «I tribunali di Cassano d’Adda, Legnano, Rho resteranno dove sono. Il Consiglio di Stato ha accolto il nostro ricorso». Chi non sente ragione è anche l’Anci Lombardia. Il presidente Attilio Fontana, nonché sindaco leghista di Varese, attacca il governo: «I Comuni devono ogni anno anticipare i soldi per luce, acqua, gas, telefono e pulizie dei tribunali. Ma Roma, siccome non ha sufficiente liquidità, ci rifonde soltanto il 60% di quanto spendiamo. Morale? Il Comune di Varese, per esempio, ogni anno accumula una perdita di 500 mila euro per colpa del Palazzo di giustizia. Abbiamo più volte sollevato la questione al Ministero, ma senza risposta. Di certo, se scattassero gli accorpamenti, si allungherebbero i tempi dei processi e, soprattutto, i costi di gestione a carico dei Comuni più grandi crescerebbero ancora».

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