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Festivaletteratura:
l’omaggio al fiume Po
entra nella top ten

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Nella foto, un momento del Festivaletteratura

Il più seguito e imitato Festival della letteratura (prima edizione nel 1997) ha spento le luci domenica notte dopo cinque giornate di grandi numeri: oltre 100mila presenze, più di 300 eventi, 700 volontari, 100 sponsor, 8 documentari in calendario, boom di contatti sul sito ufficiale. Gli organizzatori sono già al lavoro per la prossima edizione, la numero 18, che si svolgerà dal 3 al 7 settembre. Soddisfatto il presidente Luca Nicolini (“il programma di quest’anno è stato studiato dai lettori”), entusiasta Marzia Corraini che, a nome degli otto del comitato organizzatore, dice: ”Siamo contenti soprattutto della voglia di cultura che ha la gente; un grande desiderio di conoscere e capire le cose”.

Molti gli autori di spessore che si sono confrontati col pubblico, italiani e stranieri. Certo, non sono mancate pure le critiche, su fogli locali e nazionali. “Festivaletteratura sinistroide”. Luigi Mascheroni su Il Giornale diretto da Sallusti, dopo aver pizzicato i soliti noti (Carlo Freccero, Enrico Mentana, Tomaso Montanari, Salvatore Settis, Beppe Severgnini, Piergiorgio Odifreddi, Enzo Bianchi, Lella Costa, Massimo Cacciari) ha parlato apertamente di “non letteratura contro la non cultura”. Una unghiata ai weekendisti del turismo senti-e-fuggi. Detto ciò, ecco la nostra (personale) Top Ten.

Roberto Saviano – E’ toccato a lui, napoletano della più bell’acqua, classe 1979, autore di Gomorra (vive sotto scorta dal 13 ottobre 2006) aprire il Festival n.17 chiedendo alla Politica italiana di “ripartire dalla mafia”. L’anno scorso aveva inaugurato il Festival il poeta nord irlandese Seamus Heaney, premio Nobel 1995. Saviano, davanti ad oltre mille persone, ha rimarcato: “Tutto è perduto tranne la parola”. Ha ricordato la giornalista Anna Politkovskaja, ha citato il Nobel cinese Liu Xiaobo (“che in questo momento è in un gulag”). E’ stato accolto come una rockstar. Come Ligabue l’anno scorso in piazza Castello.

Vinicio Capossela – Il cantautore e scrittore nato ad Hannover (1965), autore di canzoni e libri (“Non si muore tutte le mattine”, 2004), ha raccontato il suo viaggio in Grecia, in un paese in crisi profonda. Ha detto: “Ho ascoltato tanto. Il greco ci offre l’albero genealogico delle parole, ci dice molto su quello che siamo”.

Gene Gnocchi – Il popolare attore e comico parmigiano (Fidenza, 1 marzo 1955) ha giocato in casa. Ex calciatore in gioventù  (Alessandria, Castiglione delle Stiviere, Fiorenzuola, Viadana, Guastalla). Giusto davanti al suo ex allenatore Massimo “Pacio” Paccini (ex calciatore di Mantova e Cremonese). Gnocchi  ha detto: “Sono qui perché non c’è lavoro e non sai mai dove sbattere la testa”. Incalzato da Adalberto Scemma (giornalista mantovano, docente all’Università di Verona) ha ricordato il suo amore per la poesia fino a sostenere – a sorpresa – che “l’Italia sarebbe migliore se al governo ci fossero i poeti”.

Paolo Rumiz – Il giornalista e scrittore triestino (1947), editorialista di Repubblica, autore di grandi reportage in Italia e all’estero, al Teatro Ariston ha ricordato il suo lungo viaggio sul Po con uno spettacolo dal titolo “Un Dio d’acqua dolce”. Applausi. Il Po è stato pure ricordato dai “Senzabrera” (gli “orfani” di Gianni Brera (1919-1992), invitati al Festival a ricordare il gran maestro. Tra loro Claudio Rinaldi (caporedattore della Gazzetta di Parma, Gigi Garanzini giornalista de La Stampa, Franco Concordia (Università di Genova). A quando uno spazio tutto per i cantori del Po? (a cominciare dal parmigiano Guido Conti che al Grande Fiume, per la Mondadori, ha dedicato un corposo saggio di 430 pagine). Ce ne sono tanti e bravi.

Alessandro Bergonzoni – Il comico e attore bolognese, classe 1958, ha entusiasmato in una piazza Castello straripante mettendo al centro del suo monologo tanti temi di attualità: guerra, femminicidio, violazione dei diritti civili. E’ stato il mattatore della seconda serata con il suo abituale uso acrobatico delle parole. Ha detto: “Dobbiamo fare a botte di tenerezza per cominciare un cambiamento”.

J.R. Moehringer – Il giornalista e scrittore americano (New York, 7 dic.1964), diplomato alla Yale University, nel 2000 ha vinto il prestigioso Premio Pulitzer. E il ghost writer di “Open”, la biografia del grande tennista Andre Agassi (Las Vegas, 29 aprile 1970), un “tennista  riflessivo” che ha vinto, in carriera, 60 titoli ATP, 8 tornei dello Slam. Nel 1995 Agassi era il numero uno al mondo, si è ritirato nel 2006. Tallonato (e tradotto) da Beppe Severgnini l’autore ha raccontato le sue storie americane. Con Severgnini c’era l’attore Valerio Mastrandea. Il biografo ha pure raccontato di quando il campione , di fronte a 6 milioni di spettatori di un noto talk show, ignorò il suo biografo prendendosi tutti i meriti del volume.

Stefano Rodotà – Non ha avuto mezze parole. Ha tenuto una lezione sul diritto ad avere diritti nel mondo globalizzato ma non si è lasciata sfuggire l’occasione per ricordare di essere “stato sacrificato alle larghe intese”. Ricordiamolo: il professore, nato a Cosenza (30 maggio 1933), quattro legislature e cattedre in varie Università (ha insegnato anche negli Stati Uniti, Canada, Australia, India, America Latina) durante l’elezione del presidente della Repubblica 2013 “è stato votato ma non eletto” (era appoggiato dal Movimento 5 Stelle e da Sel). Il suo Pd gli ha preferito altri. Un lungo applauso quando ha ricordato che “In Italia il voto di 27 milioni di persone contro la privatizzazione dell’acqua è stato ignorato”.

David Grossman – Lo scrittore e saggista israeliano (Gerusalemme, 25 gennaio 1954), tre figli (uno, Uri, è morto nell’estate 2006 durante la guerra del Libano) in una gremita piazza Castello ha raccontato il suo difficile momento. Tutti gli dicevano, non ci  sono parole quando muore un figlio. “Ma io sono uno scrittore, le parole le devo avere”. Ed ha scritto “Caduto fuori dal tempo”. Scavalcando, ha detto, “il muro che divide il nostro quaggiù dal Laggiù”.

Peter Cameron – Lo scrittore statunitense (Pompton Plains, 29 novembre 1959) ha detto a Palazzo San Sebastiano: “Scrivo per zittire il dolore”. L’autore americano più amato dagli italiani ha confessato l’imbarazzo per il suo  successo. Meritato. Cameron ha esordito nel 1983 scrivendo racconti per il New Yorker, un periodico fondato nel 1925, edito dalla Condè Nast; un settimanale  che ha lanciato molti scrittori.  Ne ricordiamo qualcuno come il russo Nabokov (l’autore di “Lolita”), come il romanziere ebreo Philip Roth, come J.P. Salinger (1919-2010), l’autore del celebre “Il giovane Holden”. Cameron ha anche detto che legge per zittire la solitudine. Sorpresa generale: Cameron vende raccontando l’omosessualità in un paese arretratissimo in materia. Se questo non è un mezzo miracolo (editoriale) cos’è?

I volontari – Sono tanti, sono bravi. E’ l’Esercito della “magliette blu”. Domenica sera hanno festeggiato nel giardino-mensa del Festivaletteratura alla Sacchi. Quest’anno erano in 700. A cena (un quintale e mezzo di risotto) si sono presentati pure due ospiti di eccezione, Carlo Lucarelli e Luca Molinari. Molti ricordavano la performance conclusiva dell’ex calciatore Lillian Thuram, oggi ambasciatore Unicef (“Ho scoperto di essere nero a 9 anni quando sono arrivato a Parigi e gli altri bambini mi prendevano in giro”). L’appuntamento per l’anno prossimo è già in agenda.

Enrico Pirondini

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