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Saradini, la storia del
regista casalese finisce
su “Il Fatto quotidiano”

Di lui ha parlato, per primo, il sito Casalaschi nel mondo, che a gennaio 2013 ha raccolto la sua storia, come fa sempre con tutti i giovani (e meno giovani) nati e cresciuti nel casalasco, che però hanno scelto di migrare per una scelta di vita o un’opportunità lavorativa. Adesso di lui, Matteo Saradini, si è accorto anche “Il Fatto quotidiano”, giornale di livello nazionale che ha preso la storia di Matteo come paradigma delle occasioni negate dall’Italia e rese invece possibili lontano dal Belpaese.

Matteo, che vive a North Vancouver Vancouver nel British Columbia in Canada, così riassume la propria storia sul sito Casalaschi nel mondo: “Sono nato a Casalmaggiore il 29/12/1980. Il mio paese di origine è Casteldidone, tra i miei antenati si dice vi fosse Amilcare Ponchielli. Fin da piccolo ho sempre desiderato recitare o far parte del mondo dello spettacolo. Ho iniziato a scrivere molto precoce e a leggere i classici. E’ dai 14 anni che la mia decisione diventa ben precisa: la regia cinematografica. Questo avviene dopo la lettura del Nome della Rosa di Umberto Eco, proprio per l’aspetto descrittivo del romanzo che suscita in me la volontà di voler creare delle immagini. Una volta terminati gli studi al polo scolastico G. Romani ho deciso di intraprendere l’università Cattolica del S. Cuore in indirizzo DAMS. Lì ho girato il mio primo lungometraggio ‘Brescia Uccide’ del 2004. Dopo aver passato un breve periodo infruttuoso a Roma mi sono trasferito prima a Stoccolma dove ho lavorato per il produttore di documentari Antonio Russo Merenda. Dopo un anno (2007) a Los Angeles ho deciso di trasferirmi a Vancouver dove tutt’ora vivo e produco le mie opere. Sto ultimando una serie televisiva di fantascienza dal titolo ‘Residenz’ e sto girando un documentario sulla situazione dei fiumi a livello mondiale, tra Africa, Australia Cina e India”.

La storia di interrompe qui, ma i retroscena che Matteo svela poi a “Il Fatto quotidiano” meritano di essere ripresi. Matteo, che ha 32 anni, è divenuto una piccola star. Nel 2010, spiega l’articolo, in meno di un’ora ha dato vita alla sua casa di produzione, la Red harvest Pictures. Lo ha fatto banalmente, inserendo dati personali in un modulo online, pagando una tassa di pochi dollari e trovando un collaboratore fidato, Domenico Cutrupi. Con 35mila euro di capitale iniziale è riuscito a partire. E ha girato backstage di grandi film come “Il pianeta delle scimmie” (l’ultimo, quello con James Franco), “Sucker Punch” e “L’uomo d’acciaio”, ovvero l’ultimo Superman.

“In Italia” racconta Matteo a “Il Fatto quotidiano” “due aziende mi hanno assunto per montare filmati e poi sono fallite, dunque ho lavorato gratis. In America, invece, il posto a Los Angeles l’ho trovato subito: post produzione e montaggio di documentari”. E intanto Matteo per sbarcare il lunario s’è dato da fare imparando il mestiere di pizzaiolo e insegnando l’italiano agli americani.

Dopo cinque mesi Saradini si sposta a Vancouver, dove ha tempo sei mesi per trovare un lavoro, poi dovrà sloggiare. “Ho mandato curricula a tutti gli studi cinematografici della zona. Dopo una settimana ho girato e montato scene di Smallville, 300, Watchmen, solo per citare i film più famosi. Guadagnavo duemila dollari al mese”. Impensabile in Italia. La storia di Matteo sul quotidiano nazionale prosegue e si scopre che Saradini è diventato responsabile camera e supervisore di post produzione per la casa di produzione Image Pacific. Un successone, insomma. Eppure l’Italia non si cura di lui o fa finta di non accorgersi. Morale? Matteo fa spallucce: “Se hai un’idea, qui trovi sempre spazio”. E il “qui”, purtroppo, non è certo riferito al suo Paese d’origine.

Ma in Canada Matteo continua la sua splendida carriera: con cinque film in cantiere (un western, un horror, una commedia e un paio di drammi) e il rapporto appena sbocciato con alcuni registi italiani sbarcati in Cile perché nel Belpaese hanno incontrato i suoi stessi problemi… “Non contava il talento, solo l’amicizia col politico di turno”, ripetono tutti. Come se per provare ad essere il nuovo Kubrick (che Matteo considera il suo idolo assoluto) fosse necessaria la tessera di partito…

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