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Gli ‘Spaesamenti’
di Lanfredini
raccontati dai liceali

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CASALMAGGIORE – Piccoli e sconosciuti gioielli. D’architettura, pittorici e ricchi di storia. Presentati, questa domenica, con incanto e leggerezza dagli studenti del classico e del linguistico del Romani, vere guide per comprendere la ricchezza d’un patrimonio che resiste – in alcuni casi con estrema difficoltà – al tempo. ‘Spaesamenti’ è pure questo. Forse è principalmente questo. Le opere di Italo Lanfredini attraversano – con un significato – la storia dei luoghi. Vi passano – opere con collocazione a termine – lasciando un’impronta, un messaggio che mostra quanto l’arte, in tutti i suoi risvolti ed in ogni tempo, abbia questa capacità di comunicare con un linguaggio atemporale, universale. Riscopri ad esempio di che meraviglioso gioiello pittorico ed architettonico è la Chiesa del vecchio ospedale. “Lo spedale degl’infermi era stabilito in Casalmaggiore sin dall’anno 1492 – si legge nel volume 9 delle Memorie Storico ecclesiastiche di Casalmaggiore – nella qual epoca eravi governatore e custode un certo Bartolomeo Borsaro, sornomato Zampa d’oca, come rilevasi dal di lui testamento in rogito di Simone Marcheselli… l’attuale (il vecchio ospedale di via Cairoli, ndr) sembra aver avuto origine dalla Compagnia della Morte pochi anni prima del 1580…”. Il crollo parziale di un pezzo della volta in una delle cappellette laterali ha riportato alla luce un affresco cinquecentesco, coperto dalle pitture del ‘600. In alto non solo i quadri del Ghislina, ma pure gli altri affreschi “Pesantemente ritoccati in epoche successive – spiega la guida – che avrebbero bisogno di una pulizia”. I veri problemi della Chiesa stanno però oltre, stanno nell’elevato tasso di umidità che neppure i due deumidificatori perennemente in funzione riescono ormai a contrastare. Parte della struttura di collegamento tra il vecchio ospedale e la Chiesa è puntellata. L’umidità sta minando, a poco a poco, la struttura. “Basterebbe – spiega ancora la guida – tenerla aperta. Ora grazie a Spaesamenti è aperta il sabato e la domenica, e già entrando la domenica dopo una giornata di apertura senti la differenza”. Al centro della chiesa è stata posta un’opera di Lanfranchi. Geniale, nella sua semplicità. Un pertugio, una sorta di finestra e una scala che l’attraversa. Dall’altra parte l’ignoto, quegli affreschi e il vuoto. La scala s’interrompe, non arriva in un punto conosciuto. Una sorta di passaggio, il transeunte verso ciò che è destinato a finire. Forse proprio come la Chiesa, e le opere, schiave d’un destino che sembra segnato, come quello del San Rocco e dei suoi angeli. E insieme – per chi crede a Dio e per chi crede che alla fine pure l’uomo possa farsi artefice del destino dei luoghi – un passaggio verso un mondo altro, verso un’altra cultura che preservi i luoghi dando ristoro all’anima. ‘Ragazzaccio’ quel Lanfranchi, che in un luogo di vita e di morte, di crepe e di umidità, di grate dalle quali sembra ancora di intuire sguardi piazza un’opera di grande significato che non sfigura di fronte alle scene del Ghislina e di fronte agli affreschi. Seconda tappa di domenica, la Chiesa di San Francesco. Il programma invero prevedeva anche San Sebastiano e il Duomo in una sorta di cammino. Ma un’ora è nulla se cerchi di capire, se ti fermi a parlare con persone assolutamente competenti e così dentro la materia da sembrarne studiosi. A San Francesco tre giovani guide accompagnano il visitatore tra le opere. E’ la Chiesa originariamente più antica della città, negli archivi dei frati della Fontana, come in quelli parrocchiali, compaiono documenti che ne attestano la presenza sin dal 1340, mentre un convento di minori Francescani (di cui non resta nulla, era accennato in alcuni atti notarili del 1273. “All’inizio dell’ottocento – ci spiegano le guide – quando il convento venne soppresso la chiesa venne riscattata dalla parrocchia di Santo Stefano e ne divenne sussidiaria. Nel 1916 venne requisita dall’autorità militare ed adibita a magazzino di foraggi; nel 1919 un incendio la distrusse quasi completamente. Solo nel 1985, grazie ad un cospicuo lascito di un concittadino, l’edificio poté essere ristrutturato completamente. La chiesa, di ispirazione neogotica, opera dell’architetto Boattini, ha incorporata la residua parte absidale di quella antica, divenuta transetto e conservante ancora parte delle decorazioni settecentesche. Vi è stata ricostituita la quadreria originaria (Malosso, Monti, Cignaroli, Chiozzi) integrata da alcune altre opere recuperate altrove, come un affresco del XIV secolo proveniente dall’antica Santo Stefano, due quadri di soggetto francescano, del Mastelletta, già a Bologna, ed un marmoreo Cristo morto, di fattura lombarda del XVI secolo”. Il Cristo Morto di Jacopino da Tradate è peraltro da poco tornato da Milano. Resta poco, davvero poco della storia più antica della struttura se non i racconti di chi ne spiega, come le guide del Liceo, le sue vicissitudini. Ma pure in quel poco, nei resti degli affreschi settecenteschi della vecchia abside c’è il ricordo d’una città. Ed è una storia che merita d’essere ascoltata.

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