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Vent’anni di “cammini
della missione”
di don Germiniasi

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Dal sito della Diocesi di Cremona

Don Maurizio Germiniasi, sacerdote cremonese classe 1949 originario di Vocoboneghisio, nelle scorse settimane è rientrato in diocesi dopo 20 anni di servizio come “fidei donum” in Brasile. Ora per lui si apre una nuova stagione ministeriale: sarà collaboratore parroccchiale nell’unità pastorale di Pomponesco, Salina, Casaletto Po e Bellaguarda.

Dopo vent’anni fuori diocesi diventa inevitabile, per me da poco rientrato, chiedermi che cosa sia rimasto del sogno che mi ha condotto a percorrere i cammini della missione. Per parlare di cammini, devo ammettere di averne fatti molti: chilometri con zeri a non finire tra le strade fangose dell’Amazzonia e quelle polverose del Goias, dai villaggi sperduti sulle rive dei fiumi che abbracciano l’isola di Marajó e quelli dei pescatori sulle rive dell’oceano Atlantico, ai quartieri “formicai” della periferia di Belém. Volti, nomi, emozioni, incontri, abbracci, celebrazioni che diventano solchi indelebili nei cammini della memoria. Sentieri bagnati dalle piogge torrenziali del Parà e altri bruciati dalla siccità devastante del Centro Est brasiliano, tra foreste ancora vergini, come appena uscite dalla Parola creatrice di Dio ed altre già violentate dagli interessi dei potenti, rubate alla sopravvivenza degli indios e distrutte dalla mano dell’uomo senza legge e senza Dio. Mi sono adattato a parlare la lingua di altri popoli, ho imparato a dare un nome ai pesci e a distinguere il canto degli uccelli, a conoscere le proprietà medicinali delle erbe, delle cortecce e delle radici; mi son sentito piccolo e impotente, spremuto dal sudore, sotto il sole implacabile dell’equatore. Mi son fatto mendicante di una cultura e di una fede che non à la mia, per potere insieme pregare il Padre nostro. Mi son saziato di un altro pane e di un’altra acqua, quella torbida che si prende con il secchio dal fiume, riservata ai piccoli e ai poveri. La figura del viandante potrebbe essere un’icona del missionario: come lui non ha casa perché la sua casa à il mondo ed à sempre in cammino fino ai confini della terra; senza una terra sua perché tutta la terra canta le lodi di Dio, senza valigie nà beni ingombranti che gli sarebbero solo di peso e ne rallenterebbero il passo, senza orologio perché ha sempre tempo. Sa che, dovunque andrà, lo accompagna la mano di Dio che veste i gigli del campo e nutre gli uccelli del cielo. Sempre donato a tutti come un fratello universale, dovunque vada non ha nemici; libero, non si attacca a niente e a nessuno. Mi piace la figura del missionario girovago perché senza aprir bocca contesta il mondo, e a volte à anche contestato, ma lui continua imperterrito il suo pellegrinaggio portandosi nella sua bisaccia quell’essenziale che lui stesso ha cercato di essere. Essenziale à la Parola, essenziale à chiunque vive l’incarnazione e diventa Pane. Essenziale à il Regno che ciascuno di noi à chiamato a costruire. Nella bisaccia il missionario porta una Parola che gli à stata consegnata e che ha fretta di essere annunciata sui tetti con la forza di quel “guai a me se non evangelizzassi”. Parola come fermento destinato a far crescere altro pane, luce che guida i passi incerti, semente di risurrezione per chi vive nelle tenebre e nell’ombra di morte. Buona notizia che libera da tutti i demoni e sazia la fame più intima e disperata di chi non si sente amato da nessuno. Ma in quella bisaccia ci sono anche molti sogni, alcuni dei quali realizzati, altri infranti, altri ancora rimasti tali: sogni di una Chiesa profetica che sa fiutare i segni dei tempi, di una Chiesa in ascolto e in dialogo, Chiesa che cura e che serve, che dà voce agli ultimi e ai piccoli, Chiesa dei senza terra e dei senza voce, senza dignità e senza speranza… Guardo fino in fondo alla mia bisaccia e mi accorgo che à quasi vuota: non so se è più quel che ho fatto o quel che non dovevo fare. Il missionario non à importante per le folle che ha riunito, i battesimi che ha celebrato o i pagani che può aver convertito, la carità che ha fatto, le migliaia e migliaia di chilometri di strada percorsi, case, costruzioni e chiese … non saranno le opere a parlare di lui, ne i soldi che è riuscito a portarsi dall’Europa, ma quel che Lui, il vero Missionario del Padre, Gesù, è riuscito a fare e operare in lui; è importante quel buon profumo di Cristo che ha avuto la grazia di spandere attorno a sé in sementi di speranza e reti di comunione. Chiudo qui il mio viaggio di nomade, ma il cammino continua sempre: la messe à grande e la messa non à mai finita, per questo non possiamo andare né riposare in pace. Cristo ora ha bisogno di altri piedi per continuare il suo viaggio, altre mani per continuare a curare e benedire e altri cuori, pane spezzato, per continuare ad amare.

Biografia di don Germiniasi
Don Maurizio Germiniasi è nato a Casalmaggiore il 29 maggio 1949 ed à stato ordinato sacerdote il 21 giugno 1975 mentre risiedeva nella parrocchia di Vicoboneghisio. E’ stato vicario a Sabbioneta (1976-1984), quindi parroco a Bellaguarda (1984-1990) e a Martignana di Po (1990-1995). Nel 1995 la scelta di diventare sacerdote fidei donum e la partenza per il Brasile dove ha servito diverse comunità. Ultima è stata la parrocchia di Piranahs nella diocesi di dom Scampa: in essa nel 2013 ha accolto il vescovo Dante prima dell’inizio della Gmg di Rio de Janeiro. Al rientrato dal Brasile il Vescovo lo ha nominato collaboratore parrocchiale della rinnovata unità pastorale di Pomponesco, Bellaguarda, Casaletto Po e Salina (dove risiede).

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