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Don Bruno Bignami e i tanti significati del pane, tra misericordia, fame e sprechi

Quindi il pane uguale a cibo, uguale a vita, ma ciò ci ricorda “anche drammaticamente le diseguaglianze attuali: c’è gente che ha pane e che sostanzialmente non ha fame, non ha più fame e spreca il pane, e c’è gente che ha fame ma non ha il pane”.

QUATTROCASE (CASALMAGGIORE) – Sabato sera, organizzato da Casalbellotto insieme, Quattrocase è viva e il Circolo Acli di Cappella, presso la Chiesa di San Giovanni Evangelista in Quattrocase, si è tenuta la preannunciata conferenza di don Bruno Bignami sul tema: “Il Pane”.

“Cercherò di comunicarvi alcune suggestioni e più si mette la testa in questa questione, più ci si accorge che il pane non è solo qualche cosa di essenziale, di importante, di vitale, ma ci accorgamo che simbolicamente va ad intercettare qualcosa di centrale della nostra fede, della nostra vita”: con queste parole don Bruno ha subito portato gli attenti presenti su un terreno ove cultura, storia, fede si fondono, si dipanano, si scontrano per mettere al centro di tutto il concetto dello spezzare il pane.

Ma andiamo con ordine. “Usiamo l’espressione pane per dire cibo – ha continuato don Bruno – e questo significa dire una nostra dipendenza: se non mangi il pane muori, se non mangi muori, il pane è ciò che ci tiene in vita, ma però non è tutto, ma sia la Bibbia che Gesù stesso dicono che non di solo pane si vive, ossia esiste anche una relazione con Dio e la sua parola”.

Quindi il pane uguale a cibo, uguale a vita, ma ciò ci ricorda “anche drammaticamente le diseguaglianze attuali: c’è gente che ha pane  e che sostanzialmente non ha fame, non ha più fame e spreca il pane, e c’è gente che ha fame ma non ha il pane”. Ci sono circa ottocento milioni di persone che non hanno accesso al cibo mentre il resto dell’umanità spreca il pane, lo butta via con tutto ciò che ciò significa: spreco di lavoro, di energia, di risorse, di acqua ecc. Quindi il pane inteso come simbolo di questa contraddizione dei nostri tempi.

Ma il Direttore della Fondazione don Primo Mazzolari ha posto un altro elemento di riflessione: “La cosa interessante è che noi mangiamo il pane, non il grano, e questa cosa è interessante perché il pane significa l’ingegno, il lavoro, la fantasia, la cultura, tant’è che non abbiamo un solo tipo di pane, ma una molteplicità di pani che rappresentano una molteplicità di culture: l’uomo lavora il grano e produce il pane e ci vuole ingegno. Nel pane l’uomo mette la sua creatività”.

Però parliamo di pane e non di panini, è stato evidenziato: questi ultimi sono l’invenzione della società moderna ove l’individualismo è imperante e quindi ognuno ha il suo panino. “Ma quando si parla di pane si dovrebbe parlare di quelle forme grandi che spezzate venivano distribuite a tutti i membri della famiglia”. Don Bruno a questo punto spiega come taluni liturgisti pongono il problema delle ostie che vengono distribuite ai fedeli durante la Messa e che non possono essere spezzate, mentre Cristo ha spezzato il pane e lo ha distribuito significando che donava la vita così come il padre che a tavola spezza il pane e lo distribuise ai familiari perché possano continuare a vivere.

A questo punto Don Bruno entra in una tematica più propriamente teologica senza con questo nulla togliere alla molteplicità di significati che ha il pane. Pone infatti un questione che definisce per alcuni versi inquietante, ossia il pane è vita ma per essere tale deve essere distrutto, deve essere mangiato, non è possibile avere energia vitale se non distruggendo quel pane: “In tutto questo vedo il mistero pasquale: si passa dalla morte perché ci sia energia per la vita”.

Don Bruno Bignami, con la semplicità di comunicazione che lo contraddistingue, ha saputo trasmettere sensazioni, riflessioni, partendo dal semplice pane. E completa il suo percorso facendo riferimento al pane come viaggio, poiché mangiando il pane presso vari popoli, se ne conosce la cultura. Cita Traiano per spiegare come nell’antica Roma il produrre pane per tre anni ti garantiva il diritto di essere dichiarato cittadino romano, e nello stesso tempo parla delle rivolte del pane come manifestazioni per affermare la propria esistenza, così come è alquanto difficile far camminare insieme pane e libertà poiché è più facile dominare le genti dando loro il pane piuttosto che la sola libertà.

Ma poi si sofferma sul concetto di dividere il pane, facendo rifermento alla parabola della moltiplicazione dei pani e dei pesci, ove dal frazionare i cinque pani c’è da dare da mangiare a una grande moltitudine di gente, cosa che distribuendo il pane tal quale avrebbe accontentato qualcuno lasciando altri affamati e da ciò a pensare ai problemi delle recenti immigrazioni il passo è breve.

“Sapevamo della profondità delle riflessioni di Don Bruno – spiegano gli organizzatori – ma avere in breve tempo una visone così ampia di ciò che significa pane, è stata una gradita sorpesa per molti”. In chiusura dell’incontro dopo aver citato Pedrag Matvejevic con un brano tratto da “Pane nostro”, non poteva non citare padre Enzo Bianchi, Priore di Bose che nel suo “Il pane di ieri” sostiene: “Chi mangia il pane con un altro non condivide solo lo sfamarsi, ma inizia con il condividere la fame, il desiderio di mangiare che è anche il primo impulso dell’essere umano verso la felicità”.

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