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Scandolara si scalda con
il falò di Sant'Antonio, una
magia per diverse generazioni

Un centinaio di persone ha partecipato alla serata, sfidando il freddo rigoroso - da termometro e da calendario - e scaldandosi poi all’interno della cascina Pasquali, una sorta di museo delle vecchie macchine agricole, dove era stato preparato vin brulè per tutti.
Nella foto il falò di Scandolara e le diverse generazioni presenti al rito

SCANDOLARA RAVARA – Ogni anno lo spartito non cambia, ogni anno la fiamma arde e la vecchia, nella ricorrenza di Sant’Antonio Abate, illumina con le fiamme che la consumano tutta Scandolara Ravara. Non a caso la cascina della famiglia Pasquali con il vicino laghetto molto suggestivo, si trova all’inizio del paese casalasco, quasi a voler dare il senso, appunto, di una ripartenza. Sin troppo spiccato, infatti, il simbolismo di questo rito che si perpetua da decenni nella campagna casalasca (e non solo) e che, in genere, ha una storia molto antica: bruciare la vecchia, o la strega, è un modo per bruciare il vecchio anno, in questo caso il 2016, per augurarsi dodici mesi, quelli a venire, assolutamente positivi e fortunati. La collocazione a gennaio dunque è all’inizio della nuova annualità, mentre la scelta del giorno 17 è legata a Sant’Antonio Abate, patrono degli animali, dunque di chi è abituato a vivere e spesso lavorare nei campi.

Benvenuto 2017, insomma, anche perché se la fiamma brucia bene – nella scaramanzia l’ingrediente principale è questo – significa che anche nei campi sarà un’annata benevola per i raccolti e l’economia. Lo scorso anno il falò non si inceppò e quest’anno ha fatto lo stesso: per questo, dopo avere tenuto il fiato sospeso, i presenti hanno vissuto una serata andata avanti con ottimismo, allietata dai cantori e dalle melodie popolari che sono, in queste occasioni, un po’ accompagnamento e un po’ memoria.

Un centinaio di persone ha partecipato alla serata, sfidando il freddo rigoroso – da termometro e da calendario – e scaldandosi poi all’interno della cascina Pasquali, una sorta di museo delle vecchie macchine agricole, dove era stato preparato vin brulè per tutti, oltre naturalmente alle immancabili torte, preparate con cura dalle volontarie e dalle massaie delle famiglie di Scandolara. Un momento collettivo allestito nei giorni scorsi, perché un falò del genere è un rito che non si improvvisa, e durato all’incirca un paio d’ore: perché quando si sta in compagnia il tempo scorre più veloce e il freddo, che ha poco da invidiare ai famosi giorni della merla di fine gennaio, sembra quasi più accogliente.

G. G. 

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