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Fine corsa Pomì, Caprara: "Ho
amato questa città, ma non ho
dato il cambio passo voluto"

"Di sicuro la mia esperienza a Casalmaggiore è terminata qui: una stagione che mi ha insegnato che devo entrare in progetti in cui si crede ciecamente al 100% e in cui vi sia condivisione iniziale su tutto con la dirigenza, dal metodo di lavoro alla strategia" spiega il tecnico di Medicina.
Foto Sessa

CASALMAGGIORE – E’ già tornato a Novara, casa sua da qualche anno, la stessa Novara che ha tolto alla Pomì l’ultima possibilità di non restare a mani vuote nella semifinale playoff. Ma ripensando a Casalmaggiore, dove tornerà a breve per riprendere le sue cose e salutare alcuni amici, Gianni Caprara deve giocoforza separare l’aspetto umano da quello sportivo. “E’ stata una stagione deludente dal punto di vista dei risultati e sono davvero triste di questo, perché avrei voluto regalare alla piazza, peraltro abituata molto bene, almeno un trofeo – spiega il tecnico di Medicina – . Per quanto riguarda il lato della vivibilità, invece, porterà sempre nel cuore questa cittadina: è un posto che ho amato, è stata una meraviglia viverci. Il mio ristorante Trattobene, la Macelleria Pagliarini, la Tana del Luppolo, e ancora Beppe, il mio maestro di tennis e la passeggiata a piedi per arrivare dal mio appartamento fino in Baslenga. Avrò sempre un bel ricordo di tutto questo, il che non fa che aumentare il mio rammarico”.

L’addio è divenuto definitivo dopo il ko con Novara in gara-2. E in tanti alle parole “devo staccare la spina” hanno pensato ad un anno sabbatico. “Può darsi, devo appunto riflettere dal punto di vista personale e farlo con me stesso e basta. Di sicuro la mia esperienza a Casalmaggiore è terminata qui: una stagione che mi ha insegnato che devo entrare in progetti in cui credo ciecamente al 100% e in cui vi sia condivisione iniziale su ogni aspetto con la dirigenza, dal metodo di lavoro alla strategia. A Casalmaggiore hanno convissuto due filosofie di lavoro differenti: attenzione, non significa che la mia sia migliore di quella del club. Anzi, la Pomì ha vinto tanto senza di me e io ho vinto tanto senza di lei. Sono semplicemente due strade diverse e difficili da conciliare: è un po’ come quando ti sposi e poi divorzi, e non c’è nessun intento critico o polemico in questo. Anzi, mi prendo ogni responsabilità della stagione deludente e questo, ripeto, mi rammarica molto”.

Da fuori è parsa una stagione spaccata in due: entusiasmante fino a dicembre e poi… “Ti fermo subito: è normale che nello sport si guardi al risultato, ma anche nella prima fase, in cui eravamo primi in campionato e avevamo conquistato il secondo posto al Mondiale per Club, io già ammonivo ragazze e società del gioco poco convincente. Abbiamo però saputo sfruttare, in quel frangente, certi automatismi da squadra rodata, oltre al fatto di avere impostato una preparazione che, per arrivare bene al Mondiale, ci ha lanciato poi pure in campionato. Ricordo che abbiamo vinto molte partite con la battuta e il muro, ma l’attacco non è mai stato a livelli accettabili per un team che punta allo Scudetto. Ho sempre lavorato per migliorare in quella direzione e il mio cruccio è di non essere riuscito a portare un cambio di passo deciso: per questo dico che è colpa mia. E’ l’attacco che fa vincere gli Scudetti. Io non credo nemmeno al calo della Pomì: Casalmaggiore è stata costante, sono gli altri che sono cresciuti e ci hanno messo in difficoltà”. E poi ci sono i particolari. “Abbiamo perso tutto per i dettagli: il tie break a Manila con l’Eczacibasi, dove eravamo avanti nel momento clou della finale mondiale, il golden set al ritorno di Coppa Italia con Modena, la semifinale di ritorno di Cev a Busto Arsizio, e via discorrendo. E’ mancata la lucidità, e impegno, determinazione e furor agonistico non sono bastati”.

C’è chi ha parlato di spogliatoio spaccato. Di rapporti incrinati in particolare con alcune senatrici. “Io sono una persona dura ma corretta. E per esperienza diretta dico che ho visto tante squadre che magari avevano problemi con il coach, che però hanno ottenuto risultati perché hanno saputo cementarsi. Io credo che questo discorso dello spogliatoio spesso diventi un alibi, che non ha alcun significato. I problemi fondamentali, perché a me piace essere pragmatico e ragionare sulla tecnica, sono stati l’attacco che non ha girato e la mancanza di lucidità, ossia il fatto di non riuscire a capire cosa fare durante una singola partita. Ho puntato tutta la stagione a un miglioramento sotto questo punto di vista. Non ci sono riuscito: ribadisco, è solo colpa mia”.

Da spettatore, vincerà Novara oppure Modena? “Intanto sia chiaro un concetto: non è una finale Scudetto così inattesa. Sono due squadre costruite per vincere che sono state brave ad arrivare al top al momento giusto, dopo qualche difficoltà, e che hanno avuto pure la fortuna, che fa parte dello sport, di approfittare di defezioni pesanti delle altre due semifinaliste, Casalmaggiore e Conegliano. Credo di non dire nulla di disonesto se evidenzio questo. Bravura e fortuna servono entrambe. Dopo di che non ho una favorita, ma sono contento che almeno l’ultimo atto sia al meglio delle cinque gare da giocare in due settimane. Si è evitata un’altra assurdità”.

Ossia? “In tanti anni in cui alleno, mai ho visto un calendario del genere. Definire tale organizzazione indecorosa è quasi un complimento: non si possono giocare due gare in due giorni. Noi di Casalmaggiore, ad esempio, abbiamo avuto una piccola dose di fortuna contro Busto in gara-3 dei quarti, perché loro erano ampiamente rimaneggiate. Io mi domando che senso ha giocare i playoff, ossia le gare più importanti di tutta la stagione, quando in campo non vi sono Diouf, Martinez, De Kruijf, Signorile, Bricio, Skorupa, Lloyd… Per conto mio è necessario che le società si parlino in Lega e che la stessa Lega comunichi con la Cev. Un’idea? La Coppa Italia andrebbe esaurita nel periodo post Epifania, mentre la Champions dovrebbe essere disputata a fine marzo. Guardate il calcio, che l’ha piazzata alla fine di tutti i campionati. In questo modo potremmo giocare playoff, ad esempio, da inizio aprile a metà maggio, senza però allungare alcune serie e accorciarne altre. Credo che questa possa essere una soluzione valida. Il mio è un discorso generale, in ogni caso, non una giustificazione per i mancati successi Pomì”.

Giovanni Gardani

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