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Viadana riscopre il "suo"
Ghizzardi: una mostra "omnia"
che la città attendeva da tempo

Il titolo della mostra “TerreAmare”, come ha sottolineato il casalese Valter Rosa curatore della Mostra, è stato voluto da Paolo Conti presidente della Proloco viadanese e si presta proprio alle considerazioni per l’originaria terra mantovana e poi quella emiliana, dove Ghizzardi conobbe le condizioni disagevoli di una miseria diffusa.

VIADANA – “E’ come se Viadana si riappropriasse di Pietro Ghizzardi e lo restituisse alla comunità viadanese organizzando questa mostra sulle sue straordinarie realizzazioni”. Questo in sostanza il senso del discorso con cui il Sindaco di Viadana Giovanni Cavatorta e l’assessore alla Cultura Ilaria Zucchini hanno annunciato l’evento che si svolgerà presso il Muvi dal 7 maggio al 18 giugno. Una legittima e campanilistica sottolineatura per ricordare che l’artista era nato a Corte Pavesina, di cui lui stesso vantava pubblicamente le origini, prima di trasferirsi di là dal Po nella provincia reggiana.

Il titolo della mostra “TerreAmare”, come ha sottolineato il casalese Valter Rosa curatore della Mostra, è stato voluto con tenacia da Paolo Conti presidente della Proloco viadanese e si presta proprio alle considerazioni per l’originaria terra mantovana e poi quella emiliana, dove Ghizzardi conobbe le condizioni disagevoli di una miseria diffusa riscattandosi poi con i primi successi artistici tanto da diventare il suo luogo di “Amore ed attaccamento”. “L’idea la stavamo inseguendo dal 2015 (l’anno successivo cadevano i 30 anni della sua morte e i 110 della sua nascita, ndr) – ha sottolineato l’assessore – e finalmente ci siamo riusciti grazie anche all’intervento di Arti Grafiche Castello e Gruppo Mauro Saviola in qualità di sponsor”.

Molto interessante la testimonianza di Lucia Ghizzardi che accanto allo zio ha avuto la possibilità di viverci assistendo sia ai suoi tormenti sia ai primi successi che sono cominciati ad arrivare. “In effetti non era un uomo semplice, ma più che timido e schivo lo definirei come persona dotata di un garbo estremo, asettico, francescano, essenziale”. La nipote ha continuato descrivendone la forza espressiva trasferita anche a livello letterario  con una scrittura dalle “esse sibilanti” al posto delle “zeta” fino a scrivere quel testo starordinario “Mi richordo anchora” dove il linguaggio diventa onomatopeico al massimo. Ghizzardi poi detestava la velocità, descrivendo le automobili come mezzi che portano alla sfracellamento, tanto dal volere per il suo funerale un carro agricolo su cui adagiare la bara.

Ventisette le opere esposte (di cui una sola privata) dove prevalgono le immagini di donne dai seni sproporzionati e le facce umane sulla testa dei leoni. Sfatata anche, durante la conferenza stampa di venerdì sera (dove era presente anche il fotografo Alessandro Bosoni), la sensazione che Pietro Ghizzardi fosse ritenuto alla stregua del “buon selvaggio”. Non era un sempliciotto legato alla follia ma, al contrario, come è stato detto, era depositario della saggezza che nutriva con la continua lettura, premuto dall’urgenza di contattare il mondo che non lo capiva. Diventando persino uno dei primi denunciatari di una cultura contadina che stava finendo, uccisa dall’avanzare della civiltà industriale.

Ilaria Zucchini ha sottolineato infine l’importanza del fatto che alla Mostra possano arrivare le scolaresche che di quel periodo per ragioni anagrafiche non sono a conoscenza. Alla mostra, la cui inaugurazione sarà tenuta da Valter Rosa (Accademia di Belle Arti di Brera) domenica 7 maggio, si affiancheranno appuntamenti collaterali sempre presso la Galleria Civica d’Arte Contemporanea al Muvi: il 27 maggio alle 17 con proiezione di documentari sulla vita di Ghizzardi a cura dell’avvocato Alfredo Gianolio. Mentre lo stesso studioso illusterà il libro “Mi richordo anchora”, assieme a Simone Coroni sabato 3 giugno sempre alle ore 17.

Ros Pis

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