Cronaca
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Siderimpex, ribaltata sentenza: la Cassazione dà ragione al ricorso degli ex operai

"Tutto era partito tra la fine del 2010 e l'inizio del 2011 - spiega Storti - quando, in fase di concordato preventivo, un gruppo di 25 operai non firmò il verbale individuale di conciliazione. Non fummo tutti uniti. La maggior parte dei dipendenti si licenziò o accettò la soluzione. Noi decidemmo di andare avanti"

CASALMAGGIORE – A sette anni dalla cessione del ramo d’azienda e da quel licenziamento collettivo che non avevano accettato, la Cassazione dà ragione agli ex operai di Siderimpex ribaltando le due sentenze (1° Grado a Cremona e 2° a Brescia) che li aveva visti soccombere. A darne conferma, non nascondendo la soddisfazione di una vicenda che lo aveva visto protagonista insieme ad un’altra ventina di ex colleghi Simone Storti (RSU Siderimpex) che sin dall’inizio si era opposto a tutta la vicenda (cessione del ramo d’azienda e successivo licenziamento) così come predisposto dall’impresa. “Tutto era partito tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011 – spiega Storti – quando, in fase di concordato preventivo, un gruppo di 25 operai non firmò il verbale individuale di conciliazione. Non fummo tutti uniti. La maggior parte dei dipendenti si licenziò o accettò la soluzione. Noi decidemmo di andare avanti”. La causa era nata dal fatto che i ricorrenti contestavano, nella fase di cessione del ramo d’azienda, la cessione della divisione tubi da Siderimpex a Mechel e – in una causa diversa – il successivo licenziamento collettivo. “Noi sostenevamo che quel ramo d’azienda non si sarebbe potuto cedere – prosegue Storti – e dunque quel contratto non fosse valido. Lì perdemmo sia in primo che in secondo grado ed ognuno di noi pagò 840 euro di spese processuali. La seconda causa invece riguardava nello specifico il licenziamento collettivo. E’ in quella che la cassazione ci ha dato ragione”. Nel 2012 la sentenza di primo grado diede torto agli operai. Il giudice del tribunale di Cremona Giulia di Marco diede ragione all’azienda e condannò gli operai a pagare le spese legali. La sentenza di appello, al tribunale di Brescia, confermò il primo grado. Gli operai, che nel frattempo si erano ridotti a poco più di una decina, decisero però di andare avanti. “Nelle settimane scorse l’avvocato ci ha confermato la sentenza della Cassazione relativa ai licenziamenti a Roma. Non conosciamo ancora i dettagli ma abbiamo ragione di credere di avere diritto ad un congruo risarcimento. Non dobbiamo ringraziare nessuno, perché nessuno ci ha dato una mano. Dall’Associazione Industriali che portava avanti come avrebbe dovuto fare le ragioni delle aziende, ai sindacati dai quali ci saremmo aspettati qualcosa in più, sino all’amministrazione di Claudio Silla che aveva promesso un interessamento per tutti noi, interessamento poi caduto nel vuoto, tutti ci spingevano a non andare avanti per vie giudiziarie. Nessuno si era interessato in maniera concreta a quella situazione che stavamo vivendo. Ricordo riunioni e tante promesse, poi non mantenute. Ho ragione di credere, alla luce della sentenza, che loro avessero torto e noi ragione”.

Nazzareno Condina

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