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Rossana Del Re: "Io, la palestra,
l'amicizia con Rossano Visioli
e quella verità rimasta celata..."

Che tipo era Rossano? “An puton, un bambinone - la risposta secca - . Ed era troppo buono, la guerra non era il suo ambiente: lui in Somalia andò per aiutare davvero quel popolo, la sua era una missione umanitaria nel midollo. Magari cercava qualche soldo per costruirsi il futuro, ma non ci ho mai visto nulla di male".
Nella foto Rossana Del Re nella sua palestra di Agoiolo, ora non più attiva

AGOIOLO (CASALMAGGIORE) – “Caffè, cioccolato e magari un po’ di latte freddo: questa è la mia merenda ideale”: se davvero, come dicono, siamo quello che mangiamo, allora lo spuntino di Rossana Del Re suggerisce molto di lei. Dal marrone scuro al bianco, dal cioccolato al caffè e latte, un caleidoscopio di colori racconta un’esistenza che, giunta sulla soglia dei 62 anni, già ne racchiude almeno sei.

Definire Rossana? Impossibile, se non si accetta di poter utilizzare più di una etichetta. “Anzitutto sono una contadina per professione – ci spiega nella sua cascina di Agoiolo, dove ad accoglierci, esternamente, c’è una piccola barca, quasi a suggerire l’originalità che (ri)troveremo dentro – . Ma sono anche una sportiva, amante del fitness finché è un’attività pulita. Poi è arrivato il mio grande amore per la musica, il sogno più strano che abbia mai avuto. Io, abituata sin da piccola a faticare – a 2 anni guidavo il trattore e a 6 mi piaceva fare vedere tutta la mia forza trasportando pesi nei campi – mi sono ritrovata a sudare nell’anima per imparare una melodia, per riuscire a suonare meglio, per essere davvero soddisfatta. E in tutto questo sono anche andata in canoa, ho misurato la mia passione per presepi e manualità, ho appreso il tratto alla Scuola di disegno Bottoli”.

Ha scritto pure un paio di libri di poesie e pensieri, assieme a Luigina Bianchi, Rossana. Una poesia, “Identità”, è quasi pirandelliana, parla di maschere che sempre indossiamo e incarna al meglio il suo spirito inquieto e poliedrico, sempre in moto. Però calma. Prima di tutto c’è un altro incontro da ricordare. Quello con Rossano Visioli, il parà di Casalmaggiore ucciso a Mogadiscio il 15 settembre 1993. Conosciamo Rossana proprio grazie a Rossano, idealmente, ossia alla messa e alla successiva cena voluta dal papà e dalla mamma del parà, Bruno e Clementina, dalla Trattoria Dal Mago di San Giovanni in Croce. Un venerdì in suo suffragio e in sua memoria. “Ricordo tutto di quel giorno: lui morì di mattina, in Italia la notizia arrivò verso sera. Ricordo di averla sentita al Tg5 delle ore 20. Quando dissero: “Uccisi due paracadutisti italiani in Somalia” ebbi un fremito. In casa restammo tutti fermi, non sapevamo nulla. Poi la conferma, e caddi per terra. Mia madre che ripeteva, quasi come un’ossessione: “Me lo sentivo che lo ammazzavano, quel ragazzo lì era troppo buono”. Avevamo 20 anni di differenza, ma eravamo molto amici. Come lo conobbi? Grazie allo sport”.

Nella foto il quadro che ricorda Rossano Visioli nella palestra di Rossana Del Re

E lo sport era davvero il futuro di Rossano. “Una delle sue ultime lettere è datata 11 settembre 1993, quattro giorni prima di essere ucciso”. Rossana ce la fa leggere, quattro pagine intense e scritte fini fini, come un megafono conclusivo, un fil di ferro denso con la vita e con gli affetti, con casa. “Io sapevo che lui voleva restare altri mesi in Somalia, confermando il suo spirito umanitario, perché quella doveva essere una missione di pace. Ma, una volta terminata quella esperienza, mi confessò proprio nel suo ultimo scritto a me indirizzato di voler aprire una palestra. Mi chiedeva qualche consiglio e io ero ben disposta a darglieli. In quell’ultima lettera però, Rossano aveva paura: ammise che si aspettava qualcosa di diverso a Mogadiscio, era come se avesse un presentimento, come se avesse sentito o visto qualcosa che non andava. Chiaramente non poteva scriverlo apertamente. Alla versione ufficiale dello sparo di un cecchino somalo mentre faceva jogging al porto, non crede nessuno”.

Nella foto l’ultima lettera di Rossano Visioli, datata 11 settembre 1993, quattro giorni prima della sua morte

Mancano, purtroppo, le prove per sostenere una versione diversa. “Nella lettera Rossano scrive che correva sempre da solo al porto, che faticava a portarsi dietro gli altri, in quel caso furono in tre a seguirlo. Di quattro due morirono, due non seppero dire molto di più. Non è possibile. Sono convinta che lui al porto vide qualcosa che non andava, magari l’arrivo di una nave sospetta, una consegna illecita di armi, non so: sono tante le ipotesi che mi sono fatta, ma resto convinto che ad ammazzarlo fu il cosiddetto fuoco amico, quello di chi era assieme all’Italia in quella missione. Peraltro l’autopsia non venne mai fatta, e converrete che è parecchio difficile accettarlo a cuor leggero. Mi sono fatta fare un copricapo proprio come quello della Folgore, anche se non ho mai fatto il militare, ai miei tempi per le donne era diverso: lo tengo in una teca, come tutti i ricordi che ho di Rossano”.

Nella foto Rossano Visioli prima di partire per la Somalia e durante gli esercizi in palestra ad Agoiolo

E come le foto che lo ritraggono, fisicamente in formissima e col fisico scolpito, sulle pareti della palestra di Rossana. “Adesso non è più attiva, ma è ben attrezzata ancora”. Confermiamo. “La chiamai “Primo incontro” perché era un nome evocativo, che mi piaceva molto. Qualcuno la ribattezzò “Palestra dalle rondini”, perché questi uccelli avevano l’abitudine di nidificare proprio qui, sopra la porta d’ingresso. Adesso le rondini non ci sono più. Rossano era molto attento ad ogni aspetto, a partire dall’alimentazione: arrivò qui che era un po’ cicciotto, per corporatura, e lavorò sodo in ogni momento libero. Conobbe questa palestra perché un giorno un certo fotografo, mi pare si chiamasse Molinari, venne a farmi qualche scatto. Avevo vinto due titoli italiani nel 1983 e nel 1984 per l’alzata di potenza, il powerlifting, e così andai agli Europei prima in Germania e poi a Metz, in Francia, chiudendo con un sesto posto onorevole. Anche io avevo qualche chilo di troppo e decisi di mettermi in riga. Arrivai ad avere un fisico scolpito, tutto in modo naturale. I miei idoli erano Steve Reeves ed Erika Mes. Poi intuii che qualcosa non andava più per il verso giusto, che per andare oltre sarebbe servito un aiuto chimico e decisi di abbandonare quel mondo per darmi alla canoa, sport di fiume. Non rinnego il lavoro svolto, ma quando vedevo ragazze e donne diventare dei muletti, capivo che non era quella la mia strada. E anche le foto di alcuni dei miei idoli, che col tempo si gonfiarono troppo, vennero rimosse dalla parete. A proposito di scatti, non mi piaceva farmi fotografare, ma Molinari insistette molto e alla fine quei flash convinsero tante persone a venire in palestra. Rossano compreso”.

Nella foto Rossana Del Re a metà anni ’80, gli anni dei titoli italiani

Che tipo era Rossano? “An puton, un bambinone – la risposta secca – . Ed era troppo buono, la guerra non era il suo ambiente: lui in Somalia andò per aiutare davvero quel popolo, la sua era una missione umanitaria nel midollo. Magari cercava anche qualche soldo per costruirsi il futuro, ma non ci ho mai visto nulla di male. Mi chiese, un giorno: “Se andassi in Somalia, cosa diresti?”. In realtà aveva già deciso: da amica non sapevo cosa consigliargli, anche perché la scelta doveva essere solo sua. Rossano era un innocente, educato, rispettoso, gentile con tutti. In un anno, l’ultimo della sua vita, maturò moltissimo. L’ultima volta che lo vidi era sulla porta della palestra e mi salutava con la mano: è un’immagine che ho qui, nella testa, e ogni tanto mi sembra di rivivere. L’ho sognato molto tempo fa: aveva sui 40 anni e mi diceva che in quel momento stava proprio bene. “Adesso sto bene”, disse giusto così. E’ l’ultimo ricordo, anche se è un sogno, che ho di lui. La sua ultima lettera, invece, mi arrivò un mese dopo il suo funerale: parlava dei progetti futuri, della palestra, della volontà di organizzare una festa al suo rientro. Fu una forte emozione leggere quelle righe dopo quello che era accaduto. Ho messo la sua foto assieme a quelle di chi è passato ad altra dimensione, ma anche degli affetti più cari che ancora mi fanno compagnia, nell’albero della vita, che ho costruito nella stanza dei presepi”.

Nella foto l’albero della vita di Rossana Del Re: si intravede, tra tante, la foto di Rossano Visioli

La vita di Rossana Del Re, oggi 62 anni, è andata avanti. “Il giorno dopo la morte di Rossano, il 16 settembre 1993, andavo a Parma al Conservatorio e la radio durante tutto il tragitto ripeteva la tragica notizia, non fu facile. Proprio due anni prima avevo deciso di darmi alla musica. Suonavo all’Estudiantina, ma durante un concerto sentii il suono di una musicista che giungeva da Parma, la seguii e sfacciatamente le chiesi il suo segreto. Erano note perfette, nettamente migliori delle mie. Lei mi disse che già suonavo bene, io invece sentivo che potevo perfezionarmi. Così arrivai a Parma e, anche se da privatista, salire le scale del Conservatorio fu per me un sogno realizzato. Per me era come salire le scale della musica, quelle di una partitura. Mi diplomai nel 1999, quasi a 45 anni in mezzo a tanti adolescenti. Ottenni un 7, non un gran voto ma ero felice: ero sempre stata molto forte e attiva, vincevo spesso nella corsa campestre, poi nel tennis amatoriale, infine nell’alzata di potenza, come vi ho detto, e ancora nella canoa, che riuscivo a guidare con naturalezza, tanto da stupire anche i miei allenatori. A volte non avevo nemmeno bisogno di “tirare” troppo, mi veniva naturale. Anche nel mondo del bodybuilding prima mettevo la forza, come facevo nei campi con le piante da sollevare, poi imparai la respirazione. Ricordo un americano, che in una gara a Garlasco mi disse: “Tu quest’anno non hai vinto, ma se apprendi come respirare, l’anno prossimo il primo posto non te lo toglie nessuno”. Aveva ragione: prima volevo solo migliorare il mio corpo, poi capii cosa significava gareggiare sul serio. Entro certi limiti, e quando mi accorsi che la prospettiva era il doping cambiai ambito. Con la musica però è stato tutto diverso: era la mia gara più difficile, quella in cui senza allenamento, contrariamente al campo sportivo dove eccellevo comunque, non avrei mai ottenuto risultati. Lì era come spogliarsi l’anima ed è stato uno sforzo enorme”.

Rossana oggi cosa fa? “Quello che ho sempre fatto: mi do da fare e cerco sempre qualcosa da produrre. Lavoro nei campi. Sono alla Scuola di musica Moro di Viadana, e a 62 anni, tra tante passioni, come i presepi e i disegni che mi fanno compagnia e che ho prodotto negli anni della “Bottoli”, metto al primo posto musica e silenzio. Suono flauto traverso e sax jazz, tra pochi giorni mi operano alla mano e non so quanto potrò combinare. Ma ho già detto che, se devo stare ferma per molto tempo, mi compro una tromba, diversa come meccanismo di suono, e qualcosa mi invento. Io, ferma, non ci sto proprio”.

Giovanni Gardani

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