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Mario Daina, lettera aperta ai
parrocchiani di Santo Stefano:
"Noi da che parte stiamo?"

"Allora mi chiedo e chiedo alla mia comunità parrocchiale, senza voler giudicare nessuno. Dove sta andando la Chiesa di Casalmaggiore? Da che parte sta la nostra Chiesa? Quale è il modo concreto di fare e farsi Chiesa a Casalmaggiore?": queste le domande centrali della lettera del segretario locale del Pd.
Nella foto Mario Daina

CASALMAGGIORE – Non si presenta come segretario locale del Partito Democratico (ruolo che in politica comunque ricopre, ma semplicemente con nome e cognome. E dunque come parrocchiano. Ma il contenuto della sua lettera aperta ai fedeli di Santo Stefano, distribuita domenica fuori dal Duomo di Casalmaggiore, è destinato a fare parlare, discutere e a lanciare una riflessione sul ruolo dei Cattolici nella politica oggi. Mario Daina, volto noto di Casalmaggiore, ha deciso di scrivere proprio ai suoi “fratelli parrocchiani”, come li definisce, cercando di raccontare loro il suo “magone interiore” dinnanzi all’ostentata neutralità e invitandoli a un impegno per portare avanti il “sogno… in cantiere”. Di seguito ecco il testo della lettera, che non passerà inosservata.

“Ogni giorno passo davanti alla “mia” Chiesa di Santo Stefano, la Chiesa che mi ha formato, che mi ha insegnato in modo anche “duro” ad essere, come si diceva a quei tempi, un “soldato di Cristo”. Ogni volta che passo davanti a Santo Stefano, dicevo, o che dalla mia stanza di casa vedo l’oratorio “dove sono diventato grande”, cresce sempre più dentro di me un “magone”, che faccio sempre più fatica a sopportare. Da tempo mi chiedo, ma cosa posso fare per stare meglio dentro? Ne ho parlato con i miei vecchi amici ormai pantofolai, di oratorio: “Rassegnati, ormai noi siamo fuori tempi, non siamo connessi e poi abbiamo già dato” mi dicono. Ma io non ci sto, perché fino a che il buon Dio mi conserva mente e cuore (che è quello che decide, dice don Claudio) io non mi rassegno.

Guardo l’oratorio dal balcone e con la mente e il cuore sono tornato a 50 anni fa, era il tempo della Chiesa postconciliare di Paolo VI (il Papa dimenticato, viene chiamato, ma era nella dottrina il più avanti di tutti i Papi, quello a cui Papa Francesco si ispira di più), era quello il tempo “vivo” e “partecipato” di una Chiesa “nuova”, noi giovani di allora, contestati per le posizioni assunte, che ci mettevano in forte contrapposizione con la gerarchia di allora, distribuimmo una lettera aperta per spiegare le nostre ragioni. Oggi ho scelto ancora, senza dietrologie, questo modo di rapportarmi con la mia comunità, ho deciso di scrivervi una lettera aperta, perché sento il bisogno di aprire un dialogo con voi, che crei le condizioni di un cammino insieme, perché oggi, nella mia Chiesa, mi sento un estraneo.

So di vivere una fede “tormentata” e talvolta “zoppicante”, sono cosciente di non essere in grado di esprimere una visione teologica che abbia organicità e spessore, ma sono da sempre convinto che il fondamento della fede, che è la Croce di Gesù, è essere missionari del Vangelo delle Beatitudini, perché, come dice il filosofo Natoli, commentando la parabola del buon samaritano, “la passione per gli altri è l’intelligenza della vita”.

Mi guardo attorno, cerco di capire cosa è per la mia comunità “il sogno… in cantiere” che detta la linea della pastorale diocesana che condivido, apprezzo le prime omelie di don Claudio al quale va il mio benvenuto sincero (seppur l’esilio imposto a don Cesare continuo a non capirlo) e dopo però, cosa c’è dopo? Allora mi chiedo e chiedo alla mia comunità parrocchiale, senza voler giudicare nessuno. Dove sta andando la Chiesa di Casalmaggiore? Da che parte sta la nostra Chiesa? Quale è il modo concreto di fare e farsi Chiesa a Casalmaggiore?

Da parte mia, cerco di impegnarmi in politica con lo spirito indicato da Paolo VI, che definiva la politica “la più alta espressione della carità”: so di non essere sempre stato all’altezza del mio compito, ma se uno crede nella missione che il Vangelo gli affida, anche se cade, ha la forza per rialzarsi; ciò che fatico ad accettare è questa neutralità di facciata della mia Chiesa, un cattolico non può mai chiamarsi fuori per un quito vivere, per paura di sporcarsi le mani, ho la percezione di una comunità troppo ripiegata su se stessa, convinta di essere la depositaria di una verità che non può mai essere messa in discussione, una comunità nella quale la fa da padrone una linea tradizionalista e conservatrice, una comunità spaventata da ciò che succede fiori e che fa fatica ad aprire le proprie porte.

Ogni comunità che si professa cattolica ha il dovere di approfondire sempre la coscienza di se stessa e dei mutamenti che avvengono nella società in cui opera, praticare il Vangelo non è mai comodo né indolore, qual è il metro che misura l’azione di un credente: io penso e credo sia l’Amore!!! Forse è per questa sensazione di mancanza di amore che molti nostri fratelli se ne sono andati e altri che pur sentono il bisogno della stretta di una mano che li aiuti hanno paura di farsi avanti, forse temono di non essere capiti, sento anche io il bisogno di una stretta di mano che mi tolga il magone e mi faccia sentire parte di quel “sogno… in cantiere”.
Un abbraccio.
Grazie,
Mario Daina”

redazione@oglioponews.it

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