Commenta

Referendum per l'autonomia:
Bongiovanni e Malvezzi in
Auditorium per le ragioni del sì

Bongiovanni è partito dal dato che spesso la Regione indica: i 54 miliardi di euro che consistono nel residuo fiscale, vale a dire la somma che rappresenta la differenza tra quanto i lombardi versano in tasse ogni anno e quanto ricevono in servizi. Questa per Casalmaggiore ammonta a quasi 83 milioni.

CASALMAGGIORE – Un buon pubblico, circa un centinaio di persone, ha seguito martedì sera con interesse in Auditorium Santa Croce l’incontro sul referendum del 22 ottobre, che chiede la concessione da parte del governo centrale di una maggiore autonomia alla Regione Lombardia (lo stesso chiede il Veneto, nella stessa data). Un incontro organizzato dal gruppo “Casalmaggiore al centro e le sue frazioni”, tanto che ad introdurre i relatori ci ha pensato il suo presidente, Francesco Chiari. Purtroppo erano assenti due dei 4 protagonisti annunciati: l’europarlamentare Massimiliano Salini e l’assessore regionale alla Cultura Cristina Cappellini: impegni istituzionali (di lui, legati alla crisi catalana) e malanni stagionali (di lei) ne hanno impedito la partecipazione.

E così a riassumere i contenuti del referendum, e i motivi per votare sì, c’erano il consigliere regionale di Forza Italia Carlo Malvezzi e il sindaco casalese Filippo Bongiovanni, a mostrare come Lega Nord e centro-destra (almeno a livello regionale, nel Paese è altra cosa, il che vale pure per il Pd) siano fianco a fianco nella battaglia, che coinvolge pure il M5S. Chiari ha parlato dell’importanza della Regione Lombardia nell’agricoltura, nell’industria e nell’innovazione: «Nessuna volontà di indipendenza, siamo orgogliosamente italiani ma chiediamo a Roma che le risorse prodotte in un territorio vengano lì spese».
Il sindaco Bongiovanni spiega perché secondo lui dopo un lungo silenzio oggi si parli dell’argomento: «Accade solo perché un leader della destra (Giorgia Meloni, ndr) si è detta contraria, quindi intuendo la zizzania. Bene così, importante è che se ne parli, ed è la prima volta che una simile consultazione si ha nel nostro paese».

Nella sua analisi il primo cittadino è partito dal dato che spesso la Regione indica: i 54 miliardi di euro che consistono nel residuo fiscale, vale a dire la somma che rappresenta la differenza tra quanto i lombardi versano in tasse ogni anno e quanto ricevono in servizi. La Regione ha anche stabilito la suddivisione della cifra comune per comune, e per Casalmaggiore ammonta a quasi 83 milioni. «Pensate che basterebbe che Roma ci lasciasse un 10% di questa cifra e raddoppieremmo il nostro bilancio, mentre invece basta una causa come quella del gas per rischiare di far saltare il pareggio di bilancio». Tra i sindaci presenti (oltre a quelli di Soncino e Castelvisconti) anche Alessandro Gozzi, che sicuramente avrà annuito date le condizioni delle casse della sua Martignana.

«Qui si pagano tante tasse – ha proseguito Bongiovanni – ma abbiamo servizi da terzo mondo, basta vedere le strade che non riusciamo ad asfaltare. Se almeno tenessimo il 75% di quanto versiamo sarebbe un ottimo risultato». Sulla perplessità di chi afferma che un referendum non fosse necessario: «Invece ha senso farlo, poiché la questione dell’autonomia con la grave crisi sembrava passata in secondo piano. Non voglio parlare di Catalogna, ma anche la Brexit fu un referendum consultivo, il che dimostra che pure questi servono: chiedere il parere dei cittadini è sempre una buona cosa».

Carlo Malvezzi ha ringraziato gli organizzatori e il sindaco, ed ha affermato come rivendicare l’italianità e la lombardità non sia in contrapposizione: «Non ci possono essere ambiguità: l’autonomia è l’unica strada per far ripartire il Paese. Il ritorno in risorse irrilevante è un tema di giustizia oltre che di opportunità, e se il 22 andranno in molti a votare il tema dovrà entrare nell’agenda del futuro Parlamento. Sento circolare tante sciocchezze, come quella che dice che bastava mandare una lettera al governo per aprire una trattativa, ma la verità è che tutte le regioni che ci hanno provato non ci sono riuscite. Formigoni fu il primo a farlo nel 2007, e constatò l’impermeabilità di Roma. Poi altri, fino a quello falso dell’Emilia Romagna, tendente solo a mostrare l’inutilità del nostro referendum: il governo ha detto sì, a patto di non lasciare un euro! Ciò dimostra che il federalismo differenziato può passare solo con la volontà popolare. Il nostro Paese ha territori diversi, e in alcuni di questi rimane opportuno che lo Stato sia più presente, in altri meno. La Lombardia, pur non essendo una regione a statuto speciale, offre ottimi servizi, come la sanità, nonostante qui il costo pro capite sia molto più basso. Altrove si spende molto di più per un servizio carente perché non ci si basa sul merito. Basterebbero i costi standard, che permettono di definire gli sprechi, ma non sono stati mai applicati. E’ ormai necessario che chi è inefficiente attui le procedure per diventare efficiente, e chi ci riesce deve essere premiato».

Non poteva mancare l’esempio illuminante del ponte sul Po: «E’ un emblema: la proprietà e di due province, che però sono state massacrate dalla riforma Delrio, e non possono nemmeno tappare le buche. Noi siamo disposti ad intervenire, ma la Regione Emilia Romagna non ha un euro. Ma si può? Misuriamo ogni giorno il fallimento di questo modello, e pensare che se fosse passato il referendum del 4 dicembre sarebbe stato portato tutto al centro». Autonomia significa egoismo? «No, perché noi non ci dimentichiamo degli altri, la solidarietà è nel nostro dna, come mostrano tutti i dati. La logica assistenzialistica è un’altra cosa. La Costituzione prevede che siano ben 26 le materie che possono essere affidate alle regioni, e sono materie importanti. Vorrei sapere la posizione del Pd, ma ne vedo tre distinte: i principali sindaci lombardi sono per il sì, altri esponenti per il no e altri ancora invitano all’astensione».

Altra critica ricorrente: la Lega ha governato anni senza cavare un ragno dal buco. Risponde Bongiovanni: «Il referendum sulla devolution arrivò dopo l’approvazione in entrambe le Camere, e furono gli italiani a bocciarlo. Poi sappiamo come il governo Berlusconi fu esautorato, e quello di Monti fu il governo più accentratore: portò addirittura la tesoreria unica dei comuni, che non possono più disporre dei propri soldi. Quanto al governo Renzi, abbiamo visto cosa ha fatto con le Province. A chi dice che sono soldi buttati, rispondo che Maroni decise il referendum due anni fa, e da allora ha provato inutilmente ad abbinarlo con qualsiasi elezione o referendum, ma il governo ha sempre detto no». Per la prima volta in Italia si voterà con un tablet, niente scheda cartacea, che permane invece in Veneto. «E’ una nuova forma di democrazia che in altri paesi è ormai abituale».

Una provocazione dal pubblico: anche se andrete a Roma, poi il governo vi dirà no e sarà tutto inutile. Malvezzi: «Diranno che il bilancio dello Stato è di 800 milioni a fronte dei 23 della Lombardia, ma noi coi soldi chiediamo anche le competenze nelle materie concorrenti. Quindi chiediamo allo Stato le competenze e il corrispettivo del costo perché noi siamo certi che utilizzeremo meglio le risorse. Oggi il bollo auto è l’unica entrata diretta, e ci porta 1 miliardo. Gli altri 22 miliardi del nostro bilancio sono finanza derivata, cioè tornano dal governo. Capite quindi che margini tributari limitati abbiamo?». Altra domanda: dando per scontata la vittoria del sì, quale ritenete sia una partecipazione sufficiente? Ancora Malvezzi: «Direi che un 35-40%, considerate le percentuali delle politiche e gli inviti a non votare, sarebbe un successo».

Ultima domanda, articolata. In Spagna si è partiti dalle prime richieste di autonomia poi è stata una escalation continua fino alla frattura odierna. Ad esempio si dice che in Catalogna hanno una loro lingua, ma è ufficiale solo dagli anni Ottanta, fu una conquista. C’è chi teme che l’appetito venga mangiando e che anche i lombardi non si accontenteranno. Inoltre c’è un valore simbolico poco considerato: la Lombardia ha deciso di uniformarsi alla data già decisa in Veneto, come ad unire l’antico Lombardo-Veneto. Inoltre la data è quella del 22 ottobre, non casuale: il 22 ottobre 1866 il Veneto voto l’annessione all’Italia, ancora oggi contestata. Malvezzi: «L’appetito vien mangiando, ma se non dai da mangiare a un certo punto uno decide di mangiare da solo: questo è il rischio. Le istanze comunque emergono, e dato che sono giuste, se si negano oggi si ripresenteranno domani in altro modo, e non so in quale forma». Bongiovanni: «Il Veneto ha una tradizione diversa, e l’appartenenza è più forte. Noi lombardi abbiamo una storia diversa rispetto alla loro».

V.R.

© Riproduzione riservata
Commenti