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Ponte, Bongiovanni: "I soldi
da Casalmaggiore a San
Daniele? Solo chiacchiere"

Intanto ieri si è varcata la soglia dei due mesi da quando il ponte Po è stato chiuso. Due mesi in cui il territorio casalasco ha pagato, e continua a pagare, un prezzo altissimo per una carenza infrastrutturale pesante

CASALMAGGIORE – Spostare i soldi dal ponte di San Daniele a quello di Casalmaggiore? “Solo chiacchiere, al momento i 3 milioni di euro di Regione Lombardia sono l’unica certezza agli atti”. A scriverlo il sindaco Filippo Bongiovanni dopo l’incontro a San Daniele in cui il sottosegretario di Stato Luciano Pizzetti e il consigliere Regionale Agostino Alloni avevano lanciato l’ipotesi di ‘dirottare’ i fondi regionali stanziati sul ponte di Casalmaggiore (invero inizialmente sul ponte Verdi di San Daniele e poi, a seguito dell’emergenza spostati su Casalmaggiore) al ponte Verdi e coprire con fondi nazionali l’incerottamento del ponte vecchio al contempo finanziando quello nuovo. Meglio l’uovo oggi che la ‘presunta’ al momento gallina domani: “Benissimo le risorse dallo Stato – scrive il primo cittadino – ma prima gli atti scritti, veri, approvati”. Bongiovanni era stato chiamato in causa ieri in un’intervista in cui Orlando Ferroni, che sta portando avanti l’alternativa del ponte provvisorio, chiedeva al primo cittadino un pensiero sulla vicenda. Una sorta di ‘guerra tra poveri’, con i sindaci impegnati a difendere a denti stretti quel ‘poco’ che per ora è certo a fronte di promesse che al momento restano tali. Intanto ieri si è varcata la soglia dei due mesi da quando il ponte Po è stato chiuso. Due mesi in cui il territorio casalasco ha pagato, e continua a pagare, un prezzo altissimo per una carenza infrastrutturale pesante per la quale al momento poco o nulla si è fatto. A due mesi dal ‘disastro’ ancora non si è presa nessuna decisione sul futuro prossimo del territorio.

STRADE E PONTI – 20 chilometri in più per raggiungere Parma, su una strada, quella di Sorbolo, che presenta un tratto arginale piuttosto pericoloso per chi deve raggiungere – e sono tanti operai ed impiegati e liberi professionisti, sicuramente di più dei 450 censiti – l’area del colornese e di San Polo. Due le uscite di strada segnalate ieri nella provincia parmense, fortunatamente senza gravi conseguenze. Due ponti che subiscono pesantemente la chiusura di quello casalasco. Viadana, che malsopporta i 9000 mezzi in più che vi transitano e San Daniele (3000 mezzi in più) che è ancora a senso di marcia alternato. Il servizio bus fa fatica ad ingranare la marcia e molto della gestione delle nuove problematiche è demandato all’intraprendenza privata, al favore personale, ad imprenditori che si organizzano e vanno a prendere i propri operai in stazione. Una situazione insostenibile sulla quale permangono parecchie incertezze. Due le alternative che restano in campo: ‘fasciare il defunto’ per 5 milioni di euro, riaprirlo entro un anno alle sole auto con l’incertezza del quanto durerà l’efficacia dell’intervento o pensare ad un ponte provvisorio, con un costo che si aggira sui 15 milioni di euro. Tre quinti di Donnarumma, metà Belotti, le gambe di Ivan Perisic o tutto un Diawara o un Andrea Conti tanto per fare un raffronto con il mondo del calcio, al loro valore di mercato. Resta poi l’ipotesi della ricostruzione immediata del ponte nuovo: costo stimato 80/100 milioni di euro, tempi biblici. Dai 4 o 5 anni stimati dalle province al decennio emerso nell’incontro di San Daniele. Un’ipotesi che abbiamo lasciato fuori dalle considerazioni perché dovrà essere scelta, ma insieme ad una delle altre due.

FERROVIE – La via Crucis del territorio. Qualche treno aggiuntivo, qualche primo passo sulla strada dell’intermodalità non cancellano la considerazione primaria: il servizio é pessimo, poco affidabile tra treni in ritardo o soppressi, stazioni fantasma ed impossibilità di programmazione. Il basso cremonese paga decenni di nulla considerazione della questione del trasporto su ferro ed ora che servirebbe un servizio efficente, è pure inutile a pensare di considerarlo, o di sognarlo tale. Sulle vecchie scatole di latta che viaggiano sulla direttrice Parma Brescia ci si può fare scarso affidamento e anche sulle strategia di pressione su chi gestisce il servizio il territorio è diviso: dal Comitato che sta cercando di far cambiare rotta a Trenord anche per via giudiziaria agli ambientalisti che chiedono a gran voce la TiBre ferroviaria (60 milioni il costo). Anche qui resta un’unica certezza: investimenti pochi, volontà di agire dal punto di vista infrastrutturale ancora meno. Siamo all’anno zero del trasporto su ferro, al massimo all’anno 1.

RISORSE – Anche qui – a voler essere concreti così come lo è stato Bongiovanni – il piatto piange. Al momento di certo ci sono solo i 3 milioni di euro di Regione Lombardia sul ponte Po e gli spiccioli di Regione Emilia sul ponte Verdi. Poi tante promesse senza nessun atto formale preciso. Per il ponte nuovo non si potrà prescindere dall’intervento statale. Lo stato, tramite il sottosegretario Pizzetti, ha promesso la copertura del costo dell’intera infrastruttura ritenuta strategica per i collegamenti tra le regioni. La certezza è al momento che non si potrà contare sul portafoglio vuoto delle province. Quella cremonese sì è già arresa: a fine anno le competenze sul ponte passeranno ad ANAS. Quella parmense al momento resiste, non si capisce a che pro. Aiuti ai cittadini? Al momento zero e zero quello alle imprese che stanno pagando un prezzo carissimo all’emergenza. Tanto per ricordarne alcune, l’Oglio Po (l’ospedale) registra un 30% in meno di utenza (e di soldi). La Parmovo in due mesi ha dovuto investire 60 mila euro in più in spese, secondo quanto riportato sempre dal consigliere Ferroni che con i vertici dell’azienda ha parlato. Considerando i cittadini, per chi lavora a Parma, considerando 20 giorni lavorativi, dai 22 km a ponte aperto si è passati ai 40 a ponte chiuso. 3 litri di gasolio in più al giorno di consumo, un’ottantina di euro in più al mese. Nulla insomma, per cui stare allegri.

Nazzareno Condina

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