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Il mercato delle armi e i soldi
tolti a spese utili alla comunità:
la lectio magistralis di Beretta

Avvalendosi di dati ufficiali di organi istituzionali, italiani ed internazionali, corredati da notizie di prima mano e materiale informativo delle Aziende produttrici (in primis Finmeccanica, ora Leonardo, ma non solo), Beretta ha delineato un quadro inquietante sulla fornitura di armi a Paesi in conflitto.

BUZZOLETTO (VIADANA) – Nella accogliente Sala multifunzionale della Cooperativa Palm W&P Onlus di Buzzoletto si è svolto sabato scorso, come da programma, il secondo incontro formativo del binomio “Effetto Serra, Effetto guerra” con l’intervento del sociologo Giorgio Beretta, su iniziativa delle Associazioni ambientaliste e pacifiste Casalasco-Viadanesi. Il folto pubblico ha ascoltato con attenta partecipazione la puntuale relazione del dottor Beretta.

Avvalendosi di dati ufficiali di organi istituzionali, italiani ed internazionali, corredati da notizie di prima mano e materiale informativo delle Aziende produttrici (in primis Finmeccanica, ora Leonardo, ma non solo), Beretta ha delineato un quadro inquietante sulla fornitura di armi a Paesi in conflitto o nei quali non vengono rispettati i più elementari diritti umani, nonostante le leggi vigenti ed i Trattati internazionali vietino espressamente tali pratiche, con la conseguenza che dal mercato “legale” (autorizzato dalle funzioni competenti) le armi di ogni tipo finiscono in possesso di ribelli o terroristi, in occasione di rivoluzioni o colpi di Stato, paradossalmente proprio a coloro che si afferma di voler contrastare. I dati ufficiali sulle spese militari di tutti gli Stati sono consultabili sull’autorevole ed indipendente sito del SIPRI (sigla che sta per Stockholm International Peace Research Institute), mentre i siti italiani utili e ben documentati su questo tema sono MIL€X e Rete Disarmo, che riportano un ampio spettro di informazioni precise ed aggiornate sull’aumento delle spese militari sia a livello mondiale che italiano, nonostante l’opacità che caratterizza questo settore, in barba alla famosa legge 185 del 1990 che impone di documentare annualmente in modo esauriente e dettagliato le esportazioni di armi (tipo, quantità, valore e Paesi destinatari).

Ma quanto interessa tutto ciò ai comuni cittadini? In genere si pensa che le armi siano un male necessario per garantire la difesa della Nazione, come peraltro afferma l’art.11 della Costituzione: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo). “E’ evidente – hanno spiegato il relatore Beretta – che da diversi anni (in particolare dalla caduta del Muro di Berlino) il “modello di difesa” è cambiato in funzione della tutela dei “nostri interessi” ovunque si ritengano minacciati e di fatto quindi l’art.11 è stato snaturato, come ciascuno può constatare, sia dal numero di conflitti (mai dichiarati ufficialmente, ma realmente combattuti con corredo di vittime sia militari che civili) che dall’aumento delle spese militari per l’acquisto (non solo la vendita) di sistemi sempre più costosi e sofisticati. Sappiamo a quanto ammontano le spese militari italiane in un anno, in un giorno, in un’ora? Sconcerta e ammutolisce sapere che vengono spesi in armamenti 23 miliardi di euro all’anno, 63 milioni al giorno e 2,5 milioni di euro all’ora. E Trump vuole che aumentiamo questa spesa. Parliamo di fondi sottratti a spese molto più produttive a vantaggio dei cittadini (scuole, pensioni, salute, risanamento del dissesto idrogeologico, creazione posti di lavoro e anche i ponti sul Po). Ecco perché le armi sono dannose già prima di essere usate”.

“Non solo: per poter esportare il nostro “Made in Italy” nel settore bellico – ha detto Beretta – il Governo deve dimostrare di aver già utilizzato gli stessi prodotti che vende, e sul mercato hanno più valore le armi “già sperimentate in teatri di guerra”, da cui ne discende che i continui rifinanziamenti alle varie “missioni” non sono funzionali a ripristinare la pace, ma a conferire valore aggiunto ai vari dispositivi utilizzati in quei contesti. Spesso, in occasione di crisi particolarmente gravi, ci si chiede: “Dove sono i pacifisti? Cosa fanno? Perché non si fanno sentire?” Le manifestazioni sono solo la punta dell’iceberg, la vera strategia è più articolata ed agisce in molteplici direzioni: sulla consapevolezza delle persone che le armi, pur essendo al momento ancora inevitabili (per le forze di polizia), sono già di per sé fonti di instabilità e minaccia sociale (la funzione deterrente che sembrano suggerire è in realtà ingannevole, poiché induce ad una maggiore escalation) e da questa constatazione deriva la proposta di legge d’iniziativa popolare per l’istituzione della Difesa Popolare Civile Non armata e Non violenta; sul confronto costruttivo con le autorità competenti (che non sempre lo accettano) affinché, come primo passo, rispettino le norme già ratificate in materia di embargo ai Paesi in conflitto, o governati da dittatori, per evitare la recrudescenza di fenomeni terroristici o di esodi di massa e gradualmente riducano gli stanziamenti, anche (perché no) in un’ottica di efficientamento come potrebbe essere la costituzione di un esercito europeo che eviterebbe sprechi, in funzione di una progressiva diminuzione delle spese militari; sull’informazione corretta, completa ed esaustiva, perché ogni cittadino sia in grado di farsi un’opinione, giudicare i programmi ed interpellare i candidati alle prossime elezioni anche alla luce di questi temi, circa il loro impegno verso la graduale riconversione dell’industria bellica e la riduzione delle spese militari a vantaggio di un maggior benessere dei cittadini, in vista di un futuro sempre più equo, civile, pacificato, nonviolento e rispettoso della dignità di tutti, soprattutto delle future generazioni”.

“A questo proposito – si è conclusa con un esempio la relazione – va detto che l’industria delle armi non contribuisce di più all’aumento del PIL, ad esempio, della produzione di formaggi, perciò in regioni come la Sardegna sarebbe meglio continuare a praticare la pastorizia a tutto vantaggio tra l’altro dell’ambiente, piuttosto che fabbricare bombe da parte di poveri (gli operai sardi) che andranno a colpire altri poveri (è il caso del conflitto nello Yemen)”.

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