Un commento

Capanno rimosso in
golena, l'orrido abuso
è stato infine sanato

L'abuso è stato sanato. In un mondo in cui trionfano palazzinari, costruttori di opere immonde, abusi che si aprono come ferite profonde tra terra e cielo erano quelle tre case sul fiume a dare noia

CASALMAGGIORE – Il Capanno, tra qualche giorno, non ci sarà più. Sarà solo un ricordo per chi ha avuto la fortuna di transitarvi, un pezzo di storia cittadina cancellato. Non è la storia di quelli che contano, più facile che per buoni versi sia quella di chi non conta nulla. Un pezzo di storia semplice cittadina gettato via. Così, come si butta via un rifiuto, nel sacco della rumenta.

25 anni di storia di golena, di feste e di nebbie, di zanzare e cielo, di barche sul fiume e temporali. Di racconti di vita. L’abuso è stato sanato. La ferita quella no, quella resta aperta. Quel capanno, in fondo, tranne al consigliere di golena in cerca di visibilità dopo mesi di delega silente, non dava fastidio a nessuno. Punto di approdo di visi ed anime, alcune già partite verso il mare dei ricordi, che tanto hanno fatto anche per quella golena. Tanto per ricordare un particolare, se il primo tratto dell’area parco è oggi ricco di vegetazione lo si deve ad alcuni di quei pionieri che quelle piante le hanno messe e curate.

L’abuso è stato sanato. In un mondo in cui trionfano palazzinari, costruttori di opere immonde, abusi che si aprono come ferite profonde tra terra e cielo erano quelle tre case sul fiume a dare noia. Ci ha pensato lo Stato gendarme, un consigliere, Orlando Ferroni, in cerca di popolarità, uffici comunali che una volta avviata la pratica hanno dovuto seguire ed eseguire procedure. In un’area – quella golenale – in cui sarebbe bello capire dove arriva e dove si arresta l’area fiume, quante e quali sono le costruzioni in bilico.

Paradosso dei paradossi, la storia di quelle tre casette, parla da sola. Quella smantellata da Arcangelo Pirovano, che se ne era assunto la responsabilità di custodirla, era stata edificata da carabinieri e polizia. Era lì che gli agenti, un gruppo di loro, si ritirava per una grigliata e quattro chiacchiere in compagnia. Di quegli uomini valorosi non c’è in vita quasi più nessuno. Altra storia paradossale è quella della barca. Fu messa lì, dove dovra essere spostata e smantellata, dal sindaco Orioli che di quelle strutture ne aveva comprate tre. Una giace tra i fondali di golena, dell’altra se ne persero le tracce in tempi lontani. La terza – l’orrido abuso – è quella rimasta. Ancora per poco. Fu sede degli incontri degli ambientalisti, tra le altre cose. Nessuno l’ha comprata per cui formalmente la proprietà dovrebbe essere ancora quella che ricordano tutti.

Ieri, Luciano Daina, che sino all’ultimo ha cercato la via del compromesso, ha alzato amaramente bandiera bianca. Non prima di essersi tolto qualche sasso dalle scarpe. Cronistoria di una morte annunciata, merito di una burocrazia che va oltre la ragione ha intitolato il suo sfogo.

“L’eclettico Assessore Comunale con delega al Parco, Chi non lo conosce, fu il primo attore del fermento che si creò in quell’area sugli ‘abusi rivieraschi’. (Diciamo noi: “solo quelli c’erano/ci sono sulle aree comunali (e demaniali)? Si usano due pesi e due misure?). Si determinò così tra gli Addetti Comunali competenti “un certo panico” che portò ad iniziative individuali, frettolose, scoordinate. Una preventiva comune riflessione sarebbe stata decisamente più opportuna, tant’è che proprio il dr. Ferroni, recentemente, ha manifestato a ‘noi sfollati’ il suo disappunto alla rimozione della struttura. Seguì quel Consiglio Comunale in cui venne discusso l’argomento. “Ponzio Pilato” e “Don Abbondio” sciorinarono una requisitoria fumosa nella quale assicurarono che erano state percorse, invano, tutte le strade possibili per valutare la possibilità di regolarizzare lo stato di fatto del capanno. Da allora sulla vicenda calò il loro rumoroso silenzio. Fu l’inizio della fine. Entrò poi in scena ‘Don Rodrigo’, responsabile della Polizia Municipale che, con un’ansia smisurata, paventò multe da capogiro se non si fosse proceduto all’abbattimento. Seguirono due lettere degli ‘sfollati’ indirizzate all’Amministrazione rimaste incompiute. Chiedevano, tra l’altro, un incontro per suggerire al Sindaco e al Vice Sindaco due strade legali risolutive contrariamente a quanto da loro dichiarato in Consiglio. Una ex-novo e una esistente nei cassetti dell’Amministrazione da circa vent’anni che aveva sanato lo status quo di allora che è né piu né meno quello di oggi. Perché dimenticarsene? Lasciamo perdere. Pertanto, di fronte a questo muro di gomma, ‘i dispersi’, con la spada di Damocle sul collo, stanno smobilitando il capanno. Peccato, si sta abbattendo un simbolo, pur modesto, che ha raccontato 25 anni di Golena. Tante le persone che si sono succedute che di fatto erano/sono i primi innamorati della zona e quel che han fatto è li da vedere. Comunque questi ‘senza tetto’, nonostante tutto, pensano ancora positivo. Auspicano, vedono, il loro futuro ancora in Golena con lo spirito di sempre. Una nuova idea è in fermento. Dai piccoli gesti, dai piccoli segnali si fanno le storie, i ricordi delle Comunità. È su queste basi, che gli ‘abusivi’, intendono ripartire nella piena legalità. Prossimamente busseranno all’Amministrazione Comunale, nella convinzione che con il suo supporto (non monetario s’intende) potranno coronare con successo una nuova iniziativa senza trovarsi di fronte a ostacoli preconcetti”.

Il capanno, tra qualche giorno, sarà solo un ricordo. L’inutilità dell’accanimento su tre strutture figlie del fiume e dei suoi giorni, cancellate dall’agire umano, da uomini e leggi che muovono azioni da elefante nella stanza della cristalleria e l’atto in se che ha cancellato tutto resterà a perenne memoria. Così come la sensazione dell’atto inutile per non dire dannoso, di certo lesivo della memoria storica del fiume. Abusi che non possono essere sanati, in alcun modo.

Nazzareno Condina

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  • Riccardo Calestani

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