Cronaca
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Il ponte, tra lavoro, affetti ed ospedale. La storia amara di Maria Cristina

"In casa, col ricovero di mia madre, sono rimasti mio nonno, mio zio e mio padre, tre persone anziane da sole. Non riesco ad andare tutti i giorni".

COLORNO – “Speranza? Io non ne ho più. E’ un disastro totale, è già tanto se non vado giù di testa”. La mamma in ospedale, le corse tra una sponda e l’altra del Po, il giro che faceva prima in 15/20 minuti diventato un incubo. Lavoro e affetti da conciliare che la necessità del momento ha trasformato in elementi inconciliabili o quasi, acqua e mercurio da mescolare ugualmente.

Maria Cristina C. – originaria di Rivarolo Mantovana – si è sposata il 4 dicembre del 2016. Da Rivarolo Mantovano si è trasferita a Colorno in seguito a quel matrimonio. Lavora per una cooperativa. Sino al 31 luglio scorso lo ha fatto per la mensa della scuola di Bozzolo. “Facevo avanti indietro – ci racconta – e poi a fine lavoro mi fermavo dai miei”. Genitori anziani, uno zio, padre e madre. Gli affetti più cari di cui parlavamo prima.

Il 31 luglio gli scade il contratto: “Non mi sono preoccupata – prosegue nel racconto – anche perché mi avevano detto che a settembre avrei lavorato per la mensa dell’Oglio Po”. Poi il settembre è arrivato, il 7 settembre il ponte ha chiuso e per lei è cominciato il cammino nel girone infernale. A lei, viste le distanze, è stato preferito qualcun altro. Un lungo periodo di disoccupazione terminato da poco. Un part time a Colorno, ma l’esigenza comunque di doversi spostare.

“La settimana scorsa è stata ricoverata mia mamma per uno scompenso cardiaco. Una cosa non da poco. Quando mi hanno avvertita dovevo andare a lavorare dopo qualche ora. Sono partita subito per arrivare all’Oglio Po per starci 10 minuti e poi ripartire col lungo giro per tornare a Colorno e non perdere quel posto di lavoro. E da allora il mio destino è correre da una parte e dall’altra cercando di incastrare i tempi”.

“Prima finivo alle 16.30 e tutti i giorni poi passavo dai miei e mi fermavo lì. Adesso è tutto così difficile!”. Un’altra delle persone a cui hanno rubato e stanno rubando il tempo. “In casa, col ricovero di mia madre, sono rimasti mio nonno, mio zio e mio padre, tre persone anziane da sole. Non riesco ad andare tutti i giorni, mi fermo lì da loro il sabato e la domenica che non lavoro. Quando tornerà a casa mia mamma avrà bisogno di un aiuto e di assistenza. Cercherò di organizzarmi, anche se tutto è difficile. E per fortuna non ho figli. Ma non si può vivere così”.

Domani è un giorno importante. La burocrazia, a quasi cinque mesi di distanza, muoverà uno dei primi passi. La Conferenza Stato Regioni dovrebbe assegnare i soldi per le riparazioni del Ponte Po. Poi ci sarà il bando, poi sempre con comodo, forse inizieranno i lavori, poi con altrettanto comodo verranno portati a termine e al netto di problematiche che potrebbero presentarsi, nel 2019 (più nella seconda che nella prima parte ormai) la struttura verrà (forse) riaperta probabilmente con limitazioni.

“Speranze? Davvero, non ne ho più, non parlatemi di speranze. Dovrò continuare a correre, da una parte e dall’altra del fiume, per mantenere il lavoro, pensare a casa mia e seguire i miei”. Una vita impossibile anche la sua. Il 31 maggio le scade il contratto a Colorno. A chi le dà lavoro, a chi glielo paga i problemi del ponte non interessano nulla. Lavori e resti, non lo fai e sei fuori. La vita, al di fuori dei palazzi del potere, in genere funziona così.

Mentre ai piani alti giocano con i soldi da spostare come nel più insulso dei Monopoli e anche quel che sembra facile è così tremendamente complesso e difficile, mentre altro tempo passa e passerà, altri soldi se ne vanno, i precari sono sempre più precari, soprattutto se costretti a rimbalzare da una sponda all’altra, la vita passa. Il tempo pure, tra quello rubato e quello utilizzato per farci stare dentro tutto. E sono tante le Maria Cristina che stanno lottando cercando di rimanere a galla. Inutile nutrire speranze vane. A loro tanto, non pensa e non penserà nessuno.

Nazzareno Condina

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