Cronaca
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Riccardo, un esempio di coraggio e voglia di vivere. Oggi l'ultimo viaggio terreno

Alla fine, a risuonare nella mente di tutti, la frase con la quale aveva esordito in un convegno di fronte a 1500 studenti. "Ciao sono Riccardo, ho 18 anni e sono un ragazzo normale".

VICOMOSCANO – Angelo con gli angeli, o vento nel vento, a vent’anni appena. Difficile da digerire per chiunque, difficile per un figlio, un amico o anche un semplice conoscente. Riccardo Visioli, oggi pomeriggio, è partito per il suo ultimo viaggio terreno, quello che lo ha portato a riposare vicino alla sua mamma, vicino a chi lo ha amato con semplicità e tanta forza, più di tutti. Era stracolma la chiesa, di gente di ogni età, di tutti coloro che lo avevano conosciuto e lo conoscevano da sempre e da chi l’ho aveva imparato a conoscere ultimamente, quando la sua storia era divenuta pubblica.

La sua storia ed i suoi sogni, quello di studiare lettere, di fare il giornalista, di scrivere un qualcosa che restasse. Perché, come spiegato bene nell’omelia da un don Ottorino Baronio che non ha nascosto una forte emozione nel racconto, Riccardo era ben consapevole che il suo tempo, su questa terra, non sarebbe stato lungo. Ma riccardo non ha rinunciato a lottare, non ha rinunciato a farlo col sorriso benché sapesse che – per le sue condizioni fisiche – non esisteva cura.

Non ha mai smesso di credere, di lottare e di sognare Riccardo: “Ho incontrato Giuliano, il papà di Riccardo – ha spiegato don Ottorino – in ospedale. Lui ringraziava i medici per tutto quel che avevano fatto per suo figlio. Il medico invece ringraziava lui, per tutto quello che Riccardo aveva insegnato loro. Ho toccato in quel momento con mano cosa significa il vero senso della vita. Riccardo era consapevole di vivere in un corpo fragile, difficile. Ma non diceva mai di avere un corpo malato, ma di avere un corpo così. Il corpo che Dio gli aveva donato. Sapeva che il suo corpo sarebbe cresciuto in fretta, sapeva con chiarezza e lucidità di avere poco tempo anche se non ne ha mai fatto un limite. Questo corpo lo aveva reso un combattente, sulle piccole così come sulle grandi conquiste”.

Consapevole ma mai domo. Era impagnato Riccardo, con la sua testimonianza, a dare il proprio contributo al mondo di quella ricerca in cui credeva: “Sapeva benissimo che non sarebbe servita a lui perché la sua malattia era troppo avanti, ma lo stesso era consapevole che la ricerca sarebbe servita a qualcun altro”. Aveva sogni Riccardo, ed ha sempre cercato di viverli con fiducia, e con il sorriso. Ed ogni piccolo sogno realizzato era per lui una conquista. Ha avuto persone speciali intorno: persone che ne hanno e sempre capito ed assecondato i sogni. A parte i genitori, lo stesso don Ottorino Baronio e gli amici della parrocchia. “Uno dei ricordi che ho di lui è quando mi disse che voleva andare al mare. Inizialmente rimasi un attimo così quando mi disse che voleva venire al mare con noi e con i suoi amici in Sardegna. Lui non si poneva limiti e grazie al suo coraggio riuscimmo a portarlo al mare, a fargli fare il bagno. Fu per lui una piccola ma stupenda conquista”.

Una lezione di vita: “L’insegnamento di Riccardo è stato proprio questo, quello che nella vita bisogna impegnarsi. Questo era Riccardo e lo dico a voi, a voi che avete un corpo bello, che potete far tutto e spesso quella stessa vita la sciupate lontana da Dio. Abbiate progetti grandi. Non rattristatevi oggi per la morte di Riccardo per poi domani tornare a razzolare in un pollaio. Il coraggio di Riccardo deve essere lezione: la morte del suo corpo ci insegna a vivere in maniera più piena, e nella grazia di Dio, la nostra vita”.

Umano e divino, divino ed umano. C’era la grazia in Riccardo, ma c’era tanta umanità. E c’era e c’è tanta umanità in chi resta: “Il morire non era contemplato. Tutti i progetti, tutti i sogni: Riccardo avrebbe voluto studiare le lettere che tanto amava, diventare giornalista, scrivere della sua vita. Ma quei sogni e quei progetti non si sono spenti. La vita che ha vissuto Riccardo, come tutte le vite ha un senso. Finalmente sei libero da questo corpo fragile, ora hai un corpo bello nella pienezza di Dio. Non sei morto, ma continui a vivere. Hai combattuto una buona battaglia. E noi stiamo combattendo la battaglia per fare di Cristo il nostro scopo? La vita è questa, come ci ha insegnato Riccardo, se no tiriamo a campare. Oggi sei lì, nel volto risorto del Cristo e ti ritrovi ad abbracciare la tua mamma in Cristo risorto. In te si compiono le parole del vangelo. Gesù dice io sono la resurrezione, io sono la vita. Chi vive in lui non muore più. Cogliamo il monito dalla bara di Ricky, il monito di una vita in Cristo”.

La funzione è stata lunga. La bara era lì, in chiesa, dal giorno prima. Tutto è stato vissuto con un senso altissimo dello spirito. Prima del mesto corteo verso il cimitero, un momento di ricordi. Quello di una ragazza con i suoi stessi problemi, una ‘ragazza farfalla’ che ha chiesto a Ricky “Da lassù, getta una goccia del tuo ottimismo su tutti noi. Grazie della tua leggerezza”. O del medico che ha ricordato come i soldi raccolti nelle offerte andranno a finanziare due borse di studio, una a nome suo ed una a nome della mamma, per la ricerca.

Alla fine, a risuonare nella mente di tutti, la frase con la quale aveva esordito in un convegno di fronte a 1500 studenti, lui che aveva un eloquio capace di arrivare dritto al dunque ed una parlantina facile. “Ciao sono Riccardo, ho 18 anni e sono un ragazzo normale”.

Non lo era davvero Riccardo, un ragazzo normale. Era un ragazzo speciale. La sua lotta è quel che resta di lui. Più forte di ogni dolore, più penetrante di ogni possibile lacrima. Si è spento il corpo del ragazzo farfalla. L’anima ha preso volo, di quelle stesse ali.

Nazzareno Condina

 

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