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Don Paolo Antonini nel ricordo
di Renzo Zardi. Da Breda alla
Domus, nel decennale della morte

Renzo Zardi porta avanti la memoria di don Paolo Antonini. Un prete che "Ha vissuto e sino in fondo il Vangelo". Un uomo "Con i limiti degli uomini ma con una profondissima umanità"

BOZZOLO – Ci sono uomini che lasciano il segno. Al di là della veste che indossano. Chiamateli profeti, chiamateli semplicemente persone che sanno guardare avanti ed oltre. Uomini di fede – per chi crede -, esempi di densa umanità anche per chi fede non ha. Ci sono persone che rischiano di scivolare nel dimenticatoio perché poi se ne perdono i contorni e di loro non resta a parlarne che una lapide o un epitaffio. E qualche ricordo di chi ha vissuto.

Renzo Zardi porta avanti la memoria di don Paolo Antonini. Un prete che “Ha vissuto e sino in fondo il Vangelo”. Un uomo “Con i limiti degli uomini ma con una profondissima umanità”.

Quest’anno, a novembre, saranno 10 anni che il prete dalle scarpe rotte, il ‘ragazzo di Fossacaprara’, adottato da Breda Cisoni ha abbandonato la vita terrena. 10 anni senza una delle voci più critiche e limpide della Chiesa del dopoguerra sul nostro territorio. Il prete degli ultimi, dei diseredati e degli oppressi. “Al pari di don Mazzolari, così dovrebbe essere ricordato don Paolo Antonini. Va tenuto vivo”.

Un prete di campagna, amico degli ultimi, fossero i poveri della sua terra, gli extracee, i malati, i tossicodipendenti. Senza alcuna differenza. “Sino a che combatterai per gli ultimi saremo dalla stessa parte” soleva ripetere don Paolo a chi lo avvicinava “Ma il giorno in cui passerai dalla parte dei più forti le nostre strade si divideranno”. Non era una questione religiosa, per lui non lo è mai stata. L’unico metro di giudizio che chiariva da subito a chi lo avvicinava era l’umana natura.

“L’amore non ha tessere da mostrare, non chiede da dove vieni ne dove vai. L’amore verso gli uomini prescinde dal credo”. Ancora risuonano le sue parole ogni qual volta che poi, ci si dimentica di quella figura straordinaria nella sua umanità. E risuonano ancora più forte oggi, tempo in cui è l’individualismo è diventato imperante.

Renzo Zardi, quel parroco, lo ha conosciuto bene: “Sono stato il suo primo battezzato, nel 1947, a Breda Cisoni e l’ultimo a vederlo in vita. Ero alla Domus a Bozzolo a consumare con lui l’ultimo pasto. Il giorno dopo se ne è andato. Ma è ancora con me, vivo e vegeto. Lo sento, ogni giorno perché lo porto dentro”.

A Breda Renzo è cresciuto nella casa adiacente alla canonica che lo ospitò: “Stavo nella casa vicina a Gianin e alla Barbarina, alla canonica. Ho abitato lì dal 1947 al 1961. Lui era già così allora. Ricordo tanti episodi della mia giovinezza”.

Episodi che fanno parte della storia che poi non fa fatica a raccontare. “A volte sua mamma – ci racconta – veniva con un paio di sue calze e chiedeva la lana ai miei. Queste calze, le calze di Paolo, diceva, hanno più buchi che lana. Non è che avresti della lana per rammendarle? Poi le lasciava lì, e mia mamma che era fatta della stessa pasta gliele sistemava. I primi tempi, ogni qual volta lo chiamavano da qualche parte, veniva a prendersi la bicicletta. Quando rinunciò a quella che lo aveva portato da Fossacaprara a Breda Cisoni non volle prendersene un’altra”.

Quando fu nominato a Breda, si trasferì dalla sua Fossacaprara, poco più che 20enne, in bicicletta: “Ricordo che mi raccontava che arrivato a Sabbioneta non sapeva più dove andare e dovette chiedere informazioni. Breda non sapeva neppure dove fosse…”. Parla di quell’episodio col sorriso ma era anche questo classico dell’uomo. Capace di grandi voli e di prediche fuori da ogni schema ma pure capace di perdersi in un bicchier d’acqua, soprattutto quando si trattava di strade. Anche per quello, e pure negli anni successivi, preferiva muoversi con qualcuno.

Anche nella vita sacerdotale, prima vicario e poi parroco, manifestava già quello che poi lo avrebbe contraddistinto nel resto della sua vita. Un carattere particolare, di quelli che non riuscivano a tacere, fosse stato pure per convenienza. Le tasche sempre irrimediabilmente vuote: “La domenica a messa – racconta ancora Renzo – prendeva tutte le offerte e le stendeva sul selciato subito dopo la messa, suddividendole a seconda delle necessità. Ha fatto così sino a che è rimasto qui. Le vite delle famiglie di Breda aveva imparato a conoscerle bene. Le offerte venivano distribuite tutte tra le famiglie bisognose. Così come venivano donate, lui le ridistribuiva. Non ha mai fatto mancare niente a nessuno, non ha mai tenuto nulla per se. Poi se ne andò da Breda perché aveva pestato i piedi a qualche bacchettone. Ricordo una domenica in Chiesa in cui ad alcune famiglie di gente possidente, le famiglie che sedevano nelle prime file, notò qualcuno disattento, o che dormiva. Dal pulpito disse che se qualche cristiano era lì per dormire, o per non ascoltare la parola di Dio, sarebbe stato meglio restasse a casa. Meglio un vero non credente che un finto cristiano. Era sempre dalla parte dei poveri, e diceva sempre quel che pensava e non gliela perdonarono, qualcuno scrisse in curia, sino a che non fu spostato”.

Sono tanti gli episodi che Renzo ha vissuto, ricordi indelebili della sua giovinezza: “Portava un ragazzo paraplegico a scuola. Se lo caricava sulle spalle tutte le mattine. Non diceva mai di no a chi gli chiedeva aiuto. Aveva lo stesso identico carattere dei miei genitori, che anche per quello se lo erano presi a cuore. Un aiuto non lo si negava mai a nessuno, le cose si recuperavano sino all’ultimo e gli altri venivano sempre prima”. C’è anche una piccola amarezza: “Quando è morto nel 2009 ed anche negli anni successivi ho cercato di ricontattare quelli che aveva aiutato. Non tutti hanno risposto”.

Don Paolo Antonini era così, non si chiedeva mai del dopo, viveva intensamente il mentre. Era la parola di don Mazzolari – o più tardi dei sui maestri di vita don Lorenzo Milani, i preti operai francesi – che si faceva azione. Un prete scomodo. Lo fu a Breda come lo fu – parroco fino al 1978 a Gazzuolo – e poi a Casalmaggiore (1978-1997) quando non gli fu consentito che il suo ultimo volere, quello di restare tra i suoi ragazzi della Casa dell’Accoglienza a fare da custode nella casa dei vietnamiti dove aveva portato le sue cose, fosse esaudito. Fu un periodo durissimo quello per lui. Un periodo di estrema sofferenza.

Un periodo in cui trovò più amici veri tra i non credenti che tra gli uomini timorati da Dio. “Io quel tempo non l’ho vissuto – spiega Renzo Zardi – ma a Bozzolo parlava sempre con orgoglio del periodo di Casalmaggiore, della Casa dell’Accoglienza e dei suoi ragazzi con fierezza. Ricordava tutto con lucidità. Sentiva, comunque, di aver fatto qualcosa di importante ma non per se stesso, ma per loro”. Spesso ne parlava con commozione. “Dopo che se ne andò da Breda a Gazzuolo lo persi di vista, poi quando seppi della sua nomina a parroco di Casalmaggiore erano passati anni. Me lo immaginavo abate, me lo immaginavo nel suo nuovo ruolo, con tutte quelle cariche e un po’ ne provavo soggezione. Un giorno poi in cui ero nella città in cui era stato nominato parroco per lavoro, lo incontrai. Proprio a Casalmaggiore. Avevo visto da lontano quell’uomo nero sulla bicicletta e capii subito che era lui, che non c’era nulla di diverso dai tempi di Breda Cisoni. Ci salutammo con molta cordialità, come se ci fossimo salutati solo il giorno prima: era lo stesso parroco, la stessa fede, la stessa umanità di allora”.

A Bozzolo quel rapporto, quel legame con il parroco andò avanti. “Incominciai a frequentare la Domus quando fu trasferito lì, e così è stato sino alla fine dei suoi giorni. Un giorno mi promise il crocifisso, un ricordo di don Bartolomeo che lui aveva sostituito negli anni 50 a Breda”. Era il crocifisso che aveva dove soleva pregare in canonica a Casalmaggiore e che lo aveva seguito anche a Gazzuolo. Quello a cui rivolgeva lo sguardo nei momenti di stanchezza o di inquietudine. “Voleva darmelo quando era ancora in vita, ma gli dissi di tenerlo lì, con lui. Poco tempo dopo la sua morte furono le suore a darmelo, esaudendo la sua volontà. Lo custodisco. Così come furono le suore a segnalarmi di tutto il materiale, i suoi scritti e le sue prediche raccolte lì alla Domus. ‘Salva questo materiale – mi dissero – prima che vada perduto’. Raccogliemmo tutto con alcuni amici, ed ora alla fondazione Mazzolari c’è tutta quella documentazione. Prediche, riflessioni, scritti, i suoi studi. I suoi libri. Sono contento di aver preso parte a quell’opera. C’è materiale per scrivere libri, e a volte penso che quelle parole, ancora attuali, dovrebbero essere lette e conosciute da tutti. Paolo il Vangelo se lo è messo addosso e l’ha portato con se per tutta la vita. Come si è portato addosso la sua natura umana, il dolore, la sofferenza. D’altronde anche il Cristo nella vita terrena aveva sofferto. L’unica cosa che mi dispiace è che la sua tomba non sia accessibile. Prima di morire aveva specificato che avrebbe voluto essere seppellito nella terra, dopo un rito semplice. Non andò così”.

Quella lezione, Renzo Zardi, non l’ha comunque mai dimenticata. “Oggi mi fermo a meditare sulle parole del Vangelo, una pagina al giorno cercando di capire cosa posso fare io per convertire quelle parole in azione. Don Paolo lo porto dentro, vivo e vegeto, e la sua forza mi è sempre da stimolo a fare”.

In fondo è questa la lezione più grande che il parroco della Breda ha lasciato. Vivere con coraggio, a viso aperto e in prima persona. Vivere senza confini, anche il dolore. “Qualche volta – prosegue Renzo – si lasciava andare al pianto. Non aveva paura a manifestare i suoi stati d’animo ed era forse per questo che la gente più semplice lo sentiva umanamente vicino”.

Aveva un carattere non sempre semplice don Paolo, Renzo ricorda anche quello: “Trovava sempre qualcosa da migliorare, anche quando sembrava che tutto fosse andato per il verso giusto, e si ripeteva e mi ripeteva spesso che si sarebbe potuto fare di più”. Ha sempre fatto di più e tanti lo ricordano per questo. Alla casa dell’Accoglienza i ragazzi lo chiamavano papà Paolo e lui ne sorrideva. Non lo diceva, ma gli si leggeva in faccia che ne provava orgoglio. Un papà qualche volta burbero, altre ancora rabbuiato nei suoi pensieri e nelle preoccupazioni ma sempre e costantemente a braccia aperte. Al termine della sua esperienza in quella casa che aveva voluto con tutte le sue forze, di una cosa soprattutto poteva andare fiero: non aveva detto no mai a nessuno di quelli che bussavano alla sua porta. C’era sempre un posto, seppur piccolo, nell’ex collegio ed un posto, gigante, nel suo cuore.

Quest’anno ricorrerà il decennale dalla morte. Il 22 novembre prossimo si spera che qualcuno se ne ricordi, ma già alla Fondazione Mazzolari e tra gli amici più stretti, si sta pensando di fare qualcosa. Non per celebrarne il passato, ma per farne esempio, limpido e vivo, per il futuro. Perché quelle sue parole, quella sua vita ha ancora un senso nell’oggi, e l’avrà domani. La vita di un piccolo prete di campagna. Gigante di fede e – linguaggio universale – di umanità.

Una lezione, la sua, che non fa parte del passato ma che resta valida – e forse con ancor più forza – adesso.

Nazzareno Condina

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