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Filippo Frati a cuore aperto
L'ex coach del Rugby Viadana
tra aneddoti e carriera

"Io posso dire che Viadana è stata la mia seconda casa in questi tre anni, non solo perché geograficamente è molto vicina a Noceto: ho trovato una società che è stata una famiglia prima di ogni altra cosa".

VIADANA – Cresciuto a pane e rugby. Anzi a rugby, primo ingrediente della lista, e crostini, gli stessi che ha dovuto mangiare per farsi strada. Filippo “Pippo” Frati è un predestinato di questo sport. Non poteva essere altrimenti “perché a casa mia a Noceto persino gli specchi erano ovali”. Nel 1971 il futuro nonno e il futuro papà di Filippo fondano il Rugby Noceto, l’anno dopo Pippo nasce e nel 1981 Noceto conquista una storica promozione in A. “Il rugby è entrato in casa mia, prima che vedessi la luce. Io ho solo lasciato che mi conquistasse, per esportarlo poi fuori da Noceto, anche se non sono mai dovuto andare, per fortuna, troppo lontano da casa: ho vissuto un periodo particolare, quello del passaggio dal dilettantismo al professionismo, culminato nel Mondiale 1995 in Sudafrica, e ho pure fatto una pazzia, della quale non mi sono mai pentito”.

E’ il 1998: Filippo ha un lavoro con contratto a tempo indeterminato all’Interporto di Parma, pochi chilometri da dove risiede. L’ideale per chiunque, non per lui. Che gioca a rugby, ma da dilettante, appunto, e riesce così a tenere “il piede in due scarpe”. “Poi è arrivata la chiamata dal Rugby Parma, che era stato promosso in A1: per qualche mese sono riuscito a fare entrambe le cose, poi diventando professionista a 28 anni ho effettuato il mio salto nel buio. Che rifarei anche domani, perché col rugby ho unito passione e lavoro e perché con la palla ovale mi sono divertito, ho costruito amicizie e prima ancora una vita intera. Certo, all’epoca mi presero per matto, ma alla fine ho avuto ragione io”.

Frati ha giocato pure nella Nazionale Italiana (ma ci arriviamo, perché l’aneddoto merita): ha senso per la Federazione proseguire sulla strada del Sei Nazioni, con tutte le batoste che incassiamo? “Ha senso perché queste partecipazioni fanno crescere il movimento dal punto di visto tecnico e pure finanziario, dato che essere dentro il Sei Nazioni consente di avere una delle federazioni migliori e più ricche a livello di sport di squadra. Poi, per carità, collezionare cucchiai di legno non fa piacere. Ma è anche vero che negli ultimi tre anni con la gestione di Conor O’Shea, qualcosa sta cambiando: si perde, dunque il risultato resta uguale, ma in modo differente. Nell’ultimo Sei Nazioni contro Francia e Irlanda abbiamo incassato due ko sfortunatissimi, questione di episodi. I problemi sono due: se noi facciamo due passi avanti, gli altri ne fanno quattro e dunque i tuoi miglioramenti sembrano non esserci, quando in realtà ad occhi esperti appaiono lampanti. In secondo luogo il fatto di essere tra le teste di serie mondiali, ti condanna a giocare contro le migliori formazioni del pianeta. E lì fare risultato è complesso: con la Georgia, che vorrebbe scalzarci al Sei Nazioni, vinciamo praticamente sempre, il che significa che noi non siamo ancora al livello delle big, ma rispetto a chi sta dietro e spinge, siamo comunque un passo avanti. Guai tuttavia a fermarsi: per questo il Sei Nazioni è utile, nonostante i cucchiai di legno che riserva”.

L’epopea di Frati a Viadana come head coach si è chiusa. “Il contratto era in scadenza, era un triennale, e i matrimoni si fanno in due. Io posso dire che Viadana è stata la mia seconda casa in questi tre anni, non solo perché geograficamente è molto vicina a Noceto: ho trovato una società che è stata una famiglia prima di ogni altra cosa, un presidente appassionato e ragazzi sempre sul pezzo. Sono stati tre anni diversi: nel primo abbiamo vinto la Coppa Italia e siamo tornati a fare i playoff dopo tanti anni. Nel secondo abbiamo ceduto 12 elementi, di cui 11 titolari fissi del blocco dell’anno prima, e paradossalmente abbiamo fatto ancora meglio come gioco e come crescita: non abbiamo potuto giocare la Coppa Italia, perché impegnati in Europa, e abbiamo sfiorato i playoff mancandoli per pochissimo, giocando con tanti giovani e dopo avere perso al terzo minuto della prima giornata Brian Ormson, il nostro giocatore capace di portare più punti l’anno precedente. In questa terza stagione qualcosa non ha funzionato: in primis i tanti infortuni, se penso che in una settimana abbiamo perso tutte e quattro le ali. Da dieci anni alleno, ma una situazione del genere non l’avevo mai vissuta. Forse in qualcosa siamo mancati pure noi, però ai ragazzi dirò sempre grazie: non hanno mai mollato e non siamo mai stati rullati da nessuno, anche quando l’emergenza era profonda. Significa avere lottato e sudato per questa maglia”.

Quanto è cambiato il rugby in questi vent’anni, dal salto in A1 di Filippo nel 1998, ad oggi? “E’ cambiato soprattutto dal punto di vista fisico: adesso abbiamo giocatori più pesanti, più alti ma anche più veloci. Prima non era così, poi col passaggio al professionismo era normale assistere a questa svolta epocale verso un maggiore atletismo. Però, attenzione, il rugby non è uno sport per superman: ci sono ruoli, tra cui il mio, mediano di mischia, che prevedono ancora giocatori normodotati, dove l’intelligenza tattica fa la differenza più del fisico”.

Marco Pastonesi, giornalista sportivo dalla penna raffinatissima e che ama visceralmente il rugby, avendolo giocato e avendone assaggiato il contesto, sostiene provocatoriamente che Jonah Lomu, il più forte di sempre, ha distrutto il rugby come gioco di squadra. Quel Mondiale del 1995 quasi lo vinse (la Nuova Zelanda arrivò seconda) da solo. “C’è del vero in questo, pur essendo una affermazione volutamente forzata. In quel Mondiale in effetti la Nuova Zelanda arrivò seconda e travolse l’Inghilterra affidandosi a Lomu. Ricordo una scenetta che ogni tanto viene riportata: il ct degli All Blacks cerca di insegnare qualche schema e il capitano, scherzando ma non troppo, gli fa: “Ma non facciamo prima a passarla a Jonah?”. Ecco, quello era un rugby diverso, ma va detto che Lomu è una fuoriserie che non passerà più: 196 cm, 119 kg, però correva i 100 metri in 11 secondi. Che altro aggiungere? Creò una svolta, accelerando il passaggio al professionismo e all’atletismo dei quali parlavo poco fa”.

Sei d’accordo con chi paragona calcio e rugby, demonizzando il primo per esaltare il secondo? “Più che essere d’accordo o meno, vi dico la mia: il calcio mi piace molto, è uno sport stupendo e i miei figli, che pure giocano a rugby come me, nel tempo libero lo praticano più che volentieri. Il problema non è il calcio, sport nobilissimo, ma i “maestri” che spesso lo insegnano. Anche nel rugby qualche furbetto c’è, ma se fai un gesto fortemente antisportivo ti becchi una squalifica di mesi, non di 2-3 giornate. Questo nel calcio non accade. Il fatto che il Var, anche se ha un altro nome, sia stato introdotto dal rugby in largo anticipo sul calcio, è un’altra prova a sostegno della tesi. Ma soprattutto quello che non sopporto e che rappresenta l’emblema di un confronto purtroppo stridente è l’insegnamento di certi allenatori che dicono al ragazzino di gettarsi in area non appena trova il contatto. Significa insegnare a imbrogliare: questo nel rugby non è mai avvenuto. E non avverrà mai: se accadrà, abbandonerò questo mondo”.

I cinque anni al Rugby Parma, nel 1999, portano alla prima convocazione in Nazionale. Alla quale si lega l’aneddoto più gustoso della nostra intervista-racconto, giustamente lasciato in chiosa. “Lavoravo ancora all’Interporto di Parma, era una delle ultime settimane, e mi arrivò una chiamata in ufficio: “Si è fatto male un giocatore, devi sostituirlo e raggiungere la Nazionale a Port Elizabeth in Sudafrica per il tour che sta svolgendo”. All’epoca non c’erano i cellulari e non vedevi i numeri di chi ti telefonava: così mandai a cagare con una risata chi era dall’altra parte del telefono, pensando a uno scherzo. In realtà era davvero un uomo della Federazione. Quando capii che era tutto vero, sbiancai. Ma fui molto felice”.

Non male… “Mica è finita: arrivo a Port Elizabeth, mi presento tardi – per vicissitudini varie legate al viaggio – alla consegna delle maglie, torno in camera per preparare la borsa della partita e quando scendo il pullman è ripartito. In Nazionale non mi avevano mai visto, non mi conosceva nessuno. Mi metto a inseguire il pullman, sbracciandomi. I giocatori pensano che io sia un tifoso – li avevo visti pochi minuti prima ma evidentemente non avevano memorizzato la fisionomia – e mi salutano dal finestrino, immaginando che voglia solo incitarli. Per fortuna Massimo Giovanelli, di Noceto come me e colonna di quella Nazionale, mi riconosce, fa fermare il pullman e mi fa salire. Mentre vado al mio posto, passo davanti a quelli che per me erano mostri sacri. Il loro sguardo sembra dire: “Ma chi cavolo siamo andati a chiamare?”. Ecco, il mio esordio azzurro è stato questo. Indimenticabile, vero?”.

Giovanni Gardani

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