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Vecchio ospedale, pietra
dopo pietra il degrado avanza.
Nessun segno di speranza

CASALMAGGIORE – Pietra dopo pietra il degrado avanza. Ed è pure inutile sperare: il vecchio ospedale non lo salverà nessuno. Lo vegliano i piccioni e le pantegane, unici veri segni di vita di ciò che è morto da tempo. Una struttura ricca di storia quella del vecchio ospedale, ricca di fascino anche nell’ormai ultradecennale abbandono. Perché del tempo andato conserva – anche se mutilate – antiche armonie architettoniche.

La struttura esterna, il girdino, la vecchia sacrestia, la muraglia, le inferriate. I lucernari e quel che resta dei tetti. La facciata dell’ingresso. Le pietre. Quelle che il tempo sta pian piano ma in maniera inesorabile modificando.

Il giardino lato via Cairoli è una selva. L’accesso sul fronte – un giorno ne racconteremo la storia, di come, a pochi anni dalla chiusura, ne fu fatta una ristrutturazione faraonica per poi lasciarlo andare all’oblìo con l’apertura dell’ospedale nuovo – è puntellato. Gli intonaci sono ormai un ricordo lontano, ai piedi della costruzione le lastre sono ormai distaccate e prima o poi cadranno, preda delle infiltrazioni e dell’indifferenza.

Va così a Casalmaggiore, e va così un po’ in tutta Italia. Si buttano soldi, storia, strutture senza farvi nulla. E poco importa che quelle strutture siano parte integrante del racconto di una città. La città non ne ha colpe, chiariamo subito, poiché la struttura è dell’ASST, un ente scarsamente interessato alla conservazione di un qualcosa che appare più un peso che una risorsa. L’amministrazione attuale invero ci ha pure provato (e avrebbe pure potuto non farlo) qualche tempo fa, a rendere l’area più appetibile almeno con la parte sul retro e quella non vincolata ad eventuali investitori con incentivi e studi. Niente da fare. Probabilmente al momento a nessuno interessa edificare a fianco di un cadavere preda dell’abbandono.

Tutto così rimane immoto. Ogni tanto una pulizia sommaria su un marciapiede – quello sì pubblico sul quale almeno si spera vengano versati gli oneri dell’occupazione – ormai inutilizzabile da tempo. Troppo alto il rischio che qualcosa possa venire giù. E non si salva a priori neppure la Chiesa, una tra le più belle ed interessanti dell’intero panorama casalasco, che conserva all’interno le opere del Ghislina, tra le altre, e pregevoli affreschi. Se la struttura religiosa rimane quella meglio conservata e probabilmente più stabile, altrettanto non si può dire della struttura fatiscente che le si poggia al fianco. Struttura peraltro direttamente collegata a quella ecclesiastica.

Ma, come detto in principio, è pure inutile sperare. Nessuno farà nulla. Ai piccioni succederanno altri piccioni, le pantegane sostituiranno altre pantegane, qualche appassionato notturno ancora vi entrerà forse, a suo rischio e pericolo, sfruttando il retro. Nel guardino cresceranno foreste e, pietra dopo pietra, il tempo cancellerà tutto. Resteranno le foto – come quella bellissima del mezzo della Croce Rossa davanti all’ingresso – a ricordare tutto. In primo luogo, e senza paura di essere smentiti, l’impotenza umana. Quella di chi guarda e pur avendone le possibilità non fa nulla più che prolungarne l’agonia. Pietra dopo pietra, inesorabilmente.

Nazzareno Condina

 

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