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Ponte Po, la terra di
nessuno. Le regole sono solo
numeri e parole da eludere

Non è una struttura qualunque. I parmensi ed i cremonesi di confine lo hanno imparato sulla loro pelle. Ora serve che anche le istituzioni e la politica facciano la loro parte. Non con le promesse da marinaio

CASALMAGGIORE – “Il ponte tiene? Oggi ho agganciato tre camion a Colorno verso Casalmaggiore e prima della doppia curva del Bello Carico viaggiavano a 90 Km/h. Poi una volta sul ponte viaggiavano a 80 Km/h. Io in seguito ho mollato era solo per vedere la velocità con cui percorrevano il ponte. Inutle poi dire che non rispettavano nemmeno la distanza dei 50 metri l’uno dall’altro. In seguito uno dei tre proseguiva verso Sabbioneta gli altri due verso il centro di Casalmaggiore. Erano le ore 15”. Il messaggio è di ieri, ma potrebbe essere il dispaccio di ogni giorno, e di ogni ora. Perchè non si fa fatica a credere quello che viene scritto.

D’altronde basta percorrerlo, ponte Po, riparato dopo quasi due anni di stop e sottoposto a vincoli tassativi per preservarne l’integrità almeno per i 10 anni di sopravvivenza previsti dai tecnici per rendersi conto che la legge per tanti è solo questione di numeri scritti su un cartello. A 50 all’ora è impercorribile: non fosse altro perché trovi sempre o quasi sempre l’imbecille di turno che ti strombazza o ti sorpassa.

Per non parlare del problema dei carichi. Erano stati promessi i sensori. Era stato promesso dalla provincia di Parma, titolare della gran parte dell’infrastruttura, un controllo più serrato anche su quel versante. I carichi pesanti continuano a passare e le segnalazioni sono numerose. Le distanze di sicurezza sono anche quelle un optional. Sono passati oltre 100 giorni dalla riapertura. Nulla è stato fatto in merito.

Ci provano le forze dell’ordine, soprattutto la Stradale di Casalmaggiore a tenere monitorata la situazione. Il comandante Rino Berardi ne ha fatto una delle priorità per i suoi uomini. Ma le forze dell’ordine non possono presidiare 24 ore su 24 la struttura. Ed è paradossale che con la tecnologia attualmente disponibile ci si affidi ai controlli della forza pubblica – che giocoforza sono sporadici – per fare in modo che tutti i limiti vengano rispettati.

Il ponte va preservato, almeno sino alla realizzazione dell’infrastruttura sostitutiva che richiederà degli anni e il cui iter, al di là degli spot elettorali che accomunano tutte le forze politiche, non è ancora partito. Eppure il tempo c’è stato. In poco meno di due anni di chiusura sono andati bruciati (è una stima ricavata dai dati di Eupolis, non un numero messo giù a caso) 90 milioni di euro. E la cifra non tiene conto di quanto – di suo – ci ha messo ogni famiglia costretta ad allungare il giro per studio o per lavoro.

Un giorno il ponte chiuderà di nuovo. Perché il calcestruzzo continuerà a deteriorarsi. E’ questione incontrovertibile. E a 100 giorni dall’apertura ci si chiede quanto potrà durare. Forse 10 anni se tutte le prescrizioni saranno rispettate. Forse molto meno se – come succede adesso – il ponte continuerà ad essere la ‘terra di nessuno’ in cui ognuno fa un po’ ciò che vuole, chi decidendo che quelle prescrizioni hanno un senso rispettandole, chi sbattendosene le sfere e percorrendolo come fosse un giorno qualunque di una struttura qualunque.

Non è una struttura qualunque. I parmensi ed i cremonesi di confine lo hanno imparato sulla loro pelle. Ora serve che anche le istituzioni e la politica facciano la loro parte. Non con le promesse da marinaio, ma con qualche certezza e punto fermo, divenuti ormai ineludibili.

Nazzareno Condina

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