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Marco Bazzani, collega
ed amico. Da oggi siamo
tutti un po' più soli...

Da ieri siamo tutti un po' più soli. I tuoi colleghi de 'La Provincia', tuo fratello Davide sempre garbato e misurato, Alessandro, Andrea, Pierluigi. Pur nella giusta rivalità, quando si scrive si è un po' tutti sulla stessa barca

Da ieri siamo tutti un po’ più soli. Con meno certezze e un po’ più prostrati dalla fatica di dover necessariamente andare avanti e scrivere. Non avevamo le tue doti, un po’ perché tu Marco eri il decano dei giornalisti locali e un po’ perché eri fuori da ogni dubbio il più ‘inglese’ di tutti noi. A te riusciva quasi sempre di restare sopra le parti, raccontando i fatti con estrema freddezza e lucidità.

Ti si è fermato il cuore. Due sere fa avevi confidato ad un collega di sentirsi un po’ stanco. Capita anche a noi che non abbiamo cartellini ne orari e che a volte ricominciamo a lavorare proprio quando pensiamo di aver finito. E tu, come tutti noi, eri sempre pronto a ripartire. E’ più forte di noi: arriva una telefonata, ti rivesti e vai, senza esitare neppure quando magari ti sei appena addormentato e tutto vorresti tranne che uscire dalle coperte calde e ricominciare a macinare strada. La stanchezza fa parte di questo nostro mestiere che per te, più che un mestiere, era una vocazione, una sorta di seconda pelle, o forse prima.

Da ieri siamo tutti un po’ più soli. I tuoi colleghi de ‘La Provincia’, tuo fratello Davide sempre garbato e misurato, Alessandro, Andrea, Pierluigi. Pur nella giusta rivalità, quando si scrive si è un po’ tutti sulla stessa barca, ci si confronta spesso e spesso – anche se magari dalle sedi centrali non capiscono – ci si scambiano anche notizie e materiale fotografico. Non mi hai mai detto di no quando ti chiedevo una foto a corredo di qualche pezzo importante, né ti ho detto mai di no io, quando invece le foto le avevo perché magari arrivavate un poco dopo, o non arrivavate affatto.

Il mondo è anche questo, così simile al plumbeo cielo di questa mattina da esserne irrimediabilmente parte. Così intimamente legato alla tristezza da risultarne nota di uno spartito dal quale vorremmo separarci, ma non ne abbiamo le possibilità. Eravamo diversi, ma in questi anni credo tu sia stato uno di quelli legati al mio mestiere che più volte e magari con una pacca sulle spalle, mi incitava ad andare avanti. Ricordo ancora quando fallì la Voce di Cremona e mi ritrovai a gambe all’aria. Tra i vari attestati di solidarietà, il tuo fu quello di chi in realtà capì da subito lo scoramento. “Quando te la sentirai, e se vorrai scrivere, passa da me che ne parliamo”. Ero giovane, poco più giovane di te, non passai perché quel mondo in quel momento, mi faceva schifo. Avevo sacrificato tanto e mi ritrovavo con sei mesi di stipendio arretrati e tante parole scritte. Non avrei retto – sanguigno – gli schemi del tuo giornale, ma lo stesso quello è uno dei più bei ricordi, e dei più belli attestati di stima che porto con me.

Scherzavi spesso quando alla mattina ci incrociavamo per scambiare quattro chiacchiere davanti a Buzzi, dove ti fermavi ad acquistare i tuoi sigarini o davanti al centrale. Scherzavi sulla mia mania compulsiva di scattare primi piani. Ci vedevamo quasi tutti i giorni e poi ci incontravamo in conferenze stampa, incidenti, eventi ed iniziative. Alcuni mesi fa mi avevi detto, prendendomi i giro (bonariamente) “Quando morirò, sceglila bene la mia foto…”. Ti ribattevo con la stessa provocazione. “Anche tu tra quelle di Alessandro, scegli bene che voglio avere un’espressione felice, o quanto meno impegnata!”.

Ti prendevo, e mi prendevi in giro perché poi in fondo eravamo rimasti due dinosauri. Da una parte i tecnologicamente avanzati, tuo fratello a scrivere con la penna ottica ed il tablet, Giovanni tra video e computer. Dall’altra i matusa: tu con l’immancabile agenda e la calligrafia quasi incomprensibile ai comuni mortali ed io con foglio e carta. Quando te lo dicevo sorridevi perché in fondo, eri orgoglioso di un giornalismo ‘vecchi tempi’, quello più meditato figlio di articoli che nascevano proprio da quegli appunti.

Sei andato avanti Marco, ma lasciatelo dire, hai lasciato tutti noi che facciamo il tuo stesso mestiere con meno armonia, meno equilibrio perché spesso guidati dal tumulto, un po’ più soli. Sai bene che non credo in dio, e sai bene che quando le parole ti roteano dentro come vortice impazzito, è difficile poi metterle in ordine. Sai bene quanto me che la morte è parte del vivere. Ma non sei mai pronto, non puoi esserlo quando a venire a mancare è un’abitudine quotidiana, un collega ed un amico di tante, tantissime stagioni. Ci hai fatto un brutto scherzo.

Questo territorio ha perso ieri una voce limpida, mai fuori dalle righe, mai inasprita, sempre istituzionale ma sempre e comunque aperta nel raccogliere anche le voci dell’opposizione. Una voce che ci e mi mancherà. Io non so dove tu sia adesso. Ma in qualche incidente, seduto su una sedia in terza fila, in qualche conferenza stampa, o a chiacchierare di fronte al bar centrale penserò sempre che tu, in qualche modo, ci sia. Pronto a ripartire come sempre. Acuto osservatore, sigarino tra le labbra ed un sorriso.

Hai scritto la storia di questo paese, su millemila agende e in millemila articoli che resteranno. Sii sempre orgoglioso. Io lo sono di te. Buon viaggio Marco.

Nazzareno Condina

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