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Oglio Po. Il primo nato
in ospedale non c'è. E
neppure l'ultimo del 2019

Oggi restano solo i ricordi, un po' di rabbia ed il rimpianto per uno scippo che non avremmo meritato. Che ci è caduto addosso. Quelle foto in bianco e nero di un reparto chiuso insieme alla speranza che il futuro ed il presente potesse essere diverso, e migliore

CASALMAGGIORE – C’era un tempo in cui i cronisti di provincia correvano all’Oglio Po, il primo giorno di gennaio. Era un momento bello. Quello in cui scattavi una foto all’ultimo nato dell’anno che si era chiuso e al primo dell’anno che si apriva, in cui entravi, e solo per qualche istante, nella storia della famiglia. C’era un tempo in cui i piccoli nascevano all’Oglio Po, in un reparto avanzato e professionale. Ricordo il volto di Anna Stella e quello delle sue colleghe. Erano loro le prime ad entrare in stanza e a chiedere alla famiglia se gradiva la presenza del giornalista. Non ci sono mai stati problemi di sorta e così è andata sino al primo gennaio del 2018, l’ultimo primo dell’anno in cui si è nati all’Oglio Po.

Oggi restano i ricordi, le immagini in bianco e nero di culle pronte a prendere il volo, il ricordo di una battaglia combattuta con coraggio dal personale del reparto e dalle mamme. Quel primo articolo in cui denunciammo la volontà di chiudere il Punto Nascite – frutto di una soffiata che avevamo considerato da subito attendibile perché veniva direttamente dalla Regione e da ambienti vicini all’assessorato alla Sanità -. Furono giorni di fuoco con la direzione dell’azienda di Cremona e con parte della politica nostrana. Fummo accusati di eccessivo zelo, di diffondere notizie non veritiere. Ci furono fior di politici locali pronti a dire che parlavamo invano. Che mentre c’era chi parlava altri facevano. Non si capì bene cosa. Avremmo voluto davvero che in quel mentre avessimo parlato invano. Non fu così.

Nella fine dell’ottobre del 2018 il Punto Nascite dell’Oglio Po chiudeva definitivamente i battenti. Tre ospedali riuniti in uno, un intero territorio con una struttura in cui, da quel momento in poi si sarebbe potuto solo cercare di vivere o morire, ma mai più nascere. Un ospedale impoverito di un servizio fondamentale in nome di una normativa nazionale, di una decisione regionale, di tanto provincialismo, di una politica incapace almeno sino a quel momento di unirsi per un unico obiettivo. Terra di confine, che poco conta e poco ha contato.

Oggi si nasce altrove, magari di corsa verso l’ospedale più vicino, che sia Cremona, Guastalla o Asola poco importa. Si nasce a Parma, si nasce lontano. Si nasce con la preoccupazione – più volte riportata dagli articoli di questo giornale – di non fare in tempo. Si nasce con mamme che chiedono che si possa ancora nascere qui, in un ospedale di frontiera in cui lo si è sempre fatto e senza problemi, tra mani di personale straordinario che tante vite ha visto venire al mondo, crescere, diventare adulte.

Oggi restano solo i ricordi, un po’ di rabbia ed il rimpianto per uno scippo che non avremmo meritato. Che ci è caduto addosso. Quelle foto in bianco e nero di un reparto chiuso insieme alla speranza che il futuro ed il presente potesse essere diverso, e migliore.

N.C.

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