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Oglio Po, Stefano Superchi: "Il
nostro ospedale merita rispetto,
ricordiamocene anche dopo"

Perdonate lo sfogo notturno dell’ultima ruota del carro, che però lavora orgogliosamente da più di vent’anni in questo posto che non è un posto qualunque, è un posto che merita rispetto e qualche attenzione in più

CASALMAGGIORE – Non è tempo di polemica, ma qualche considerazione va fatta. Su Oglio Po, sulla sua importanza e sull’immenso lavoro che sta facendo in questo periodo di crisi. Un lavoro che – è il caso di ribadirlo – seppur non sempre con tutti i mezzi che avrebbe potuto avere, ha sempre fatto. Un ospedale di confine che si sta rivelando fondamentale anche adesso. Con personale preparato, gente che ci sta ‘dando dentro’ con grande spirito di abnegazione. Una struttura d’eccellenza tra le strutture d’eccellenza lombarde. E’ facile parlarne adesso ma bisognerà ricordarsene anche dopo, anche quando tutto questo sarà passato.

A rimarcarlo Stefano Superchi, dipendente della struttura ospedaliera, che ben conosce pregi e criticità della struttura casalasca. “Non ci sono criticità. Il capo della Protezione Civile Borrelli – scrive Stefano – nel corso della conferenza stampa, ha precisato che “Non ci sono criticità nei nostri ospedali, compresi quelli della Lombardia che sono oberati di lavoro”. Borrelli ha inoltre ribadito che è già in atto “il piano di potenziamento delle terapie intensive e sub intensive”.

Forse il signor Borrelli è male informato, sarà stanco oppure ha una concezione di ‘criticità’ abbastanza singolare; sul potenziamento delle terapie intensive poi lo aspettiamo al varco. Nessuna intenzione di fare polemica, non è questo il momento, ma quando tutto sarà passato mi piacerebbe che ognuno di noi tenesse bene a mente quello che sta succedendo in queste ore. Perché quando passerà la paura, lo stress, l’incazzatura e il senso di impotenza tenderemo a dimenticare e a minimizzare. Sforziamoci invece, ognuno nel suo piccolo, di ricordare bene questi giorni.

Di ricordare che la vecchia guardia, mettendo da parte gli scazzi personali, si sta dimostrando il motore di questo ospedale, presente dal primo giorno di emergenza, tralasciando la famiglia, i problemi personali, saltando pasti, riposi, diritti minimi, pur di mandare avanti la baracca.

Di ricordare gli operatori “nuovi” che si sono messi a disposizione con senso di appartenenza anche se il nostro ospedale lo conoscono da poco tempo.

Di ricordare quelli che pur di non stare a guardare stanno facendo cose che non sarebbero di loro competenza, ma ci mettono un impegno ammirevole per dare una mano.

Di ricordare anche quegli operatori (pochi fortunatamente) che anche in questi momenti difficili riescono a fare polemiche e a pensare solo ai fatti propri, nascondendosi nelle pieghe del ‘non spetta a me’.

Di ricordare chi, in questi momenti drammatici, c’è. Ma sopprattutto di chi non c’è.

Di quelle istituzioni sanitarie (rimango volutamente nel vago) che stanno brillando per la loro clamorosa assenza, per alcuni rumorosi silenzi.

Mentre scrivo sento passare l’ennesima ambulanza a sirene spiegate sotto una pioggia battente; abitando vicino all’ospedale non mi ha mai fatto particolarmente effetto. Ma adesso mi mette angoscia. Per il paziente che sta male, ovviamente. Ma anche per il personale di Pronto Soccorso che dovrà accoglierlo, e per i loro colleghi dei reparti che fanno la notte che dovranno inventarsi una sistemazione in un ospedale già saturo da giorni.

Mi fermo qui perché potrei scrivere tante altre cose che voglio tenere per me, per adesso.

Ricordiamoci che questo ospedale non ha più bisogno di parole, ha bisogno di fatti concreti e di un futuro per tutte quelle persone di valore che ci lavorano dentro e per tutti gli abitanti di questo territorio dimenticato.

Non ho fatto volutamente distinzioni di ruolo perché le persone di valore sono trasversali in tutte le categorie, dai dirigenti ai medici, dagli infermieri ai tecnici, dagli ausiliari agli addetti a tutti i servizi che possono sembrare minori ma non lo sono, ai dipendenti delle cooperative, le bariste, gli impiegati, i fattorini, i centralinisti, gli autisti e tutti quelli che mi dimentico.
Così come sono trasversali in tutti i ruoli quelli di cui si potrebbe fare a meno.

Perdonate lo sfogo notturno dell’ultima ruota del carro, che però lavora orgogliosamente da più di vent’anni in questo posto che non è un posto qualunque, è un posto che merita rispetto e qualche attenzione in più”.

N.C.

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