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Oglio Po, pazienti in ogni
dove. Un piccolo segnale di
speranza dalle cure sperimentali

La carica virale in ambiente ospedaliero è altissima, c'è poco da fare. C'è chi si fa turni di 12 ore. Ma guai a definirle eroine. Sono professioniste e professionisti che fanno il loro mestiere, che lo fanno adesso e che lo hanno sempre fatto

CASALMAGGIORE – Partiamo con un dato positivo in tempi in cui le notizie sono solo negative. Qualche flebile segno di speranza nasce anche dalle terapie. “Qualche nota positiva c’è, abbiamo un buon numero di pazienti che stanno guarendo. Il farmaco per artritite reumatoide e levofloxacina stanno avendo risultati, mentre quello utilizzato nel trattamento dell HIV è stato sospeso, troppo pesante e poi di difficile reperibilità”.

Si va avanti nel più piccolo – e dimenticato – degli ospedali lombardi. Si lotta, da due settimane, alla stregua dei grandi nosocomi e in terra di frontiera, dove a restare spesso sono solo le briciole e a volte neppure quelle. Anni di reparti chiusi, di riduzioni di personale, di scelte scellerate che hanno messo a dura prova la resistenza di un presidio che sta dando prova di un’incredibile forza e tenacia. Che sta portando avanti una guerra con coraggio.

Bisognerà riparlarne un giorno, quando tutto questo finirà. Riparlare dell’importanza di un ospedale di frontiera che da solo sta reggendo un peso di un’infinità di casi che sta tenendo anche se “Siamo ormai al limite – ci spiega un’infermiera di turno oggi – e ospitiamo gente dove si può in attesa di un letto. Oggi ne avevamo una ventina sparsi ovunque, in sala gessi, sulle poltrone, in corridoio”.

Sono decimate, e stremate le infermiere, i medici, il personale, i tecnici e tutti coloro che ogni giorno affrontano il virus. “Sono tante le mie colleghe positive – ci racconta – e rimaniamo sempre meno”. Restano a casa medici, restano a casa infermiere, personale di servizio. Quando non peggio. Perché anche il personale sanitario si ammala. “Cerchiamo di prendere tutte le precauzioni possibili, ma poi capita ugualmente di restare contagiati”. La carica virale in ambiente ospedaliero è altissima, c’è poco da fare. C’è chi si fa turni di 12 ore. Ma guai a definirle eroine. Sono professioniste e professionisti che fanno il loro mestiere, che lo fanno adesso e che lo hanno sempre fatto.

“Stiamo facendo il nostro mestiere, spero che la gente se ne ricordi dopo, perché noi siamo quelle di sempre. Cerchiamo di salvare vite, e lo facevamo anche prima. Ho tantissimi colleghi e colleghe, dalle oss, ai tecnici, al personale che stanno facendo il loro dovere e chi resta è lì a fare il suo dovere anche per chi purtroppo si è dovuto fermare”.

L’Oglio Po resiste. L’onda lunga del Coronavirus continuerà a crescere ed i pazienti continueranno ad arrivare nel nosocomio casalasco. Molti vivranno, qualcuno forse non ce la farà. Ma lì dentro, e in chi resta, c’è ben salda la volontà di fare tutto il possibile, per tutti. Era un dato di fatto prima del coronavirus, è un dato di fatto adesso. Dal più piccolo – e dimenticato – degli ospedali lombardi anche in queste ore tante grandi lezioni di vita. Non sono sempre vittorie, ma sono sempre battaglie combattute sino in fondo.

N.C.

 

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