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A 28 anni combatte il Covid come
sostituto del medico di base del
suo paese: la sfida di Alessandro

Un giorno, la svolta imprevedibile. “Il medico di base del mio paese, Acquanegra, che è anche il mio medico, mi chiede se posso sostituirlo per potersi prendere un periodo di pausa. All’inizio ero perplesso: si trattava del mio paese, conoscevo tutti e poi volevo studiare. Alla fine ho accettato: era il 20 febbraio”.

ACQUANEGRA – A neanche due anni dalla laurea e dall’abilitazione, Alessandro Broglio si è trovato catapultato nel bel mezzo della più grave epidemia della storia recente. Classe 1991, 29 anni non ancora compiuti, con pochissima esperienza se non quella accademica, Alessandro ha preso servizio come sostituto temporaneo del medico condotto del suo paese, Acquanegra, in quel giovedì 20 febbraio quando tutto ebbe inizio, e oggi lo rifarebbe ancora. Nonostante i ritmi massacranti di quattro ambulatori – oltre ad Acquanegra, Fengo, Grumello e Farfengo – le visite a domicilio, il telefono che squilla alle 7 del mattino.

Parla con estrema umiltà: “Mi sono abilitato nel 2018 – ci racconta in una delle rare pause della sua giornata – e sono diventato quello che in gergo si chiama ‘camice grigio’: in pratica possiamo lavorare come sostituti di medici di medicina generale, con contratti in case di cura, o ancora nella continuità assistenziale, la guardia medica insomma. Io ho cominciato a lavorare alla casa di riposo di di Casalbuttano, con l’intenzione di studiare per preparami al test per l’ammissione alla scuola di specializzazione, vorrei entrare a Chirurgia Generale”.

Un giorno, la svolta imprevedibile. “Il medico di base del mio paese, Acquanegra, che è anche il mio medico, mi chiede se posso sostituirlo per potersi prendere un periodo di pausa. All’inizio ero perplesso: si trattava del mio paese, conoscevo tutti e poi volevo studiare. Alla fine ho accettato: era il 20 febbraio”. In quello stesso giorno iniziava il calvario di Mattia, il paziente ‘1’ di Codogno e con lui, il calvario di quell’ospedale e ben presto di tutta la Bassa. “Quei primissimi giorni sono stati abbastanza tranquilli, ma già dal lunedì 24 la gente ha cominciato a riversarsi in ambulatorio, cosa che non avrebbe dovuto fare, tra l’altro, ma le informazioni erano vaghe. Di punto in bianco, a un anno e qualche mese dalla laurea, con un bagaglio teorico ma con poca pratica, ho dovuto dare risposte a persone sempre più allarmate, ricevevo 70, 80, e in certi giorni anche 90 telefonate. La prima settimana, soprattutto, hanno preso d’assalto l’ambulatorio, venivano in cerca di risposte che facevo fatica a dare”.

Le informazioni erano confuse, all’inesperienza si aggiungevano di giorno in giorno, indicazioni sempre nuove sulle modalità operative. “Un giorno sembrava che facessero i tamponi a tutti noi, e il giorno dopo era già cambiato; un giorno una mail diceva che si potevano richiedere e qualche ora dopo non si poteva più. Credo che una falla del sistema sia stata la mancanza di un protocollo per gestire l’emergenza. Io come tanti altri ci siamo dovuti reinventare”. Col passare dei giorni, la gente telefonava e stava sempre più male. Visite a domicilio? “Sì, ne sto facendo tante, anche sabato e domenica, usando con parsimonia i dispositivi di protezione individuale. Ho una piccola scorta solo delle mascherine chirurgiche, che indosso sopra le Ffp2 o le Ffp3, che abbiamo in numero più ridotto. Un mattino, era un sabato, il telefono ha squillato alle 6,57. Mi sono spaventato, ma ho risposto”.

“Ho visto tanta gente stare male, in forme anche diverse perché questo virus è subdolo, ho visto aggravarsi anche persone giovani, sui 50 anni. Tanti casi mi hanno tolto il sonno, tanti mi hanno lasciato l’amaro in bocca, troppi sinceramente. Mai avrei pensato di fare un’esperienza del genere. Solo adesso, alla sesta settimana, ho notato un certo assestamento, grosso modo la situazione è stabile”.

A posteriori, accetterebbe ancora quel posto di sostituto? ‘Assolutamente sì, non sono spaventato, ma la situazione è impegnativa. Questa esperienza secondo me sta portando la gente a rivalutare il ruolo del medico di famiglia, spesso considerato una figura burocratica che fa le ricette e firma le richieste di visite specialistiche. Oggi è chiaro che non è solo questo, se sei medico sul territorio sei da solo, spesso senza supporto diagnostico, non è semplice”. Unico rimpianto: non essere in trincea in ospedale, ad affrontare questa guerra.
E pensare che Alessandro è arrivato a Medicina quasi per caso. “Alle superiori ho fatto Agraria, perchè volevo diventare veterinario. Ma non ho superato il test di ammissione e quindi mi sono iscritto a Biologia, che in realtà mi appassionava molto. Durante l’anno di corso ho incontrato molti studenti che erano in attesa di fare il test per l’ammissione a Medicina: 750 iscritti e tutti che volevano entrare a Medicina, così mi sono ritrovato anch’io a pensarci. In famiglia mi hanno detto che era un’occasione da non perdere e ho tentato il test”. Lo ha passato al primo colpo e da lì non ha più cambiato idea. “Quando al terzo anno sono entrato per la prima volta in una sala operatoria, mi sono detto che quello era il mio mondo, fare il chirurgo. E conto ancora di farlo, non appena ne avrò l’occasione, quella del medico condotto la considero una parentesi”.

All’università, la Statale di Milano, Alessandro ha frequentato l’ospedale Sacco e ha avuto come insegnante l’infettivologo Massimo Galli che con la sua équipe è stato il primo ad isolare il ceppo italiano del virus ed è intervenuto più volte sul tema. “Un medico incredibile e gentile, oltre che umilissimo”, così lo ricorda Alessandro. Di tempo per gli hobby, che sostanzialmente erano la lettura e qualche serie TV, ormai ne ha pochissimo, anche perchè Alessandro Broglio sta continuando a fare le notti alla Rsa di Casalbuttano, avendo preso l’impegno prima che iniziasse il ciclone Covid. “Mi riposo quando posso, e intanto è mia sorella che risponde al telefono e si segna gli appuntamenti. Qualche telefonata arriva ancora fino alle 20, 20,30, persone che si sentono sole e che non possono essere abbandonate”. E di sera c’è giusto il tempo per l’ultima incombenza:  “aggiorno le cartelle cliniche, ora non c’è più tempo per farlo prima”.

g.b.

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