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Amicizia, Fede e cultura
L'ultimo messaggio dall'ospedale
Il ricordo del direttore Mario Silla

Se n'è andato anche don Alberto. Il virus non guarda in faccia a nessuno. Ti porta via gli amici di una vita, spezza esistenze, interrompe rapporti, sembra toglierti la speranza. Ma restano i ricordi

Si è spento in ospedale monsignor Alberto Franzini, parroco e rettore della Cattedrale. Ricoverato da alcune settimane per l’acutizzarsi dei sintomi da coronavirus, sembrava in via di ripresa poi la crisi e questa notte la morte. Il ricordo del nostro direttore Mario Silla.

Se n’è andato anche don Alberto. Il virus non guarda in faccia a nessuno. Ti porta via gli amici di una vita, spezza esistenze, interrompe rapporti, sembra toglierti la speranza. Ma restano i ricordi. E con don Alberto sono tanti. Metterli in fila vuol dire quasi una vita. I momenti passati insieme, le discussioni, gli scritti, gli incoraggiamenti, le preghiere, le parole che ti indirizzano, le pacche sulle spalle per dire “forza” quando sembra che tutto vada storto. E persino l’ultimo messaggino sul telefono mercoledì pomeriggio prima che lo sedassero: “Ci manchi don, ti aspettiamo. Intanto preghiamo per te, un abbraccio” a cui ha risposto con un “grazie” a cui mancavano le vocali, cosa strana per uno come lui che le parole, anche quelle più forti e impegnative, le misurava sempre con la sua cultura e soprattutto con la sua fede.

Se n’è andato un amico, un prete tutto d’un pezzo, un uomo di fede. Fino alla fine, anche nel suo letto d’ospedale, quando gli sono venute a mancare le forze ha voluto confessarsi, far la comunione e, chiedendola, avere anche l’estrema unzione.

I ricordi si affollano, sono tanti. Gli anni li hanno consolidati anziché affievolirli, come succede tra persone che si stimano e si vogliono bene. Al mattino lo andavo a trovare spesso in Cattedrale, durante i miei giri da vecchio cronista. Ci dicevamo tutto con grande franchezza, pochi istanti ma con don Alberto ci si capiva al volo. La sua messa domenicale delle 11 dal Duomo, ripresa sempre dalla nostra televisione, era un appuntamento fisso specialmente per quelle sue omelie mai banali, preparate, profonde. Aveva voluto che la Cattedrale tornasse ad essere centro della fede ispirata dall’arte e dalla vita. Si era inventato persino i percorsi di fede ispirati dai dipinti della navata principale oppure la catechesi accompagnata dalle variazioni di Bach all’organo. Don Alberto era anche un collega, un giornalista. Aveva diretto con piglio “Vita Cattolica” prima di don Vincenzo Rini, altro amico portato via dalla pestilenza. Ne aveva fatto per un anno un giornale da battaglia, sulle barricate come gli piaceva stare. Lo era stato anche nei suoi 17 anni a Casalmaggiore facendosi sentire in ogni momento della vita della comunità casalese, quando serviva sapeva essere polemico ma per stimolare, indirizzare, coinvolgere la sua gente.

E poi quel suo splendido discorso al momento di lasciarla per diventare parroco del Duomo di Cremona, in cui : “I tanti anni trascorsi insieme per edificare la nostra comunità cristiana sono un patrimonio di esperienze e di relazioni che non si potranno cancellare nella nostra storia personale e comunitaria. Sono stati anni fecondi di lavoro, di crescita nella conoscenza della parola di Dio, di attese pazienti, di maturazione nelle difficoltà, di vicinanza alle persone nei momenti di gioia e di dolore. Chiedo a tutti indulgenza per le mie inadempienze pastorali e per le mie fragilità umane”.

I ricordi si accavallano nella mente. Ci sarà tempo per ordinarli. Da quella telefonata a Roma per trovarmi l’alloggio in un convento sulla Salaria quando dovevo sostenere l’esame da giornalista. Con il superiore di quell’ordine religioso che alla cornetta rispondeva: “se ti manda don Alberto, le porte sono aperte. Viene ogni anno a farci gli esercizi spirituali. Ho un quaderno con tutti gli appunti. La sera li leggo come meditazione prima di dormire”. Le visite dallo zio don Aldo Cozzani a Cristo Re. E poi quell’abbraccio in sagrestia quando lo scorso anno mi ha consegnato il suo libro, “Il mio parroco don Primo” e io ho tirato fuori dalla tasca della giacca la prima versione di quello scritto su un fascicolo stropicciato del 1969 quando era ancora seminarista. O quella Messa in Duomo nella quale ha fatto parlare anche l’iman della comunità islamica cremonese o quel viaggio insieme in Palestina sempre rimandato per i miei impegni oppure l’ultima volta che ci siamo visti, poco più di un mese fa, con don Attilio Cibolini, suo amico fraterno sotto i portici del Comune e abbiamo rimandato la chiacchierata a quel pranzo da fare a casa mia una volta finita la bufera. E poi l’invito a visitare la tomba dei templari sotto la facciata meridionale del Duomo. Il giorno dopo eri là a osservare quegli scavi proprio sotto la tua Cattedrale e quelle croci che raccontavano di una fede antica.

Mario Silla

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