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Covid19, intervista al
dottor Alberto Zanazzi: "Già
a dicembre polmoniti strane"

I tamponi fanno una fotografia della situazione. Oggi è cosi, e domani chissà. Sarebbero molto più utili i sistemi che rivelano IgG e IgM uniti ad un semplice emocromo e alla Pcr

SABBIONETA – Laureto in Medicina Generale il dottor Alberto Zanazzi di Sabbioneta segue da anni molti pazienti distribuiti su un vasto territorio che comprende la provincia di Mantova e una bella fetta di Viadanese-Casalasco. Un osservatorio privilegiato per sapere qualcosa in più sul ‘Covid 19’. Per questo è utile domandare al medico qual è la sua opinione sulla situazione di fronte alla quale si è venuto a trovare.

Da quanto tempo si interessa di Coronavirus? “Ho cominciato a studiare questa malattia appena si è diffusa a livello mondiale anche perché nei mesi di dicembre e gennaio ho avuto 3 pazienti sessantenni e un bambino di 10 anni con una broncopolmonite di una gravità tale che non avevo mai visto in quarant’anni di professione. Fortunatamente tutto si è risolto bene ma hanno messo a dura prova le mie conoscenze di medicina. Col senno di poi tutti questi 3 casi avevano le caratteristiche dell’infezione da coronavirus. Purtroppo non lo posso dire con certezza perché la ricerca degli anticorpi IgC e IgM non è stata ancora autorizzata dalla Regione Lombardia”.

Come si manifesta la malattia? “Arriva come un’influenza. Sino a febbraio era difficile distinguere le due forme specie nella fase iniziale. Poi invece, nella seconda fase il coronavirus era riconoscibile per le ormai note complicanze che nel 10% dei casi accertati conduce alla morte. Da marzo è possibile una diagnosi molto precoce perché l’influenza è cessata e i sintomi che vanno dalla febbricola alla febbre alta con tosse secca, congiuntivite, nausea, vomito, diarrea e dolori addominali sono caratteristici della malattia e basta un po’ di attenzione per diagnosticarla. Sintomi della fase 1 della malattia quando il virus si moltiplica nelle nostre cellule. Nella fase due assistiamo ad una reazione immunitaria esagerata del nostro organismo che causa i primi danni che diventano sempre più gravi perché questa reazione aumenta d’intensità provocando la polmonite interstiziale e trombosi intravascolari che poi portano alla fase 3 con la necessità della respirazione assistita con il serio pericolo di morte”.

I bollettini quotidiani fanno capire che potremmo essere arrivati al picco dei contagi. Nella sua attività quotidiana lei lo può confermare? “È difficile affermarlo. Se vuole una risposta secca posso dire che da tre, quattro giorni i nuovi casi sono in calo. Volendo essere più precisi occorre dire che i casi segnalati attraverso i bollettini sono quelli sottoposti a tampone che è risultato positivo. Sappiamo tutti però che vengono fatti solo a chi va al pronto soccorso con febbre alta e broncopolmonite. Da pochi giorni ci viene detto che verranno fatti a tutti. Dei miei 40 pazienti col contagio solo a quattro è stato eseguito. Pertanto i casi reali sono sicuramente dieci volte più di quelli che ci vengono detti alla tv. A questi casi, visti dal medico, bisogna aggiungere quelli che non arrivano né al Pronto soccorso e ne dal medico di base. Chi di voi sentendosi un po’ stanco, avvertendo qualche dolore articolare e magari una perdita del gusto, va a farsi visitare? Eppure sono tutti sintomi da Coronavirus. Se fosse possibile fare il tampone risulterebbero positivi. Sono persone estremamente fortunate poiché raggiungono l’immunità praticamente senza fare la malattia”.

Ci sono cure? “Per un vaccino occorrerà ancora un anno di tempo. Ogni fase richiede l’uso di farmaci da soli o in associazione. Si può contrastare, nella fase 1, l’attaccamento del virus alle cellule della mucosa specialmente quella nasale. Se iniziati precocemente possono abortire la malattia. Nella fase due usiamo farmaci che abbassano la risposta immunitaria ricorrendo all’interleukina 6 unita a farmaci sintomatici con effetto immunosoppressore, ossigeno e postura prona perché la polmonite intestiziale, diagnosticabile con il semplice fonendoscopio, è stato assodato che è più frequente nella zona di appoggio al letto. Nella fase 3 il paziente può essere sottoposto a terapia a base di gammaglobuline o plasma ricavate da persone guarite dall’infezione. A Mantova, presso l’Ospedale Poma questa tecnica sta dando buoni risultati”.

Le persone immunodepresse sono più a rischio di quelle normali? “Domanda stimolante soprattutto dal punto di vista della patogenesi della malattia. Nella prima fase il virus invade invade facilmente le cellule e questo ci sta. È nella fase 2 che le persone immunodeficenti hanno una risposta decisamente diversa dal resto della popolazione: manca la tempesta delle citochine. Quindi manca la causa della polmonite interstiziale. Di conseguenza queste persone si ammaleranno sì ma avranno meno complicazioni delle persone normali. Mi rendo conto che questa è un’idea che contrasta con l’accezione diffusa. Spero che l’analisi retrospettiva dei casi, fatte in futuro confermi questa teoria”.

Cosa pensa dei sistemi diagnostici? “I tamponi fanno una fotografia della situazione. Oggi è cosi, e domani chissà. Sarebbero molto più utili i sistemi che rivelano IgG e IgM uniti ad un semplice emocromo e alla Pcr. Con questi quattro esami siamo in grado di dare tutte le informazioni al curante”.

E i guariti? “I guariti sono molto ma molto di più di quelli che possiamo immaginare. Solo conoscendone il numero possiamo uscire dalle nostre case che sono diventate prigioni e tornare ad aprire le fabbriche perché altrimenti oltre alla catastrofe sanitaria rischiamo di averne una economica le cui proporzioni dipenderanno dal tempo che ci vorrà per capire di fare il test a tutti”.

Perché ha deciso di seguire gli ammalati a domicilio? “Gli ospedali non sono stati in grado di reggere la massa di utenti che si sono riversati al Pronto soccorso in questi mesi perchè il protocollo che il malato doveva seguire un primo tempo escludeva il medico di famiglia e invitava a rivolgersi ai numeri 112 e 1500. Quando si è capito che bisognava tenere i posti letto per i malati più impegnativi e mettere in quarantena domiciliare il numero più elevato possibile di pazienti allora è ritornato utile e affidarli al medico di famiglia. Con le nuove tecnologia è possibile seguire bene i malati anche quelli della fase 2 evitando così il trauma del distacco dalla famiglia. Chi esce dall’ospedale guarito ricorderà per sempre quei momenti in cui da solo ha dovuto affrontare la malattia e le sue paure senza il conforto di una persona cara. Ho studiato tutta la virta ed ora faccio quello per cui mi sono preparato“.

Rosario Pisani

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