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Carlo De Vito, da Avellino, all'Oglio Po: "E' una guerra, ogni guarito un picchetto d'onore"

“Alle 5 lascio casa - spiega poi Carlo - e quando arrivo all’ospedale Oglio Po entro in una stanza in cui inizia la vestizione: ci spogliamo completamente e veniamo sottoposti a un getto disinfettante che ci decontamina

Foto ottopagine.it

CASALMAGGIORE – Tra gli infermieri che operano in questi giorni all’ospedale Oglio Po vi è pure un ragazzo arrivato da Avellino per dare man forte nell’emergenza. Carlo De Vito ha 40 anni ed è stato intervistato da ottopagine.it, quotidiano on line campano. Il suo racconto è quello di una vita in trincea, ormai da un mese e mezzo. “All’inizio di ogni turno prevale l’angoscia – spiega De Vito al giornale avellinese -. Poi però sai che ogni giorno devi ricominciare a lottare. Sperando che intanto la gente a casa ci resti davvero, perché soltanto così tutti possono darci una mano”.

“Alle 5 lascio casa – spiega poi Carlo – e quando arrivo all’ospedale Oglio Po entro in una stanza in cui inizia la vestizione: ci spogliamo completamente e veniamo sottoposti a un getto disinfettante che ci decontamina. A quel punto tutto quello che ci siamo portati dentro dall’esterno sparisce e il rischio è minimo. Così ci vestiamo e servono ben 15 minuti per essere pronti, come soldati: casco, tuta, calzari, tutte le altre protezioni. Solo quando indosso il mio casco, capisco che posso operare, perché sono chiuso e non posso infettare nessuno, mi sento sicuro. Ogni giorno siamo destinati a un reparto: quando devi mettere l’ossigeno al malato, questo fa quasi sempre un gesto, che a me fa tenerezza. Forse un saluto, forse un grazie. A volte è solo un pollice alzato, per dire che andrà bene”.

La fotografia peggiore, per Carlo, è quella dei pazienti sistemati a pancia in giù. “Li controlliamo sempre, speriamo che reagiscano bene alle terapie per poter tornare a casa. Li vediamo passare completamente coperti e bardati in quelle che io chiamo ampolle: è molto delicato sistemarli e fare in modo che non rischino di cadere. Poi quando le terapie iniziano, senti solo il rumore dell’ossigeno dal muro e dei macchinari. E lì alla medicina si affianca la speranza, come sensazione umana”.

Il rituale non manca però di regalare pure un momento felice. “I guariti ci sono, stanno aumentando: quando qualcuno vince la sua battaglia scatta l’applauso: ormai è un rito, davvero, e noi siamo felici di poterlo fare più spesso di prima. E’ una guerra questa, quasi in senso letterale, e allora certi gesti ricordano quelli dell’ambito militare: quando il malato torna a casa, noi infermieri e medici ci mettiamo di lato, facciamo ala e lo applaudiamo, una sorta di picchetto d’onore, per poi lasciarci andare alla commozione. E subito dopo ripartiamo, per regalarci al più presto un altro picchetto d’onore identico”.

G.G.

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