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Asst, sostegno psicologico per i
sanitari: impotenza, fallimento e
paura le problematiche più frequenti

“Il tempo libero – evidenziano infine dall’Asst – si è trasforma in un tempo invaso da ansie e pensieri intrusivi connessi lavoro in reparto. Sono emerse difficoltà nel sonno, incubi notturni legati al lavoro, continue rimuginazioni su quanto fatto e accaduto durante il lavoro”.

Senso di impotenza fortemente connesso ad un vissuto di poca efficacia della cura per le ripetute morti dei pazienti, accompagnato anche da un vissuto di fallimento del proprio ruolo professionale, oltre a paura ed ansia. Sono queste le problematiche e i disagi più comuni manifestati dagli operatori in servizio presso l’Asst di Cremona durante questa emergenza coronavirus. A rivelarlo è la stessa Asst sulla propria pagina Facebook in un post curato dal Servizio di Psicologia Clinica (Alberto Serafini, Raffaella Galli, Antonella Polla) dove si racconta il servizio di supporto agli operatori sanitari impegnati nella cura del Covid e rivolto ai dipendenti: medici, infermieri, coordinatori, OSS.

“I primi a fare richiesta del servizio – spiegano – sono stati anche i primi ad essere travolti dall’emergenza (organizzativa e di impatto emotivo), ossia gli operatori di Pronto Soccorso e della Terapia Intensiva”. In totale, in ogni caso, sono state sin qui effettuate 90 prestazioni. La tecnica più utilizzata è quella del defusing, attività finalizzate alla “espressione e alla prima elaborazione dei vissuti emotivi, ma anche alla valorizzazione delle risorse personali e professionali per far fronte alle problematiche maggiormente impattanti”. “Lo scopo – spiegano – è aiutare gli operatori prima che si possano generare burnout o disturbi emotivo”.

Dalla Psicologia Clinica sottolineano come la richiesta più frequente degli operatori sia “il bisogno di esprimere quello che hanno provato e provano, depositare nella stanza dei colloqui le intense emozioni vissute: dolore, paura, senso di impotenza, o di colpa, di disorientamento per non poter svolgere il proprio lavoro di cura come in passato, il timore di non farcela a reggere la situazione, sia per la fatica fisica che mentale”. Tra le ripercussioni psicologiche più frequenti c’è la “paura di potersi contagiare e senso di colpa di essere veicolo a loro volta di contaminazione verso i propri familiari”. “Il tempo libero – evidenziano infine dall’Asst – si è trasforma in un tempo invaso da ansie e pensieri intrusivi connessi lavoro in reparto. Sono emerse difficoltà nel sonno, incubi notturni legati al lavoro, continue rimuginazioni su quanto fatto e accaduto durante il lavoro”.

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