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Come, nonostante dolore e
solitudine, i sanitari riescono
a prendersi cura dei pazienti

“In questa attività – concludono – che ci pone a confronto con un dolore così forte e diffuso, che coinvolge diversi livelli, ciò che ci sostiene e che ci permette di essere presenti è la forte motivazione insita nella nostra identità professionale nell’ambito della salute mentale che si basa sul dare aiuto con gli strumenti specifici del lavoro dello psicologo”.
(foto Asst Cremona, Mangiatordi)

Il tema della solitudine e del dolore per i molti lutti, la mancanza delle relazioni con i familiari sono temi che sono prepotentemente emersi durante i colloqui sia con gli operatori che con i pazienti. A dirlo è una relazione del servizio di Psicologia Clinica (a firma Alberto Serafini, Raffaella Galli, Antonella Polla) in collaborazione con l’Asst di Cremona. Il Servizio di Psicologia clinica, dall’inizio dell’emergenza, sostiene gli operatori sanitari impegnati nella cura del covid. “Fra dolore e solitudine – fanno sapere – emergono forza, resilienza e competenze relazionali che hanno permesso a medici, infermieri, OSS di occuparsi dei pazienti, nel senso più profondo, con umanità”.

I dispositivi di protezione “compromettono l’incontro metaverbale, empatico, visivo, fra paziente e operatore (anche fra colleghi)”, ma si può sopperire: “Sicuramente complicano questo incontro e lo cambiano. L’incontro con l’altro dovrà rimodularsi attraverso la valorizzazione di altri canali che trasmettono una vicinanza emotiva ed un contatto comunque già presenti in chi presta le cure. Stiamo parlando dello sguardo, il tono della voce, il tipo di postura. Tutti canali che possono permettere all’altro di cogliere l’ascolto e l’attenzione verso i propri bisogni”. “Ciò – ammettono dall’Asst – comporta fatica e sforzo nelle persone (sia per gli operatori che per i pazienti). Sarà importante rileggere e re-interpretare la parola “compromissione”: l’incontro e il contatto con l’altro non verrà a mancare, ma si esprimerà attraverso canali diversi”.

Il tema della “solitudine e del dolore per i molti lutti, la mancanza delle relazioni con i familiari” sono temi che sono “prepotentemente emersi durante i colloqui sia con gli operatori che con i pazienti”. Tuttavia, viene spiegato, “a fronte di un impatto iniziale fortemente destabilizzante gli operatori sono riusciti a mettere in campo risorse e soluzioni capaci di attutire questi vissuti”. “Sono riusciti – evidenziano dalla Psicologia Clinica – attraverso l’ascolto a intercettare i bisogni, con il tempo e il supporto aziendale, a mettere in campo strumenti alternativi. Le videochiamate, whatsapp, l’utilizzo di tablet, si sono rivelati strumenti molto utili alla riduzione della “distanza’”.

E’ importante sottolineare come “gli operatori in una situazione fatta di incertezza, confusione, continua rincorsa del tempo abbiano saputo attivare, nel prendersi cura del paziente, quelle competenze relazionali proprie del sapere, saper fare e del sapere essere professionale che hanno consentito di farsi carico anche del dolore e della solitudine della persona assistita”. Il “costo emotivo di questo lavoro”, infatti, è” sicuramente elevato”. “In questa attività – concludono – che ci pone a confronto con un dolore così forte e diffuso, che coinvolge diversi livelli, ciò che ci sostiene e che ci permette di essere presenti è la forte motivazione insita nella nostra identità professionale nell’ambito della salute mentale che si basa sul dare aiuto con gli strumenti specifici del lavoro dello psicologo”.

redazione@oglioponews.it

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