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(Dis)unioni dei comuni, tanti
fallimenti: e non c'è più neppure
convenienza economica

Bisogna coordinare i servizi attraverso un piano di area vasta. La proiezione della popolazione del territorio è drammatica, basta vedere la popolazione di chi ha meno di 15 anni. La natalità è bassissima

Alla fine anche l’unione Palvareta Nova ha ceduto. Non si può dire che le unioni dei comuni nel nostro territorio abbiano avuto fortuna. San Giovanni in Croce (il Comune principale) è uscita dal gruppo comprendente Solarolo Rainerio, Voltido e San Martino del Lago.

In precedenza l’elenco dei fallimenti è ampio. Le vicine Spineda, Rivarolo del Re e Casteldidone (unione Foedus) sono rimaste orfane di Rivarolo Mantovano, con notevoli strascichi polemici. L’Unione Terre dell’Oglio con Ostiano, Gabbioneta Binanuova e Volongo si è sciolta, stessa sorte per Terrae Nobilis, che comprendeva Derovere, Cella Dati e Sospiro. Non è andata diversamente nemmeno per Pieve d’Olmi, San Daniele Po, Stagno Lombardo e Gerre de’ Caprioli: il nome in questo caso era Civitas Fluvialis.

Anche nell’Oglio Po mantovano non va meglio: detto di Rivarolo Mantovano, una fine ingloriosa è stata quella, pochi mesi fa, dell’Unione Terre d’Oglio che comprendeva Gazzuolo, Commessaggio e San Martino dall’Argine. Resta Municipia, anche se i frequenti contrasti tra i comuni (Scandolara Ravara, Motta Baluffi e Cingia de’ Botti) non lasciano presagire nulla di buono, e resta l’unione a due Terrae Fluminis, formata da Gussola e Torricella del Pizzo che già in partenza aveva perso una componente, Martignana Po.

L’eccezione è il territorio piadenese, dove due unioni si sono appena trasformate in fusioni (Piadena con Drizzona e Ca’ d’Andrea incorporata a Torre de’ Picenardi che rimane nell’Unione Terre di Pievi e di Castelli con Isola Dovarese e Pessina Cremonese), e prosegue il cammino dell’unione tra Calvatone e Tornata.

Sentiamo il sindaco di San Giovanni in Croce Pierguido Asinari, brevemente sulla sua uscita («E’ mancata la programmazione comune») e in generale su una formula che a conti fatti si è rivelata disastrosa. «Ci sono tanti fattori. L’unione nacque con lo scopo finale della fusione, mai prevista come soluzione definitiva. Poi le unioni soffrono il diverso dinamismo dei comuni che le compongono: all’inizio si parte con entusiasmo, poi però rimane la libertà di azione di ognuno, le idee divergono, quindi alcune cose vengono fatte assieme, altre rimangono in capo ai comuni. D’altra parte le unioni prevedono un periodo minimo con la possibilità poi di recedere senza penale».

Non possiamo negare che la spinta principale ad unirsi non è lo spirito di fraternità, bensì l’accesso a contributi, che oggi calano. Lo stesso sindaco di Torre Bazzani ha lamentato giustamente che i fondi promessi per la fusione non sono arrivati. D’altra parte ogni volta che cambia il governo mutano gli indirizzi. Non sembra in miniatura la situazione dell’Italia in Europa? Assieme ma autonomamente, e alla fine ci si divide.

«E’ vero che i contributi sono calati drasticamente, e trovo sia corretto il parallelo con l’Europa. L’unione è un ente ibrido, e ne soffre tutti i difetti. Il nodo centrale credo sia il diverso dinamismo, d’altra parte con il tempo cambiano i sindaci, le amministrazioni e le loro visioni. Si pensi che tutte le unioni hanno piani territoriali differenti: il piano di sviluppo dovrebbe essere fatto assieme. A ciò aggiungo che l’unione è un ente in più, quindi la parte burocratica aumenta invece di diminuire».

Tornando ai piccoli comuni, che fare?

«Bisogna coordinare i servizi attraverso un piano di area vasta. La proiezione della popolazione del territorio è drammatica, basta vedere la popolazione di chi ha meno di 15 anni. La natalità è bassissima, quindi serve individuare poli scolastici organizzando il trasporto».

rima di chiudere una curiosità: a resistere sono soprattutto le unioni che hanno scelto nomi italiani, quelli latini sembra abbiano la sorte segnata. Se proprio volete dare un nome latino a una nuove unione, scegliete “Terrae litigiosae”.

Vanni Raineri

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