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Sant'Antonio Abate verso nuova vita: a Cappella si preserva la memoria

A Cappella questo è il tentativo portato avanti da un gruppo di cittadini. Che raccontano e si raccontano e che hanno deciso di preservare una piccola costruzione contadina, posta al crocevia di più strade

CAPPELLA – Il tempo è come la sabbia sulle sponde del fiume. Il vento e le correnti ne portano via sempre un poco e tutto muta. La storia della nostra terra è soprattutto storia contadina. E’ una storia intensa, ricca di capitoli legati al quotidiano. Di tanti di quei capitoli se ne stanno perdendo i contorni perché poi sono sempre meno quelli che ricordano, portati via dal viaggio ultimo. Quando anche i figli se ne saranno andati, poco resterà nella memoria. La nostra è storia di stalle, di stagioni nei campi, di artigiani e scalpellini, di guerre, di fatica, di vita e di morte. Qualcosa a volte però resta: nei racconti e nelle intenzioni di chi cerca di conservare la memoria.

A Cappella questo è il tentativo portato avanti da un gruppo di cittadini. Che raccontano e si raccontano e che hanno deciso di preservare una piccola costruzione contadina, posta al crocevia di più strade, a memoria di quel tempo e per le generazioni future. Questa è la piccola storia che ho raccolto. Con loro e per loro.

Sant’Antonio Abate, l’anacoreta, è considerato il protettore degli animali domestici, tanto da essere solitamente raffigurato con accanto un maiale che reca al collo una campanella. Il 17 gennaio era il giorno dedicato alla benedizione degli animali e delle stalle ponendoli sotto la protezione del santo. Una tradizione contadina che è andata via via perdendosi con la diminuzione delle stalle e degli allevamenti ‘da sostentamento’. E’ rimasto il culto di Sant’Antonio per quel che concerne gli animali domestici. Un rito che ogni anno si celebra anche al Santuario della Fontana di Casalmaggiore, ma che è tutt’altra cosa rispetto alla tradizione. Gli anziani narrano che il prete stesso faceva il giro delle cascine e ne traeva un qualche vantaggio per la sua benedizione. Chi allevava i maiali conservava ‘al salam dal pret’, il salame migliore da dare al sacerdote in segno di ringraziamento  e per buon auspicio. Tra i proverbi e i detti che si ricordano c’era l’invocazione di quando un maialino non stava bene. Era naturalmente pronunciata in dialetto, e la traduzione era “Sant’Antonio, fammi guarire il maialino che poi ti porto una candela”. Il 17 gennaio per tradizione non si macellava e non si facevano entrare i veterinari nelle stalle. Il maiale e le mucche erano importanti, la ricchezza di una cascina insieme ai prodotti della terra. E Sant’Antonio vegliava sugli animali.

La Cappella dedicata al Santo si trova in un punto prospiciente l’incrocio di tre strade comunali che conducono rispettivamente alle frazioni di Cappella e Camminata e al comune di Rivarolo del Re. E’ – così narra la storia non confermata da nessun documento – probabilmente un ex voto, segno tangibile di una invocazione al santo andata a buon fine. Non esistono purtroppo documenti che ne consentano una datazione precisa, nè atti negli archivi parrocchiali che ne testimonino l’utilizzo per qualche funzione. Attualmente la struttura è privata, fa parte della terra della famiglia Barbiani (Renato Barbiani ci spiega che paga 3 euro di IMU l’anno per la struttura) sabbionetani di origine che acquistarono la terra dalla famiglia Bongiovanni che quella costruzione ce l’aveva già. Prima ancora dei Bongiovanni apparteneva alla famiglia precedente. Qui purtroppo la nostra storia a ritroso si ferma. Prendiamo per buona – a meno di nuove scoperte – la datazione fatta da Lucio Godi in base allo stile. I primi dell’800 forse. Anche se lo stile di per se vuol dire poco, soprattutto in questi casi.

Parlavamo di memoria che si perde all’inizio di questa storia: questo è uno di quei casi, purtroppo.

La raffigurazione interna fu ripristinata (probabilmente su una raffigurazione precedente andata irrimediabilmente perduta nel tempo) nel 1987 grazie al volere di Maurizio Araldi, Gianni Cagna e Primo Amadini. L’opera fu realizzata da Ambrogio Ghezzi da Cappella, artista che tante testimonianze ha lasciato nei cimiteri dei comuni limitrofi, l’ultimo degli scalpellini. “Il bassorilievo – ci spiega la figlia di Ambrogio, Silvana Ghezzi – fu realizzato da mio padre nel 1987, 29 anni prima della sua morte, avvenuta nel 2016 e fu modellato in argilla in forme separate, cotto in fornace, montato ad incastro e dipinto a mano dopo la messa in posa”. L’ultimo degli scalpellini insomma, di quelli cioè che traevano l’opera scavando ed incidendo la materia prima.

Ambrogio Ghezzi nel 1987, intento a restaurare la Cappella di Sant’Antonio Abate (Foto: Ghezzi-Lini)

AMBROGIO GHEZZI, L’ULTIMO SCALPELLINO

Un cenno a parte merita la biografia di Ambrogio – la storia nella storia – ci è narrata dalla figlia, Silvana Ghezzi. Ambrogio è morto nel 2016, alla soglia dei 100 anni. “Mio padre è nativo della frazione di Cappella di Casalmaggiore. Manifesta sin dalla fanciullezza la passione per la modellazione: impasta la terra con acqua e realizza anfibi, uccelli, animali domestici e la copia in miniatura di oggetti di uso quotidiano, che mette ad asciugare al sole e regala, poi, ai compagni di gioco. A scuola è bravissimo nel disegno a mano libera.

Nel 1932, compiuti i 12 anni, è assunto come apprendista presso la ditta Germani Guido, che, specializzata in lavori cimiteriali, richiede competenze come l’incisione su marmo di epigrafi e bassorilievi e la realizzazione di stampi per la produzione di vasi ed opere funerarie. Sarà soprattutto grazie al lavoro fianco a fianco con lo scultore Guido Germani che potrà apprendere le tecniche di lavorazione del marmo e modellazione della creta. Nelle ore serali frequenta la Scuola d’ Arti e Mestieri “G. Bottoli”, che gli fornisce la cultura di base per il perfezionamento.

L’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania nel marzo 1940 lo costringe a partire per il fronte a soli 20 anni: è dapprima in Albania, poi in Libia, Tunisia, Egitto. Nel periodo in cui rimane sotto la prigionia degli Inglesi (aprile 1943 – luglio 1946), a Kibrit, nei pressi del Canale di Suez, gli è possibile affiancare alle ordinarie attività di manovalanza l’esecuzione di lavori a lui congeniali: incisioni per personalizzare tabacchiere, stemmi, orologi, oggetti- ricordo degli ufficiali inglesi; esecuzione di medaglioni in gesso; ritratti umani e paesaggistici su tela; disegni a lapis in bianco e nero; statuette in terracotta. I ricordi di tale attività rimangono in alcune foto.

Il ritorno è segnato da eventi per lui importanti: il matrimonio con Luigina Bravi, la nascita della figlia Silvana, la riassunzione presso la ditta Germani; poi la messa in proprio, all’inizio degli anni Sessanta.

Il resto della sua vita è un perfezionamento delle abilità professionali e amatoriali. E’ uno degli ultimi incisori a mano di epigrafi, immagini, cornici e soggetti funerari in bassorilievo che utilizzano l’arte del levare. Il manufatto realizza sempre un progetto autografo. All’artigianato funerario affianca la creazione e il restauro di elementi d’arredamento in marmo per interni e chiese, come archi, balaustre, caminetti, cornici, mosaici, tavolini. Opera sua sono l’altare della Madonna, in marmi policromi, situato nella della chiesa parrocchiale di Cappella e la riproduzione della frase manoscritta di don Primo Mazzolari “ Et ego non sum turbatus te, Pastorem, sequens” “Ed io non ho timore di seguire te (mio buon) Pastore” incisa sulla tomba del sacerdote nella parrocchiale di Bozzolo.

Una parte del suo tempo libero rimane sempre dedicata all’invenzione di calchi per vasi, fontane o arredamento da giardino; alla realizzazione di quadri formato gigante, che ricava dalla riproduzione in scala di soggetti d’autore; alla creazione di scenari per il presepio, che gli varranno i primi posti nei concorsi provinciali; alla modellazione della creta, da cui nascono statue per il presepio (esposte al Centro Primavera e alla Fondazione Busi durante le festività natalizie), il busto del proprio padre e bassorilievi per cappelle votive.

Il bassorilievo che restaureremo si trova a Cappella nella proprietà del signor Barbiani. in un punto prospiciente l’incrocio di tre strade comunali che conducono rispettivamente alle frazioni di Cappella e Camminata e al comune di Rivarolo del Re. L’opera si trova all’interno della cappella votiva dedicata a Sant’Antonio Abate, il monaco di origine egiziana (Qumans, 251 d.C.) fondatore del monachesimo cristiano e festeggiato dalla comunità dei credenti il 17 gennaio di ogni anno. In questa raffigurazione è circondato dagli animali domestici di cui è il protettore.
Il manufatto, realizzato da Ghezzi nel 1987 (29 anni prima della sua morte, avvenuta nel 2016), fu modellato in argilla in forme separate, cotto in fornace, montato ad incastro e dipinto a mano dopo la messa in posa”.

La Cappella, come si presenta oggi

LA CAPPELLA DI SANT’ANTONIO ABATE

“Il culto di Sant’Antonio – ci spiega Lucio Godi – è diminuito con la diminuzione delle stalle, ma restano i ricordi e l’affetto degli anziani per il santo protettore degli animali da allevamento”. La Cappella, secondo lo stesso Godi che ha effettuato ricerche, non compare in nessun atto ecclesiastico. Non c’è da meravigliarsi, in fondo era nata come struttura privata – probabilmente ex voto – indipendente dalla Chiesa. Anche Giuseppe Zani, promotore del recupero, ci ha spiegato che della costruzione non ha trovato traccia.

Un piccolo particolare (avremo modo di approfondire anche questo prossimamente) che ci racconta Lucio Godi. Nella parrocchiale di Cappella esiste una statua di pregevole fattura di un altro Sant’Antonio, quello da Padova. E’ probabilmente (insieme alle pietre salvate che costituiscono parte della struttura della cappella in cui la statua è contenuta) l’unico resto rimasto della Chiesa del Gambalone. “Non ne esiste più traccia – spiega Godi – fu abbattuta, come si legge in alcuni documenti, su richiesta di chi lì viveva e con l’accordo con il vescovo, che chiese che fossero preservate le pietre e la statua del santo e portate nella parrocchiale”. Dove sono tutt’ora.

Per tornare alla nostra costruzione campestre, quella dedicata a Sant’Antonio Abate, dal 1987 non è mai stata fatta manutenzione ma a Cappella – dove a quell’immagine del santo sono affezionati – è nato un comitato che si occuperà del restauro. Di questo gruppo di persone fanno parte Giuseppe Zani, Silvana Ghezzi in Lini e il marito Giuseppe Lini, Giuliano Braga, Don Angelo Bravi, don Alfredo, Renato Barbiani e la figlia Valentina Barbiani. Incaricata dei lavori che inizieranno a breve sarà Elisa Lena che quella struttura la conosce e l’ha già visionata. La prima parte, che prevede il restauro della raffigurazione di Ghezzi è già finanziata ma il comitato non intende fermarsi. Presso il Circolo ACLI della frazione è possibile effettuare una donazione per i lavori: l’intento è quello di riportare la struttura all’antica vigoria, ma anche quella di dare al culto di Sant’Antonio nuova linfa, magari prevedendo anche celebrazioni.

IL RECUPERO DELLA MEMORIA

Gli antichi leggevano i segni del cielo, osservavano il volo degli uccelli. I contadini traevano indicazioni dalla natura più di quanto non riusciamo e non riusciremo mai a fare noi. La terra, le sue tradizioni, i suoi ritmi, la quotidianità. Il tempo è come la sabbia sulla sponda del fiume. Il vento e l’acqua la levigano, ne cambiano i contorni, la trasformano. E a volte di quel che è stato poi non ci resta nulla.

Ma noi – di quel tempo – siamo e comunque irrimediabilmente figli.

Subito dopo l’abitato di Cappella, nella diramazione tra tre diverse strade, in prossimità di campi e cascine, c’è una piccola struttura in mattoni dedicata a Sant’Antonio l’anacoreta. Ha una storia che si perde nell’oblìo che forse non ritroveremo mai. Ma ha anche un passato più recente, porta il segno tangibile del lavoro dell’ultimo scalpellino, ha un presente ed un futuro che si può ancora ricordare e immaginare: un gruppo di persone nella piccola frazione di Casalmaggiore ha deciso di farsene carico. Si sono ritrovati all’ACLI, con un bicchier di vino e tante cose ancora da raccontare.

Sono loro – al momento – la memoria che si perpetua. I custodi di quel tempo che sempre più spesso fugge e che, almeno questa volta, qualcuno ha deciso di riprendere per non farlo perdere.

Nazzareno Condina

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